La Falanghina Sannita e il tempo: la famiglia Mustilli apre le porte della cantina storica

La Falanghina Sannita e il tempo: la famiglia Mustilli apre le porte della cantina storica

Si parlava di Falanghina sannita (link). E della sua graduale crescita in termini di considerazione presso il pubblico di operatori e appassionati “evoluti”, che risulterebbe a mio avviso ancora più efficace puntando su una comunicazione chiara e coerente, senza scimmiottamenti di sorta.

Ho cominciato a bere più o meno consapevolmente proprio negli anni d’oro, quando non esisteva ristorante, enoteca, winebar da Roma in giù che non avesse almeno una Falanghina in mescita. Bisognava fare lo slalom tra un mucchio di roba dozzinale, fatta circolare perlopiù da anonimi imbottigliatori operanti fuori dalla provincia di Benevento, ma già allora non mancavano interpretazioni degne di attenzione e rispetto. E’ in ogni caso servito uno sforzo supplementare da parte delle aziende e degli addetti ai lavori per far capire al grande pubblico che il principe dei bianchi sanniti non è necessariamente il vinello dolcino e profumato da sgargarozzare ghiacciato nei mesi estivi. I bevitori più attenti e curiosi si ritrovano sempre più spesso a discutere di annate, zone, stili, nelle carte dei vini si affaccia timidamente qualche “vecchio” millesimo. Così come le realtà produttrici cominciano ad allestire archivi significativi in funzione di verticali e retrospettive, seguendo l’esempio di veri e propri pionieri, che hanno dato forma a progetti ambiziosi in tempi decisamente non sospetti.

Un nome su tutti, quello di Leonardo Mustilli *. O semplicemente “l’Ingegnere”, che ha letteralmente inventato la Falanghina sannita per come la conosciamo oggi, grazie ad un faticoso lavoro di recupero avviato tra gli anni ’60 e ’70. Un’eredità raccolta con piena consapevolezza dalle figlie Anna Chiara e Paola, che non per caso nelle scorse settimane hanno voluto aprire le porte della cantina storica di Sant’Agata dei Goti per una serie di degustazioni tematiche, con diverse annate selezionate dal suggestivo caveau di famiglia scavato nella roccia tufacea. Un’occasione più unica che rara per ripercorrere quasi quarant’anni di scommesse e rilanci, lentamente consolidati grazie ad una visione pienamente contemporanea.

cantina storica

Davanti a panoramiche di questo tipo è sempre piuttosto difficile conservare la giusta dose di distacco, separando gli aspetti “tecnici” dalle suggestioni genuinamente emozionali. Ma è un dovere provarci, se l’obiettivo è quello di trasformare un’esperienza individuale in contributo collettivo, limitando il più possibile gli effetti fastidiosamente autoreferenziali. Dando quindi per scontata la gratitudine verso la famiglia Mustilli per avermi offerto questa opportunità, vorrei soffermarmi su un paio di ragionamenti emersi nel corso della verticale, già brillantemente esplorati dall’amico Mauro Erro (link).

La Falanghina va raccontata come un grande bianco da invecchiamento?

Una risposta secca non è ammissibile se prima non ci mettiamo d’accordo sulla definizione. Che dal mio punto di vista calza per quei vini che non solo dimostrano una significativa resistenza temporale, ma che in qualche maniera impongono pazienza a chi vuole goderli nel momento di massima complessità, stratificazione, equilibrio. Tipologie che reclamano un’adeguata sosta in bottiglia per raggiungere l’apice espressivo, migliorando il proprio profilo rispetto a come si manifesta nelle fasi a ridosso dell’uscita sul mercato. Alla luce di questa e altre retrospettive, è a mio avviso una forzatura controproducente inquadrare la Falanghina campana come un bianco da invecchiamento tout court. Una convinzione rafforzata non tanto dalle versioni maggiormente in debito di integrità e freschezza, ma proprio da quelle che hanno in qualche modo tenuto con sufficiente affidabilità. Vini che non sono diventati più autorevoli e completi soltanto grazie agli anni trascorsi in bottiglia, ma che al contrario sembrano aver perso qualcosa sul piano della spontaneità espressiva e della piacevolezza di beva.

Qual è il momento giusto per godere a pieno una buona Falanghina?

Come ampiamente sottolineato, sembrano definitivamente archiviati i tempi in cui il vitigno più coltivato della regione doveva fare i conti con una certa sottovalutazione tra gli operatori e i bevitori più esigenti. C’è materiale empirico a sufficienza per sapere che la fretta è cattiva consigliera quando abbiamo a che fare con le migliori interpretazioni, solitamente penalizzate da stappature troppo a ridosso dell’imbottigliamento. Per la mia esperienza non ha senso bere una Falanghina degna di questo nome prima di un anno-un anno e mezzo dalla vendemmia. Una finestra di attesa spesso congrua per placare le esuberanze primarie e fermentative, quelle che a volte finiscono per banalizzarne il corredo organolettico, togliendo spazio alle timbriche più caratteriali e territoriali. Mi sembra che la varietà dia regolarmente il suo meglio proprio in questa fase, giovanile ma non più infantile, che nelle versioni più riuscite sa custodire un profilo solido e pimpante per quasi un lustro. Non mi sono quasi mai pentito, insomma, mettendo mano al cavatappi tra il secondo e il quinto anno per godermi una bella Falanghina sannita. Considerando oltretutto che gli altri principali bianchi della regione seguono traiettorie evolutive piuttosto diverse, per non dire complementari: dal mio punto di vista è solo un valore aggiunto, avere le idee su come utilizzarli e ruotarli nei vari momenti può essere motivo di grande soddisfazione per un bevitore orgoglioso della propria piccola grande cantina.

due bottiglie

L’eccezione che conferma la regola: Falanghina Santacroce 1990

Ma il vino, lo sappiamo, si diverte un mondo a scompaginare le carte ogni volta che pensiamo di abbandonarci a una qualche forma di generalizzazione. Il salvifico compito di insinuare il dubbio tocca questa volta alla Falanghina Santacroce 1990, indiscutibilmente la bottiglia che da sola sarebbe valsa il viaggio, come si dice in questi casi. Un grande bianco senza bisogno di altre precisazioni: non perché è una Falanghina con un quarto di secolo sulle spalle, non perché è memoria liquida di un’epoca poco più che pionieristica per la regione, non perché si è presentata all’appuntamento tirata a lucido. Intendevo esattamente questo con la digressione precedente: per un vino buono, ma buono davvero, non esistono alibi varietali, territoriali o temporali, le regole sono le stesse, dal Sussex a Stellenbosch, dall’Oregon a Marlborough, se l’ambizione è quella di giocare con i migliori.

Frutto fresco, bucce di agrumi, anice, sottofondo iodato, sono suggestioni per molti versi matelicensi quelle che vibrano fin dal primo impatto. Una vitalità primaverile che trova sponda perfetta in un sorso teso e saporito, ritmato dal gioco dolce-acido-salino e del tutto indifferente al minus di peso e volume. Ha il passo progressivo e slanciato di un magnifico mezzofondista, uno come Sebastian Coe che si disimpegnava alla grande tra 800 e 1.500 metri. E, a pensarci, la Falanghina che vale la pena di bere è esattamente così.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.