La sindrome del Pian del Ciampolo

La sindrome del Pian del Ciampolo

Negli ultimi giorni ho riabbracciato un’amica, compagna di liceo, che non vedevo da un sacco di anni. Lara vive a Londra, si occupa di critica Jazz e attualmente lavora alla BBC Radio 3. E’ stato bello ritrovarsi.
Chiacchierando a ruota libera, tra ricordi remoti e sommari aggiornamenti sugli ultimi vent’anni, siamo finiti a parlare dei nostri lavori, trovando non pochi punti di contatto.
“Devo confessarti una cosa – mi fa – ultimamente ho una specie di crisi di rigetto nei confronti della musica. Dopo averla ascoltata ogni istante, per non so quanti anni, ora faccio una fatica tremenda. Devo quasi violentarmi per fare il mio lavoro. A te non capita col vino?”

Per fortuna no, non mi capita, anche se a volte qualche piccolo cedimento c’è stato. Credo sia inevitabile. Per ora solo crisi passeggere, facili da superare con un paio di giorni d’astinenza. Niente che mi faccia seriamente barcollare.
La faccenda però mi ha fatto riflettere e credo abbia diversi spunti interessanti.

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Immergersi profondamente in un mondo, viverlo in maniera totale e farne una professione ti fa accumulare un sacco di esperienza e una grande capacità di comprensione della materia. Allo stesso tempo, se il ruolo è quello di critico o di narratore, c’è il pericolo che tutta questa sovraesposizione ti faccia vivere la cosa in maniera totalmente diversa rispetto alla gran parte del tuo pubblico. Con evidenti pericoli di comprensione reciproca.

Assaggiare vino tutti i giorni porterà prevedibilmente una certa insofferenza verso quelli più materici, strutturati, particolarmente ricchi di alcol e tannini. Cosa che non per forza capiterà al bevitore occasionale, che magari si scola una bottiglia con gli amici di tanto in tanto.

Quelli che al degustatore seriale dal palato saturo appaiono come intollerabili eccessi, saranno magari per il bevitore occasionale sensazioni confortanti, piacevoli, addirittura da ricercare.

Il punto è questo: il critico ha il compito di esaminare la faccenda nella maniera più oggettiva possibile, non sacrificando la purezza del giudizio ma cercando di mettere da parte le posizioni troppo individuali e personali. Di contro, il rischio è quello di parlare alle poche persone che la pensano esattamente alla stessa maniera e risultare incomprensibile a tutti gli altri.

Dopo la sbornia degli anni Novanta e dei primi Duemila, pare ci sia invece una rincorsa della critica a mettere in luce un modello ben preciso, fatto solo e soltanto di vini scarichi, impalpabili, quanto più leggeri possibile. Vini “in sottrazione” che, a forza di togliere, spesso lasciano poco nel bicchiere.

Da un po’ di tempo, con alcuni illustri colleghi (!), abbiamo etichettato questa curiosa patologia “Sindrome del Pian del Ciampolo”.

Il Pian del Ciampolo è un vino delizioso, che berrei tutti i giorni se potessi, eppure inferiore in termini assoluti rispetto ai fratelli Montevertine e Pergole Torte. Un vino che gioca benissimo la sua partita ma che non me la sentirei di mettere in una posizione che non gli spetta; cosa che invece vedo spesso fare in giro, con lui e con tanti altri del genere.

L’immediatezza, la freschezza, la facilità di beva sono senz’altro valori positivi ma i grandi vini, quelli pensati per durare a lungo in bottiglia, devono avere per forza anche altre doti e meritano un giudizio in prospettiva. Non è colpa loro se abbiamo le papille stanche.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.