Il Pinot ramato

Il Pinot ramato

Confesso di non avere una memoria brillante. Nel quotidiano fa cilecca un sacco di volte e anche nel lungo periodo non è un granché.

Sempre proiettato su quel che verrà, verso la prossima cosa da fare, lascio cadere di continuo pezzettini di passato. Un bel problema, anche nel mio lavoro di scribacchino del vino. Tutto il contrario di quell’altro che leggete su questi schermi, alle prese con patologie ben peggiori ma con una capacità d’archiviazione impressionante. Non fosse per lui dimenticherei persino i vini che ho comprato e quelli bevuti.

Ciò premesso, prendete col beneficio del dubbio le suggestioni di uno splendido bicchiere, assaggiato non ricordo dove né quando (capito che non scherzavo?): il Pinot Grigio di Josko Gravner. Mi pare fosse il 2001.

Oggi, per scelta del produttore, quel vino non esiste più. Doveva essere una specie di comprimario, quella volta, ha finito per rubare spazio a tutti, nei miei confusi cassetti della memoria.

Un vino ramato carico, ovviamente frutto della macerazione sulle bucce, che mi ha regalato una prospettiva diversa del Pinot Grigio. Forse quella che più mi affascina.

Tra la fine del 2014 e l’inizio del nuovo anno, chissà perché, mi è capitato di assaggiare un sacco di Pinot Grigio fatti così; un nome su tutti: La Castellada.

Sarà anche per questo che ho deciso, in quel periodo, di andare a trovare Aleks Klinec, sul Collio Sloveno (se capita anche a voi di passare per Medana, posto bellissimo, fermatevi a cena nell’osteria di famiglia e passate a trovare Uros, fratello di Aleks, eccellente affinatore di prosciutti e proprietario di un bellissimo B&B).

Amo i vini Klinec. Sono autentici, personali e complessi quanto immediati. Ricchi di suggestioni quanto facili da bere. I bianchi, come i rossi, prevedono qualche giorno di macerazione sulle bucce. Non più di 4 o 5, però. E’ questo il tempo che Aleks considera giusto per far prevalere il terroir e non la tecnica. Dopo la pressatura i vini finiscono in legni diversi per natura e dimensioni: acacia, gelso, ciliegio selvatico e rovere. Mentre le capacità determinano i nomi dei recipienti: kalater, golber, startin, baton. Se volete un nome secco, a me fa impazzire la Malvasia.

Anche il Pinot Grigio segue lo stesso corso. Qualche giorno fa ho stappato il 2010 con la mia amica Lara. Ha un colore ramato di struggente bellezza e profumi puri, di frutti rossi macerati e umori di cantina. Va giù come acqua di sorgente, con gioiosa naturalezza.

L’abbiamo abbinato ad un pollo ruspante al tegame e ci sembrava di sognare.

Ricordatemelo, vi prego, quando tra un po’ me ne sarò dimenticato.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.