Colli di Lapio, Fiano di Avellino 2002: capito perché non possiamo non dirci “irpiniani”?

Colli di Lapio, Fiano di Avellino 2002: capito perché non possiamo non dirci “irpiniani”?

Per quanto ci provi, non riesco del tutto a guarire dal “morbo di Gianni”. Trattasi, come molti sanno, di patologia particolarmente aggressiva che spinge l’appassionato-collezionista a giudicare sempre troppo giovani i vini custoditi nella propria cantina.

Il che va bene quando c’è da aspettare Latour 2010 (a proposito: il mio compleanno è il 13 febbraio, se volete farmi un regalo), un po’ meno se ti convinci che non sia ancora il momento di stappare le Coda di Volpe 1983.

Il fatto è che in quella continua sfida  ai limiti vitali del vino si alimenta un enorme piacere. Perverso e rischioso quanto vi pare, ma pur sempre godimento. Ci si sente un po’ come navigatori omerici, fatalmente attratti dalle colonne di Ercole: nove volte su dieci lo sai che stai a fa’ la cazzata, ma non riesci lo stesso a rinunciare all’avventura. E pazienza se la rotta termina davvero con la fine del mondo e l’abisso. O, fuor di metafora, con il bicchiere riempito di roba marcia, inadatta perfino a sfumare il coniglio.

Direi proprio, però, che non è questo il caso. E che ne è valsa la pena di aspettare 13 anni per stappare l’ultimo Fiano di Avellino 2002 di Colli di Lapio seppellito nello scaffale Irpinia. Ma per una volta sono andato abbastanza sul sicuro: ne presi un paio di casse all’uscita e ho avuto modo di seguirlo nel corso del tempo, con buona pace della mediatica vendemmia disastrosa.

E’ evoluto, naturalmente, ma si è presentato all’appuntamento senza alcuna deriva matura o castagnosa: erbe, fiori e scorze d’agrumi ancora nel cuore del bouquet, fisico da peso medio-leggero, ma sviluppo del sorso teso e ritmato, non certo diluito. Il “morbo di Gianni” torna utile, insomma, per verificare empiricamente tutto il potenziale di certe bottiglie. E ricevere nuovi argomenti con cui provare a spiegare perché la provincia di Avellino è già, di fatto, uno dei grandi terroir bianchisti del mondo.

O semplicemente per ricordare come mai il nome di Clelia Romano resta stabilmente uno dei primi a venire in mente quando si parla di Fiano buono. Il panorama della denominazione si è notevolmente arricchito con tanti protagonisti, che hanno senz’altro contribuito a spostare più in alto l’asticella interpretativa ed emozionale. Ma se parliamo di storia, costanza, fedeltà stilistica, per me la regina degli anni 2000 resta lei, la timida quanto determinata Signora del Grand Cru Arianiello.

Nonostante qualche variabilità di lotti o bottiglie, faccio davvero fatica a trovare una riuscita veramente “minore” negli oltre vent’anni di Fiano targati Colli di Lapio. Mi avevano convinto un po’ meno quelle del trittico 2010-2012, ma già il 2013 ha rimesso in buona parte le cose a posto, dal mio punto di vista. Del resto la reputazione di una zona si costruisce anche così: le certezze nel vino non esistono, ma di sicuro aiutano.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.