Il Grechetto che verrà

Il Grechetto che verrà

Dunque, alcuni giorni fa la cantina Roccafiore ha organizzato una fantastica ricognizione sul grechetto (uva) e sui Grechetto (vini).

Uno di quegli appuntamenti a cui è bello partecipare; tra amici, vecchi e nuovi, chiacchiere, bottiglie e un bel po’ di bicchieri. Sempre più rari, almeno nel senso in cui è stato pensato questo, non tanto e non solo “promozionale” ma di indagine, scambio e vero approfondimento.

La giornata è filata via di gusto e alla degustazione della mattina sono seguite le ciarle del pomeriggio. Assaggi belli, introdotti e accompagnati da Giampiero Pulcini, bravo bravo in un percorso non facile e pieno di trappoloni.

Che roba è, sto Grechetto? Per me, come ho detto quel giorno, il vino che faceva mio nonno. Ricordo di una breve macerazione sulle bucce, prima della fermentazione e dell’ affinamento in botti grandi. Non so se di rovere, più probabilmente di castagno. Ne andava orgoglioso ed era il vino del benvenuto. Quando qualcuno veniva a fargli visita, lo portava dritto in cantina e glie ne spillava un goccio, direttamente dal rubinetto della botte.

Vino bianco della tradizione, in Umbria. Quello dei momenti di festa e del pranzo della domenica.

Vino di sostanza – come ha sottolineato Giampiero – sobrio ma duttile, non aromatico. Gregario quanto solista, lento ma imprevedibile, longevo e originale. Certamente gastronomico”.

Aggiungo solare, spiccatamente mediterraneo, a volte rustico, sapido o addirittura salato, quasi sempre caldo e chiuso da un certo tono tannico. Quasi fosse un rosso. Un vino dall’acidità contenuta quanto citrina: affatto lineare, prende strade imprevedibili e tortuose. A volte scalcia e impenna come un cavallo imbizzarrito. Un vino del centro Italia. Sbagliato e fuorviante aspettarsi qualcosa che non può dare. Prendere o lasciare.

Detto questo, su cosa possa davvero diventare abbiamo ancora le idee confuse. Dopo un vuoto spazio – temporale di una ventina d’anni bisogna resettare, prendere pezzi di tradizione e renderli contemporanei. Il futuro deve essere autentico. Di maquillage ne abbiamo avuto abbastanza.

E’ per questo che i vini selezionati da Giampiero Pulcini e assaggiati alla cieca, nella loro complessità, mi sono sembrati una specie di brodo primordiale. Un generatore di domande più che di risposte. Un caleidoscopio di interpretazioni, territori e stili che hanno comunque acceso qualche lampadina. Luce fioca, ancora, però prima erano solo tenebre.

Racconto 3 dei 13 vini provati (in molti casi ri-provati). Senza la pretesa di scegliere i migliori. Son solo quelli che hanno fatto registare qualche decibel in più.

Filippo Peppucci e Giovanni Cenci

Giovanni Cenci – Anticello 2014

Quella di Giovanni Cenci è una delle piccole cantine più interessanti, tra quelle sorte di recente in Umbria. Lui è una specie di vulcano in eruzione, capace però di unire l’entusiasmo trabordante, così come l’attenzione alla territorialità e alla sostenibilità dei suoi vini, ad una importante competenza tecnica. Due lauree in tasca, agronomo ed enologo, Giovanni sta facendo fruttare al meglio le vigne di famiglia. Spaccato naturale da sogno, a San Biagio della Valle, nel perugino, in un insediamento rurale che fu dei Monaci Olivetani. Terreni collinari argillosi, limosi, calcarei, con ottima presenza di scheletro di travertino. Se vi capita, assaggiate il sangiovese Piantata ‘13, anche se, per quanto mi riguarda, metto il Grechetto Anticello ‘14 sul gradino più alto del podio. Vino puro, capace di incanalare l’irruenza della varietà in un solco puntuale, polposo, di acidità scintillante. Profuma di buccia d’uva e fiori di campo e chiude su una scia minerale sassosa.

Leonardo Bussoletti – Colle Ozio 2014

Lo Chablis di Narni. Qualche amico, scherzando, aveva definito così il Colle Ozio 2012, bianco meraviglioso e raffinato che aveva lasciato tutti a bocca aperta. Ora ci toccano due versioni di 2014 (ma, conoscendo il produttore, in cantina ce ne saranno almeno 200!), ancora in divenire e da “sintetizzare” (la seconda realizzata con una macerazione prefermentativa di un giorno). Vedremo che verrà fuori, per ora confermo che questa è una delle mani più calde del momento con il grechetto. Un’interpretazione elegante del bianco umbro per eccellenza, in sottrazione, capace di regalargli un insolito tratto verticale. Anche il colore è piuttosto delicato e i profumi rincorrono fiori e zest di limone, insieme a sensazioni minerali rocciose e un timido accenno di pepe nero. Ancora un po’ aggrovigliato, esploderà in bottiglia fino a regalarci un altro grande Grechetto.

Sergio Mottura – Latour a Civitella 2010

Che ve lo dico a fare, Sergio Mottura è un pioniere del Grechetto di qualità e le sue bottiglie hanno fatto scuola. Piemontese di origine, ha modellato la sua creatura a Civitella d’Agliano, nel viterbese, affermandosi subito come uno dei riferimenti della regione. Personalmente, tra i suoi Grechetto, trovo spesso delizioso il Poggio della Costa ma il vino più famoso della cantina è senza dubbio il Latour a Civitella*. L’uva matura sui tipici terreni vulcanici della zona e il frutto della vendemmia 2010 è in splendida forma. Le note tostate sono eleganti e mai ingombranti, capaci di dare complessità senza addolcire il naso o appesantire la bocca. Tutt’altro, le sferzate “verdi” sono ancora rigogliose e la bella acidità traghetta in lungo e in largo un sorso materico ma affatto molle. Finale addirittura scattante con rimandi di clorofilla, erbette aromatiche e mandorle fresche.


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Ecco il perché di questo nome curioso, nelle parole del suo artefice:

Era il 1993 e noi (un gruppo di 30 produttori di ogni parte del mondo rappresentati in Germania dallo stesso importatore) eravamo in un battello-ristorante sul canale di Berlino per festeggiare l’ottantesimo compleanno di Robert Mondavi. Decidemmo di utilizzare per la serata le bottiglie aperte per la degustazione del pomeriggio. Così, durante la cena, al tavolo di Louis Fabrice Latour capitò una bottiglia del mio Grechetto Poggio della Costa 1992. Avevo già partecipato insieme a Louis Fabrice a diverse degustazioni, ma com’è consuetudine per i produttori francesi nei confronti degli italiani, non aveva mai assaggiato i miei vini prima di allora. Il giorno dopo complimentandosi con me per la qualità del vino, mi chiese come mai non avessi provato un affinamento in legno; risposi che in realtà le prove fatte non avevano dato risultati apprezzabili. Gentilmente si offrì di darmi qualche barrique della sua produzione già selezionati per vini bianchi e soprattutto il know how per utilizzarli. Aveva ragione: il suo aiuto è valso una generazione di esperienza! Nel 1994 è nata la prima annata di Latour a Civitella

Sergio Mottura

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.