Barolo 1999 Bartolo Mascarello: madeleine, Barolo Boys e Langa boom

Ci sono bottiglie che fanno bene all’anima, a prescindere da loro valore espressivo e valutativo. Non dico niente di nuovo o di originale, ma è semplicemente così che funziona: stappi e ti spunta automaticamente un sorriso. Perché ti ricordano persone a cui sei legato, luoghi in cui ti sei sentito a casa, attimi più o meno fugaci di gioia e pienezza.

Quando si introduce così un vino, di solito è per edulcorare una qualche delusione organolettica. Ma non è questo il caso: il ’99 di Mascarello da poco riassaggiato è un ottimo Barolo, specialmente sul piano gustativo, grazie alla sua struttura agile e saporita, il tannino succulento, la facilità di beva. Non è un mostro di lunghezza e profondità, il naso ha bisogno di tanto ossigeno per aprirsi su radici, terra bagnata, spezie scure, erbe e fiori essiccati, non sembra aver ulteriori margini di miglioramento, ma come detto chi se ne frega. E’ molto più di quanto voglia chiedere ad una bottiglia che per me significa tante cose, una di quelle che più sono felice di avere comunque in cantina.

Ne prendemmo un bel po’ (dove il noi include l’altro cialtrone etrusco, nonché azionista di maggioranza di questo inutile blog) in occasione del primo viaggio in Langa, datato aprile 2004. Dopo aver passato due ore semplicemente indimenticabili in compagnia del signor Bartolo nel suo studiolo, ad ascoltare storie di guerra e di Langa e a farci spiegare a viva voce perché si arriva a scrivere su un’etichetta “No barrique, no Berlusconi”. Immagino gliel’avessero chiesto miliardi di altre volte, ma la bellezza del ricordo è legata proprio alla pazienza, alla delicatezza, alla serenità di quell’uomo, che non si sarebbe mai stancato di raccontarlo fino a che ne avesse avuto la possibilità.

Non è una questione di stucchevoli amarcord o mitizzazioni un tanto al chilo: a differenza di altri che erano lì per rendere omaggio ad una sorta di eroe di molte battaglie, noi sapevamo poco o nulla della sua ultima “guerra”. Perché guerra culturale e generazionale è stata, nei fatti. Quella che lo aveva eletto sul campo generale di corpo d’armata, simbolo di un certo modo di pensare al nebbiolo e alla tradizione in generale. Da qualunque punto la si guardi, credo che Paolo Casalis e Tiziano Gaia abbiano scelto con grande intelligenza il momento in cui girare e presentare al pubblico il loro cine-documentario “Barolo Boys”. Se ne sta parlando abbastanza in questi mesi, almeno nella cerchia degli appassionati e degli addetti ai lavori più impegnati, per cui è inutile riaprire qui il dibattito. Quello che mi interessava sottolineare è la “tempestività” di questo lavoro. Da una parte è trascorso un periodo adeguato al racconto di vicende accadute soprattutto tra la fine degli anni ’80 e i primi anni 2000. Dall’altra non è una storia così lontana nella memoria e negli umori di tanti protagonisti, specialmente nella comunità langarola, in grado quindi di suscitare interesse e partecipazione, come è facile concludere dando uno sguardo alle discussioni a cui accennavo prima. Oppure pensando al passaggio televisivo su Rai 2, il sostegno di Farinetti, le proiezioni organizzate e seguite da vari confronti, gli ottimi risultati di distribuzione e visione (anche in streaming) del documentario.

Io e Antonio siamo in qualche modo lo spettatore tipo, incuriosito e coinvolto da un lavoro come Barolo Boys, a prescindere dalle questioni di merito. Come dicevo, ci siamo trovati a girovagare per la prima volta in Langa in una fase storica che oggi riconosco un po’ come la parte finale del film. Ci sembrò, senza capirne bene le dinamiche, di incontrare una serie di reduci, dell’uno e dell’altro fronte, che stavano facendo ritorno a casa dopo l’armistizio. Facce su cui facevi fatica a distinguere le curve dritte della tregua e i solchi della stanchezza, illuminate da un sorriso amaro. La smorfia di chi riconosce l’inevitabilità di certe battaglie ma non per questo ne ricava gioia, godimento, sollievo. Sono convinto che molti dei personaggi trasformatisi in antagonisti, se la sarebbe volentieri risparmiata una buona parte di quelle polarizzazioni, in alcuni casi manifestatesi perfino in ambito familiare. Per “colpa” del nebbiolo, e di quello che poteva rappresentare per il presente e per il futuro di Langa, hanno litigato padri e figli, fratelli e sorelle, si sono distrutte amicizie decennali, si sono consumati sogni e speranze. E nessuno ne esce completamente indenne nel fisico e nell’anima, da cose così.

Quel primo viaggio occupa un posto speciale nella nostra testa, anzi cruciale, proprio per il suo valore oserei dire antropologico. Un’aria talmente impregnata di cambiamenti filosofici e gerarchici da palesarsi anche a due quasi neofiti. La respirammo a pieni polmoni, con il limite e la fortuna di menti totalmente sgombre anche solo da un abbozzo di posizione precostituita sul tema. E infatti la memoria fissa nel medesimo sorriso le immagini della chiacchierata col signor Bartolo insieme a quelle dell’incontro con Domenico Clerico, e dei suoi compagni di allora. Come in una specie di film sviluppato su trame parallele, il giorno successivo alla visita da Mascarello ci ritrovammo – e ancora oggi non sappiamo come – a cenare con buona parte del gruppo di Langa In. Forse ipnotizzati dalle mani del buon Domenico, gigantesche come la sua simpatia travolgente, fummo letteralmente trascinati ad una delle tante serate auto-organizzate insieme ad un gruppo importante di vignerons come Conterno Fantino, Parusso e altri, capitanati da Giorgio Rivetti alias La Spinetta. Che aveva lo specifico compito quella sera di scegliere le bottiglie da assaggiare rigorosamente alla cieca, pescate dalla carta a dir poco profonda del ristorante Felicìn di Monforte d’Alba. Solo strada facendo scoprimmo il tema conduttore proposto da Rivetti: una decina di Barolo del 1990, alcuni dei quali prodotti dai partecipanti alla cena.

Ci divertimmo come bambini al luna park, in un’atmosfera gioiosa e goliardica, al tempo stesso malinconica, che mi ha sempre fatto pensare ai primi Amici Miei di Monicelli. C’era convivialità complice e un pizzico di autocompiacimento, totalmente compensati dalla voglia sincera di giocare e mettersi in discussione. Senza ipocrisie o filtri, perché la cieca è cieca e nessuno deve farsi un dramma se si trova a bastonare il vino dell’amico. Oppure, come successe più di un paio di volte, la propria stessa creatura. In mezzo a tanti vini che ricordo molto buoni, come il Sorì Ginestra di Conterno Fantino o il Ciabot di Clerico, ce n’erano altri già abbastanza affaticati, autunnali, asciugati. Tratti spesso incontrati in altri assaggi successivi di nebbiolo provenienti dall’annata 1990, non solo di stampo “moderno”.

Oggi lo capisco meglio quel velo di spleen che si insinuava nel simposio di bottiglie e risate: probabilmente lo sentivano, lo sapevano, che non sarebbe stato per sempre così. Perché c’è un tempo per viaggiare insieme e un altro da affrontare seguendo traiettorie in solitudine. Perché sono gli ultimi fotogrammi di un certo tipo di avventura, o almeno del suo acme epico, gli ultimi intrecci prima che la compagnia si sciolga. Frodo sarà in ogni caso da solo davanti al fuoco del monte Fato, e ognuno a un certo punto deve portare a destinazione il proprio anello. Chi cerca in Barolo Boys una narrazione di vincitori e vinti, di torti e ragioni, di verità e bugie, dal mio punto di vista ha praticamente capito poco o nulla. Quella è prima di tutto la storia di una generazione e del suo tentativo di regalarsi un futuro, mescolando patricidi e amicizie, osando ed esagerando, costantemente in bilico tra troppa fame e troppa sazietà.

Opinioni e confronti sono il sale della passione, ma di tanto in tanto è giusto e doveroso lasciare spazio ai fatti nudi e crudi. Uno di questi è che la Langa di oggi è uno dei territori vinicoli più forti e prestigiosi d’Europa, definitivamente esploso nella sua dimensione mondiale. Siamo freschi reduci da un passaggio veloce tra Barolo e dintorni, e mai come questa volta ci è sembrato di vivere un continuo déja vu di situazioni incontrate in giro tra i più collaudati distretti di Francia. Etichette esaurite da mesi, assegnazioni contingentate, cru e selezioni disponibili solo in abbinamento con altre tipologie, significativi aumenti dei listini, ricarichi sui mercati secondari decisamente superiori rispetto a un recente passato, e così via. Naturalmente non è accaduto dalla sera alla mattina, e per i produttori top era già così da un po’. Ma la grande differenza è proprio questa: non sono più soltanto i Conterno e i Giacosa, i Vietti e i Roagna a potersi permettere certi meccanismi commerciali, ma c’è un’onda lunga che sta facendo sentire i suoi effetti su tutta la filiera. Finendo per coinvolgere un’ampia serie di realtà semi-sconosciute anche nel ristretto circolo degli addetti ai lavori.

Complice un’annata come la 2010, accolta con entusiasmo trasversale di critica e pubblico, la domanda di nebbiolo – Barolo in primis – si è vertiginosamente impennata, da New York ad Hong Kong. E i mercati con elevate possibilità di spesa stanno rastrellando tutto il rastrellabile, senza badare troppo ai prezzi, percepiti più che competitivi nella media, specie se confrontati con quelli raggiunti dal grosso delle gamme borgognone. Per ogni Monfortino da 350 e più euro in Langa si possono ancora trovare, o forse ahimé si potevano, signori vini a ridosso dei 30 euro, e cercando bene anche a meno. Listini che in Cote d’Or consentono oggi di recuperare un Bourgogne d’entrata di buon manico, o al massimo un premier cru di azienda o zona “minore”.

Difficile prevedere cosa accadrà da adesso in poi, il rischio che qualcuno si faccia nuovamente prendere la mano chiaramente c’è, ma sono ragionevolmente convinto che non si tratti solo di una bolla speculativa momentanea. E’ un territorio maturo e consapevole, sempre più articolato da un punto di vista stilistico ed umano, quello chiamato a dover gestire questo successo, solo in apparenza improvviso od estemporaneo. Un boom che sarebbe con buona probabilità arrivato ugualmente anche senza diatribe tecniche e contrapposizioni, senza match tra barrique e botte grande, tradizione e modernità, Barolo Boys e ultimi dei Mohicani. Ma, per quanto divertenti, restano questioni che appartengono al mondo del fantavino: non c’è controprova e i fatti dicono che alla tempesta è seguita molto più di una quiete.

Da compratore e bevitore non posso essere contento di dover pagare di più i vini che mi piacciono, ovviamente. Ma bisogna fare attenzione a non confondere i due aspetti, quello strutturale e quello edonistico. Una ricostruzione credibile delle vicende storiche ed economiche di un comprensorio come quello langarolo non ammette distorsioni emotive, per molti versi inevitabili quando si è parte in causa. C’è sempre un prezzo da pagare ai cambiamenti e non è ancora così semplice determinarlo con esattezza, né è operazione agevole stabilire chi, tra i giocatori in campo, ha guadagnato o perso di più. Oggi tocca a noi appassionati precari, con stipendi italiani, il ruolo di anello debole della catena, che lo vogliamo o meno. La qualità si paga ed è appannaggio dei ricchi, una storia vecchia quanto il mondo. Come mi faceva ragionare Antonio qualche sera fa, si sta solo completando il processo di trasformazione del nostro paese – settore vitivinicolo incluso – in colonia a cui si chiede di generare eccellenze che altri si godranno in angoli del mondo lontani. Ora è il momento della Langa e del Barolo. E se sta accadendo, forse è il caso di voltarsi indietro con uno sguardo un tantino più razionale e costruttivo di quello disegnato dai più comodi meccanismi manichei.

Crediti foto: vin-redorwhite.cocolog-nifty.com, paolociaberta.eu, barolo boys, myslowburninglife.blogspot.com

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.