Frammenti di irpinitudine: il Megaron di Valentina Martone

Frammenti di irpinitudine: il Megaron di Valentina Martone

Certe notti la macchina è calda e dove ti porta lo decide lei. In certe altre la peperonata si ripropone senza soluzione di continuità, innescando prospettive più sconclusionate del solito.

Ero lì che mi giravo e rigiravo nel giaciglio godendomi il gradevolissimo clima simil Bangkok dell’ultima settimana, quando all’improvviso mi è apparsa una sagoma, familiare nonostante l’oscurità. Del resto nemmeno al buio ci si confonde davanti ai lineamenti di Michele Perillo, il vignaiolo-garagista che produce a Castelfranci i miei Taurasi preferiti del nuovo millennio (link).

Niente paura: non è la prima volta che nel dormiveglia si materializzano ai piedi del letto personaggi vari dell’enomondo, e di certo non sarà l’ultima. Devo dire, però, che in questa occasione sono rimasto particolarmente turbato. Perché la voce con cui mi parlava non era la sua, ma quella dello “scricciolo bionico”, alias Valentina Martone, proprietaria e cuoca del ristorante Megaron di Paternopoli, sempre in Irpinia.

Non credo sia il caso di entrare nel merito di quello che ci siamo detti, io e lui/lei, saltando direttamente al referto dello psichiatra che mi ha in cura. Con una geniale opera ermeneutica, si è stabilito che quell’apparizione si doveva al mio inconscio. Che ci teneva a spiegarmi delle cose e aveva quindi assunto le sembianze di Michele, con la voce di Valentina, per ottenere l’attenzione che solitamente gli nego. Signora mia, lo sa come sono fatti questi inconsci…

Michele Perillo e Valentina Martone

Michele Perillo e Valentina Martone – Crediti foto: Laura Gambacorta

«Paolo, Paolo»

«Dimmi, inconoscio»

«Lo sai perché ho scelto questo abile travestimento?»

«No, inconscio, se ce lo dici ti siamo grati, così torniamo a parlare di mangiare e bere»

«Ho visto una cosa nel tuo cervello mentre cercavi di digerire la peperonata»

«Solo una?»

«Ho visto che pensavi all’ultimo pranzo al Megaron»

«Complimenti»

«E alla leggerezza carnalmente appagata con cui ti sei alzato da tavola, dopo il menù degustazione da 35 euro»

«Ma come cavolo hai fatto?»

«Eh beh, so’ inconscio, so’ inconscio»

«Continua»

«E poi ho visto che le tue sinapsi andavano a disegnare una strana proporzione algebrica»

«Veramente? Uanema r’o priatorio»

«bzrpz : frkrkw = sssyxx : mlpqt»

«Chiaro»

«Che in linguaggio conscio si traduce: Michele Perillo sta a Valentina Martone come il vino sta alla cucina irpina»

Ora, non so voi, ma io tendo abbastanza a fidarmi delle vocine interiori. E gli devo almeno un piccolo sforzo per provare a decodificare il messaggio matematico-metaforico che mi hanno voluto lasciare. Penso di pensare questo: che in buona parte delle bottiglie di Michele e in diversi piatti di Valentina sento una profonda comunione con l’anima più vera ed intima dell’irpinitudine. Guardata per una volta in veste totalmente adamitica, nuda, spogliata prima di tutto dai fronzoli, in ultima analisi pacificata dagli insegnamenti di madama pazienza.

E’ molto difficile portare avanti un lavoro come lo intendono loro, in tempi come questi. Perché l’irpinitudine fondamentalmente non piace agli irpini, a prescindere dalle generazioni, trasversalmente unite ormai dalla convinzione e dal desiderio di essere qualcos’altro, e destinate quindi all’attesa di un Godot inesistente. Se sei straniero nella tua terra, ti rimane una sola possibilità: intercettare viaggiatori golosi ed assetati che cercano e amano invece proprio quel carattere lì, con tutto ciò che comporta. E sappiamo tutti quanto possa essere frustrante un percorso di questo tipo, specialmente in un’area come la provincia di Avellino, che resta nei fatti sconosciuta ai più e a dir poco marginale per quel che riguarda i flussi turistici della regione.

sala megaron

Sia chiaro, mi interessa poco o niente (anzi aborro) la retorica dell’orgogliosa-tenacia-di-chi-resiste-nonostante-le-difficoltà-e-non-abbandona-le-proprie-radici. Sarò brutale, ma non l’ha ordinato il medico di provare a sopravvivere gestendo un ristorante, producendo e vendendo vino, scrivendo di enogastronomia e compagnia cantando: sono e restano prima di tutto scelte individuali e il vuoto politico-economico, unitamente al disgregamento socio-culturale, non può diventare l’unico alibi per chi non riesce a rimanere a galla. Sul piano umano naturalmente dispiace sempre quando un locale o una cantina sono costretti a chiudere, così come fa quasi male fisicamente ogni volta che si passa davanti ad una vigna riconvertita/abbandonata, o un narratore talentuoso rinuncia alla penna per l’impiego in banca. In ogni caso l’epoca del vorrei ma non posso va archiviata al più presto, dal mio punto di vista, e non soltanto nella mia Irpinia.

Conosco bene le difficoltà di Valentina Martone e suo marito Giovanni di dare linfa ad un progetto come il Megaron, nell’unico luogo in cui può prendere forma. E però quando consiglio ad amici e parenti di andarli a trovare più spesso, lo faccio pensando esclusivamente al valore strettamente materico di quella cucina. Orgoglio o non orgoglio. Sacrifici o non sacrifici. Paternopoli o non Paternopoli. Da loro mi sento a casa come raramente mi capita, in primis perché non ho quasi mai la sensazione di prendere parte ad una performance. Mi rilasso e mi godo quella che nei fatti è una proposta costruita giornalmente, legata realmente alla stagionalità e al chilometro zero, senza rischi di fuffosi cliché.

Giovanni e Valentina

Giovanni e Valentina

Proprio dall’orticello dietro al ristorante, infatti, arrivano le migliori ispirazioni per i piatti di Valentina. Credo ci siano pochi dubbi sul fatto che la cuoca irpina si esprima al suo massimo livello con le verdure, gli ortaggi, i cereali, i legumi, le erbe, la frutta secca. Vale a dire il paniere di materie prime con cui si sono sfamate per secoli le genti dell’appennino meridionale. Una gastronomia povera, a volte di mera sussistenza, che ha provato a rifarsi il look nell’ultimo ventennio ma fermandosi spesso a metà del guado. Imborghesita, più che arricchita, appiattitasi più che rimescolatasi, come il meticciato vorrebbe. Da questo punto di vista il Megaron si rivela uno degli ultimi avamposti capaci di alimentare memoria, incarnata a pieno attraverso un imprinting ben preciso, e non semplicemente ricavata da meritevoli ricerche documentali.

L’irpinitudine com’è, e non come vorrebbe essere, tutto qua. Che insegue l’armonia, tanto nel paesaggio culturale quanto nella cucina, attraverso continue contrapposizioni, sincopi, spigoli, asprezze, ritmi scaleni. E che non deve per forza piacere a tutti, ci mancherebbe, come non tutte le interpretazioni di Valentina sono a mio avviso destinate a convincere chiunque in egual misura. Ma se non ci siete mai stati, spero vi prenderete prima o poi una mezza giornata per andare a vedere coi vostri occhi, l’unico modo per capire davvero quello che sto provando a condividere. Non fate caso alla bruttezza delle foto postate in coda, come dicevo prima il menù degustazione – che ha di fatto soppiantato la carta – cambia in continuazione e difficilmente ritroverete gli stessi piatti. Ma pretendete di assaggiare, magari già dalla prenotazione (consigliata), quello che per me vale da solo il viaggio, come si dice in questi casi: la vellutata di patate, sedano e cipolle.

Vellutata di patate, sedano e cipolle, con olio Ravece

Vellutata di patate, sedano e cipolle, con olio Ravece

Tanto semplice da preparare quanto complesso nella resa gustativa, è un piatto che parla dritto al cuore dell’indigeno e del forestiero. Con il primo vince facile, evocando uno dei pilastri-totem-monumenti della cucina irpina, ovvero il tridente d’oro della gioia formato dalla minestra maritata, dal mallone *  e, appunto, da accio e patane (accio è il nome dialettale del sedano). Ma non serve parlare come De Mita e andare in giro con la sciarpa bianco-verde per entusiasmarsi davanti a questa variopinta entrée, che letteralmente esplode sensorialmente per la purezza e la complementarietà dei sapori. La dolcezza del tubero, lo scheletro erbaceo-aromatico della pianta medicamentosa, la scodata piccante a seguire l’impatto dolce-acidulo della liliacea, la sferzata amara e balsamica di una ravece degna di questo nome: un tutt’uno che mi rende felice al punto da superare ogni ritegno e richiederlo regolarmente anche come avant déssert, secondo gli insegnamenti del mio maestro Jossik. Grazie a lui ho scoperto che i tortellini in brodo dell’osteria Amerigo di Savigno, sui Colli Bolognesi, sono un must prima del dolce, spero di ricambiare quanto prima il gemellaggio gastro-culturale facendogli servire il bis di vellutata in attesa del monumentale carrello di dolci e crostate plasmate dalle mani dello scricciolo bionico di Paternopoli.

Gli altri piatti del menù degustazione

Cannolo croccante con ricotta manteca e granella di pistacchio

Cannolo croccante con ricotta manteca e granella di pistacchio

 

Crostoni con lardo e rosmarino

Crostoni con lardo e rosmarino

 

3

Panzanella irpina con ortaggi di stagione

 

Filetto di baccalà su crema di pomodoro e origano fresco

Filetto di baccalà su crema di pomodoro e origano fresco

 

Ziti all'ortolana

Ziti all’ortolana

 

Stracotto di vitello al fiano con friggitelli

Stracotto di vitello al fiano con friggitelli

 

'O vino c'a percoca

‘O vino c’a percoca

 

Budino di cioccolato e visciole

Budino di cioccolato e visciole

 

Il carrello dei dolci

Il carrello dei dolci

Ristorante Megaron
Via Neviera, 13 – Paternopoli
Tel. +39 0827 71588
Prenotazione consigliata (i giorni di apertura possono variare in base al periodo dell’anno)

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.