Fulvio Cautiero, the king of Falanghina del Sannio

Fulvio Cautiero, the king of Falanghina del Sannio

«Con i miei pregiudizi ci voglio morire» (Nanni Moretti motiva il suo no all’amico che prova a convincerlo, con scarso successo, dell’opportunità di approfondire la conoscenza de visu con Lorenzo Cherubini alias Jovanotti).

Raccontata live dal mitologico Jean-Paul Gravin, perfettamente a suo agio nella parte del regista romano, vocina stridula inclusa, fa scompisciare. Ma torna utile anche in contesti meno goliardici per chiudere in leggerezza certe discussioni vinose che rischiano di diventare inutilmente pesanti da un momento all’altro. Avete presente, no? Quando vi accusano di non apprezzare una determinata azienda o zona perché siete obnubilati dai preconcetti. Tutta colpa del vostro snobismo fighetto, che vi impedisce di riconoscere il giusto valore a tipologie di grande successo commerciale, mediatico, stocastico, e chi più ne ha più ne metta.

Se bazzicate dalle mie parti, è molto probabile che prima o poi vi ritroviate in una disputa simile sul tema Falanghina e dintorni. E’ di gran lunga il vitigno a bacca bianca più coltivato in Campania e il più rappresentato nelle gamme regionali, con volumi di vendita rimasti stabili anche dopo il superboom di metà anni ’90. E allora pensateci dieci volte prima di liquidarla come una tipologia “minore” rispetto – che so – a Fiano e Greco, specialmente se vi esprimete in consessi pubblici. Perché nel migliore dei casi dovrete rispondere del vostro insopportabile atteggiamento finto-alternativo e di quella puzza sotto al naso che vi tiene incatenati a gerarchie sorpassate, lontane dal “mondo reale”.

moretti nutella

Lasciategli credere che sia effettivamente così, date retta a un cretino. Ammettete serenamente che tutto nasca da un approccio discriminatorio, al quale siete talmente affezionati da volervelo portare nella tomba, appunto. Non obiettate, per carità, che coltivate quantomeno il dubbio, assaggiando da quasi tre lustri oltre 150 bianchi campani da falanghina all’anno. E che sareste i consumatori più felici del mondo se quelle ricognizioni vi scatenassero la voglia di berne e riberne, anche e soprattutto alla luce dei loro prezzi competitivi e della facile reperibilità. Mordetevi la lingua a sangue, insomma, quando siete sul punto di elencare punto per punto i motivi che per voi impediscono al grosso di questi vini – ad oggi – di giocare nello stesso campionato dei migliori bianchi europei.

Per quanto suoni lunare, baruffe medievali di questo tipo sono ancora all’ordine del giorno, e non credo soltanto in Campania. Ingenti energie disperse per una rappresentazione il più possibile rassicurante e (geo)politicamente corretta, ma proprio per questo debolissima. Solo una delle infinite contraddizioni partorite da un sistema comunicativo che da un lato esaspera la retorica delle “eccellenze” e dall’altro non può permettersi di alzare troppo l’asticella. Due passi avanti e tre indietro, perché questo è il risultato quando da una parte ci si impegna per valorizzare le differenze e per spiegare che ogni espressione può trovare la propria collocazione, sui mercati come sulla tavola, fregandosene altamente di classifiche e categorizzazioni. Mentre un momento dopo si prende questa diversità e la si annacqua completamente nel calderone dove tutto è “grande”, ma non si sa bene rispetto a cosa.

Non mi stupisce affatto che la Falanghina sia da così tanto tempo al vertice della filiera bianchista regionale, perlomeno nelle quote viticole e commerciali. Quelle buone sono ideali per aprire una bevuta e per accompagnare una sterminata serie di ricette, non solo locali, con veri e propri matrimoni d’amore ispirati dalle cucine contadine e costiere. Sono le bottiglie che speri di avere a portata di mano quando hai voglia di un bianco delicato ma non necessariamente neutro, fragrante ma non per forza primario o fermentativo, agile e scattante ma senza inutili crudezze e diluizioni. Non voglio e non devo chiedere ad una Falanghina degna di questo nome la potenza viscerale ed indomita dei Greco più caratteriali, non mi aspetto l’eleganza-certezza di invecchiamento di un Fiano ben riuscito e mi interessa fino a un certo punto che si arrampichi a chissà quali vette di complessità.

falanghina del sannio dop

Crediti mappa: campaniastories.com

Il problema è che nove volte su dieci quella gradevolezza che cerco si manifesta in forma di piacioneria, il profilo varietale e territoriale si smarrisce dentro la confezione, la semplicità si fa banalità, le ambizioni dannose velleità. Limiti che emergono soprattutto nelle produzioni del Sannio, il distretto che ospita circa la metà dell’intera superficie vitata regionale e dedica gli spazi più significativi alla varietà. Rispetto ad inizio millennio il livello medio è sicuramente cresciuto e nelle ultime vendemmie si sono progressivamente palesati gli effetti virtuosi del lavoro portato avanti da quello che è nei fatti l’unico vero Consorzio campano per organizzazione, rappresentatività e risorse.

Molto è stato fatto sul piano della tutela, partendo da un’intelligente ristrutturazione delle denominazioni provinciali, che ha portato – fra le varie cose – all’istituzione di una nuova specifica Dop, la Falanghina del Sannio (con possibilità di indicare una delle cinque sottozone: Taburno, Sant’Agata dei Goti, Guardiolo, Solopaca e Solopaca Classico). Così come sono evidenti a tutti gli sforzi fatti dalle aziende beneventane per promuovere collettivamente, in Italia e all’estero, il proprio bianco principe con strumenti efficaci sul piano comunicativo-lobbystico. C’è solo da applaudire, in definitiva, per come si è rafforzata l’immagine della Falanghina agli occhi del pubblico “generalista”e di quello specializzato. Eppure, come detto, alla prova del bicchiere lo scenario resta dal mio punto di vista in larga parte deludente se davvero vengono alimentate aspettative verso vette assolute. La scintilla scatta raramente e risaltano come vere e proprie eccezioni quelle etichette e cantine su cui puntare praticamente ad occhi chiusi da una vendemmia all’altra.

Cautiero - Falanghina '14

Tra queste ci metto sicuramente la Fois di Fulvio Cautiero. E’ il primo nome che mi viene da consigliare agli amici desiderosi di approfondire l’universo falanghina. Compagni di bevute che già da qualche anno si sono scoperti in piena sintonia con le più originali interpretazioni dei Campi Flegrei e cercano di allargare l’orizzonte tra Sannio e Alto Casertano con vini di simile carattere e coerenza territoriale. Quello del giovane vigneron di Frasso Telesino è praticamente il solo bianco beneventano di cui ho fatto scorte in ciascuna delle ultime cinque vendemmie: per quanto mi riguarda è lui il re indiscusso della tipologia e le prime panoramiche della controversa 2014 confermano in pieno la mia convinzione.

E’ una versione forse un po’ meno stratificata e completa rispetto alle due precedenti, le splendide 2013 e 2012, ma poco importa. Ce ne vorrebbero molte di più, di falanghine così pimpanti e coinvolgenti nel sorso, ritmato da uno scheletro salino e linfatico di caratura superiore. E poi che meraviglia quell’apertura aromatica di frutta primaverile ed erbe balsamiche, spontanea nel senso migliore del termine col suo corredo muschiato e fluviale. Le difficoltà del millesimo si palesano soprattutto in chiusura con la leggera diluizione alcolica, ma resta un bianco da bere e da ribere, non solo per dissetarsi in questa canicolare estate. Meno di 10 euro in enoteca.

Azienda Agricola Cautiero

Contrada Arbusti, Frasso Telesino (BN)
Tel. +39 338 7640641
info@cautiero.it
www.cautiero.it

 

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.