E adesso tutti vogliono il Barolo


I perditempo che seguono questo blog, ricorderanno le convinte prese di posizione dei suoi autori sulla 2010 del vino (link).

“Grande annata europea”, la definimmo qualche tempo fa, al momento dei primi assaggi in cantina. Posizione supportata da innumerevoli riprove, bottiglie stappate e comparazioni.

A parte qualche ovvio distinguo e i necessari aggiustamenti in corsa alla mappa del millesimo, la 2010 resta e si conferma, almeno per i babbei scriventi su questi schermi, una vera perla per finezza, articolazione aromatica, ricchezza di dettaglio, tessitura, profondità, puntualità tannica e potenziale di invecchiamento.

Tra i territori che più hanno giovato di queste condizioni, quello del Barolo occupa un posto di primissimo piano. Hai voglia a sperare in una nuova cantonata della stampa americana (vedi sproloqui su ’90 e 2000); quelli si sono fatti furbi e stavolta le critiche sono andate nel verso che ci aspettavamo.

Il risultato è presto detto e l’ultimo giro di Langa ce lo ha inequivocabilmente confermato: i Barolo 2010 si sono volatilizzati. Puff, spariti, usciti per sempre dalle cantine alla velocità della luce.

Non parliamo solo dei mostri sacri: gli sberleffi di Beppe e Marta Rinaldi ce li aspettavamo, così come la tenace resistenza di Maria Teresa Mascarello alla richiesta di un paio di bottiglie, portate via da via Roma con un’opera diplomatica degna di Talleyrand; nossignore, anche le firme meno note o semi-sconosciute hanno finito le loro scorte.

Sold out. Pareva di stare in Borgogna, segno chiaro come il sole della bontà del millesimo e di una congiuntura a dir poco favorevole. Perchè la faccenda appare più ricca, complessa e duratura di una semplice buona annata.

La 2010, a Barolo e dintorni, sembra più una miccia che una bomba esplosa. La sensazione è che i suoi effetti saranno di lungo periodo, tanto da constringerci a rivedere lo schema con cui abbiamo osservato la denominazione fino ad oggi e la gerarchia stessa dei grandi vini d’Europa. Almeno su un piano squisitamente commerciale e d’immagine.

Esagerazioni? Non crediamo. Se è vero che può apparire un non senso parlare di “esplosione” per uno dei vini rossi italiani più importanti, storici e blasonati, è altrettanto evidente che la partita a cui ci riferiamo non è per lo scudetto ma per la Champions. Il Barolo gioca la Coppa dei Campioni e non lo fa da comprimario. Se ne è accorta la critica internazionale così come i grandi buyer e i più esigenti appassionati del mondo, sempre più spaventati dai prezzi, dalle schizofrenie e dalle carenze dei super distretti francesi.

Il Barolo ha giocato bene, è cresciuto, ha saputo aspettare e si è fatto trovare pronto al momento giusto. Il Barolo oggi è lassù, a un’incollatura dagli inarrivabili, comunque nell’Olimpo.

Siamo convinti che questo successo faccia bene a tutto il vino italiano perché sposta i riflettori del mondo sul nostro paese. Certo “da un grande potere derivano grandi responsabilità”. Niente è acquisito per sempre, specie in un mondo che viaggia veloce e non guarda in faccia a nessuno.

Le parole di Vittore Alessandria*, carpite qualche giorno fa nella sua cantina di Verduno, ci paiono importanti: fotografano la situazione positiva senza ipocrisia, ma impongono anche riflessioni urgenti e moniti per il futuro.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.