Una grenache Oltreconfine

Una grenache Oltreconfine

A pensarci bene, il Fronte Autoctono di Liberazione dalle Uve Straniere è stato implacabile con alcuni ma si è fatto intimidire da almeno un paio di nemici.

Condannati a decapitazione per mezzo di forbici pneumatiche e pigiodiraspati con violenza tutti i merlot del Paese, i guerriglieri hanno avuto mano leggera con pinot nero e grenache.

Forse ai primi è stato concesso il rispetto che meritano gli eroi, gli impavidi, i Don Chisciotte che combattono una causa persa. Tutti quelli, insomma, che per il solo fatto di immaginare l’inimmaginabile e sognare di scalare il cielo, sono nei fatti degni di rispetto, se non di velata ammirazione.

Diversa la storia della grenache. Uva dai natali incerti, di dubbia provenienza, impossibile da accusare con certezza. “Vai a vedere che uccidiamo il nipote di uno dei nostri, che magari è partito per chissà quale missione. Ha l’accento straniero ma parla la nostra lingua, non facciamo cretinate”. Sicuramente sarà stato questo il ragionamento. E poi è una varietà internazionalista, per certi versi rivoluzionaria, non come quel nobilastro di cabernet, con la puzza sotto il naso.

Magari davvero tutto è cominciato in Sardegna: il babbo è il cannonau. E comunque, andata come è andata, la sensazione è che non sia un’uva colonizzatrice ma un patrimonio condiviso, almeno nelle terre del Mediterraneo.

Grenache, garnacha, garnaccia, cannonau, tinto di Spagna, Trasimeno gamay, tai rosso, bordò. E chissà quanti altre varianti, nei nomi e nei territori in cui è coltivato; da tanto, tantissimo o di recente.

Personalmente sono entusiasta dei percorsi italici della grenache, dalla ricostruzione storica delle sue rotte al fermento che si respira intorno a quest’uva. Sto pensando a un sacco di vini, dal plotone sardo al Kupra di Oasi degli Angeli. Un gioiello sotto tutti gli aspetti, prezzo compreso.

Tra gli esperimenti più recenti, invece, segnalo l’Oltreconfine della cantina Bruni.

La grenache, chiamata in zona tinto di Spagna, è varietà classica della Maremma. Il fatto che poi l’alicante (altro sinonimo) sia stato confuso dai vivaisti con l’alicante bouschet, “inquinando” la costa di una varietà dozzinale, è un altro paio di maniche.

Grenache in casa Bruni, dunque. Che i due fratelli coltivavano in una parcella ben circoscritta, ma le cui uve finivano in qualche blend (così si faceva un tempo, a completare l’uvaggio del Morellino).

Da qui l’idea di farne un vino nuovo e puff, al primo anno è subito bingo.
Oltreconfine 2013 è una meraviglia di calore mediterraneo, anzi maremmano, senza la minima bruciatura o pesantezza. Sorprendente ed espressivo quando l’ho assaggiato per la prima volta, nell’aprile scorso; restio a concedersi e serrato ora. Buon segno, è questa l’evoluzione dei grandi vini che sfidano il tempo, umorali e schizofrenici, se necessario.

Detto questo, un rosso buonissimo che la bottiglia esalterà e che colora un’altra casella del viaggio italico della grenache.

 

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.