Giacosa Story. O della perfetta imperfezione

In linea con la gloriosa tradizione del blog, questo post non ha alcuna funzione informativa. Oggi come oggi dieci minuti sono assai preziosi e non vale certo la pena di sprecarli per leggere la miliardesima volta che:

Bruno Giacosa è uno dei migliori produttori del mondo e probabilmente il più grande négociant italiano di tutti i tempi;

– nessuno come lui ha saputo esprimersi a livelli così alti sia sui Barolo che sui Barbaresco, rendendo nei fatti impossibile una gerarchia tra fratelli nebbioleschi “maggiori” e “minori”;

– le sue bottiglie, specie quelle più “anziane”, non si trovano al supermercato né vengono via a prezzi da “bere quotidiano”;

– un portafogli capiente aiuta per regalarsi una retrospettiva a tema, ma spesso non è sufficiente nemmeno quello: sono bottiglie molto rare, alcune delle quali ormai introvabili, e ancora meno sono quelle di provenienza certa, conservate per decenni con tutti i crismi senza aver fatto già tre volte il giro del mondo.

E’ uno di quei casi, insomma, dove conta più un amico generoso di una carta di credito platino. Non posso fare a meno, dunque, di ringraziare ancora una volta Luca “Boston” per aver voluto condividere i gioielli custoditi nella sua cantina, dandoci modo di emozionarci ancora con le creazioni del Bruno nazionale. Una fortuna più individuale che collettiva, lo riconosco, che rende ben poco interattivo il resoconto di una giornata splendida, impreziosita dalla allegra compagnia e dalla cucina di Amerigo, vero e proprio luogo di pellegrinaggio gastronomico sui Colli Bolognesi, a Savigno *.

Chi ha esperienze di assaggio sui “vecchi” Giacosa sa quanto sia difficile imbattersi in un filotto di bottiglie integre e in perfetta forma. E questa è la prima “notizia” delle domenica emiliana: per i motivi ricordati prima, si incontrano sul web tante note di assaggio che raccontano di vini trovati più evoluti del previsto, in ultima analisi deludenti rispetto al loro blasone. Il famoso “brodo giacosiano”, di cui hanno spesso scritto anche illustri enonarratori, non solo contemporanei. Questa volta no: solo in un paio di casi abbiamo avuto il sospetto di esemplari “sottoperformanti”, mentre su alcune annate ci siamo imbattuti nel nostro best ever, in rapporto a precedenti test.

Proprio per questo, senza l’alibi della cattiva conservazione, ci si può forse permettere di segnalare qualche chiaroscuro in mezzo a tanta carismatica magnificenza. Capiamoci, è il classico “fare le pulci”, il piccolo rilievo che ci si consente davanti al fuoriclasse, il mezzo punto in pagella che si scala a Messi quando non gioca da marziano. L’ultima retrospettiva consolida un’idea maturata in questi anni: Giacosa parla al cuore più che al cervello. Amo incondizionatamente i suoi nebbiolo, non c’è nessun altro produttore di Langa che sappia toccare certe corde emozionali tutte mie con uguale costanza e riconoscibilità. Ma sono sempre più convinto che si tratti di sinapsi attivate da doti che molto poco hanno a che fare con la “perfezione”.

Come provavo a sottolineare qualche tempo fa (link), è il Monfortino di Conterno quello “perfetto”, strutturalmente completo, stilisticamente inappuntabile, sostanzialmente cannibale. I vecchi Giacosa sembrano compensare con la magia quello che a volte manca in definizione e cesello, specialmente dal punto di vista tannico. Uno straordinario manico capace di superare qualche limite di materia prima, confesso di aver pensato in diversi casi. Pochi conoscono i cru di Langa e i loro più intimi segreti come il signor Bruno e nessuno come lui è riuscito a plasmare capolavori da uve (e talvolta vini) acquistate da terzi. Ed è un talento che a mio avviso è stato ulteriormente nutrito dalla necessità di cucire e ricamare una stoffa delicata, facile da rovinare. Più sensibilità di sarto-affinatore che viticoltura, sintetizzando brutalmente e instintivamente, nelle tante mitiche riuscite vestite di bianco e di rosso, da lui firmate in oltre mezzo secolo di carriera. Ce n’era una bella rappresentanza anche questa volta, ecco allora un po’ di appunti presi tra un tortellino e una doppietta di uova e purè al tartufo.


Giacosa Story – I Vini

Barolo Collina Rionda Etichetta Rossa 1967

Pronti, via, subito una scarica di vibrazioni e meraviglia. Buona annata ma non così celebrata in Langa per un Collina Rionda (Serralunga) ’67 decisamente tonico al naso con frutto rosso vivo, pesca bianca, pomodorino del piennolo a ricordare il sottofondo affumicato, quasi vulcanico. Nel bicchiere si schiarisce ulteriormente, non cade mai su cupezze eccessivamente terziarie, mentre i segnali del tempo si avvertono maggiormente nel sorso. Manca un po’ di fittezza e allungo, ma tutto è presto dimenticato grazie al bellissimo finale umami.

Barolo Bussia Etichetta Rossa 1974

Vale in qualche modo il discorso inverso rispetto a quanto segnalato per il Rionda ’67. Qui è il naso a soffrire con toni di castagna infornata, cugnà, leggero glutammato, mentre la bocca si rivela più dolce, fresca e reattiva. Il tannino è meno risolto, come capita con diversi ’74, ma anche in questo caso è una bottiglia superiore alle aspettative, oltretutto ancora capace di restituire gli inconfondibili umori balsamici della vigna di Monforte.

Barolo Falletto Etichetta Bianca 1982

Non tutti apprezzano a pieno la sfacciata e scalpitante solarità degli ’82 di Langa, vendemmia da sempre considerata a cinque stelle, nella quale è nato quello che per molti è il miglior rosso italiano di sempre, ovvero il Collina Rionda proprio di “Magrone” Giacosa. Soprannome che mal si adatta di certo al Falletto Etichetta Bianca pari annata, molto “’82” nei suoi potenti timbri animali e balsamici, che lasciano spazio a suggestioni molto integre di frutto rosso appena spremuto, cocomero, lampone. Ci si aspetta e si trova un palato pieno e sostenuto grazie prima di tutto al tannino fitto, maturo, saporito: stoffa ed energia ad illuminare uno dei vini di giornata.

Barbaresco Gallina Etichetta Bianca 1985

Ci sono diversi punti di contatto, nel carattere più che nell’andamento climatico, tra i millesimi 1982 e 1985, quest’ultimo forse un po’ più austero. Ed è di nuovo la coerenza vendemmiale la prima dote che si apprezza in un Gallina (Neive) sorprendente per integrità e brillantezza aromatica. Ribes bianco, erbe officinali, tocchi cioccolatosi, c’è calore ma anche tanta linfa sapida; cede qualcosa alla distanza, ma è soprattutto la trama spigolosa del tannino a renderlo meno armonioso e completo di altre versioni.

Barbaresco Riserva Etichetta Rossa 1990

E’ la prima volta che mi imbatto in una Riserva “generica” vestita di rosso, senza ulteriore indicazione di cru. Evidentemente il signor Bruno nell’annata ‘90 ritenne di avere a disposizione materie prime molto valide su larga scala, non solo dalle sue vigne più famose. Ci siamo già soffermati più volte sui limiti di tenuta manifestati da tanti ’90 di Langa e non mi ripeto, anche perché in questo caso se ne colgono ben pochi. Amarena, ciliegia, noce moscata, iodio e rabarbaro: c’è gioventù aromatica, ampiezza e complessità, appena “sporcata” dalla sosta nel bicchiere, che vira su sensazioni salmastre. La vendemmia generosa si avverte anche in un sorso orizzontale e materico, impostato sul sapore più che sul nerbo. Il tannino non è inappuntabile, ma c’è talmente tanto succo da passare quasi inosservato. In beva.

Barbaresco Asili Riserva Etichetta Rossa 1990

Ridurre il vino a una questione di classifiche e vincitori è operazione ingenua, oltre che poco utile. Ma i confronti servono eccome per collocare ogni bottiglia nella sua finestra e capire cosa è giusto aspettarsi di volta in volta: la Riserva ’90 “generica” sarebbe il vincitore di tappa in tantissime sessioni, ma quando compare a tavola l’Asili (Barbaresco di Barbaresco) pari annata ci vuole un attimo a capire che il meglio doveva ancora venire. Ha un naso semplicemente spaventoso, tra anguria, fiori freschi, liquirizia, pepe bianco e tutte le sfumature più belle e classiche del nebbiolo. Solo la grana tannica non è forse quella dei fuoriclasse assoluti, ma entra di diritto nel novero dei migliori del millesimo col suo passo felpato e orgoglioso.

Barolo Collina Rionda Riserva Etichetta Rossa 1990

Impressioni speculari rispetto all’Asili, ma esiti molto simili per un Collina Rionda altrettanto maestoso, a maggior ragione se confrontato con gli altri grandi nebbiolo del ’90, Monfortino incluso (ma forse Monprivato di Mascarello…). E’ vino totalmente di bocca: dolce e salato, fitto e innervato di energia dall’inizio alla fine, con persistenza misurabile in minuti e gratitudine indelebile derivante dalla certezza di essere stati al cospetto di un totem, un paradigma, un’epitome di Langa. Il naso è più rustico per effetto di note brodose un po’ troppo in primo piano accanto a mora di rovo, scoglio e radici di genziana. Poco importa a coloro che il vino amano più berlo che annusarlo.

Barbaresco Santo Stefano Riserva Etichetta Rossa 1990

Ancora una ’90 di rosso vestita, questa volta per abbigliare una delle vigne del cuore di Bruno Giacosa, il Santo Stefano di Neive. Dopo la bocca del Rionda è difficile per qualsiasi vino giocarsi le proprie carte senza sfigurare: lotta e combatte fieramente, ma resta (almeno per quel che dice questa bottiglia) il più “debole” della piccola significativa orizzontale.

Barbaresco Santo Stefano Riserva Etichetta Rossa 1989

E’ l’unica bottiglia sicuramente “sottoperformante” rispetto ad altre incontrate in precedenti occasioni. Santo Stefano Etichetta Rossa 1989 in forma perfetta è uno dei più splendidi e splendenti nebbiolo dell’ultimo secolo, una sublimazione liquida dei fiori, degli agrumi e della finezza. Questo campione era invece sostanzialmente muto al naso e un po’ polveroso nella trama, ma nel mezzo riusciva lo stesso a farsi ascoltare una voce melodiosa, vitaminica, assolutamente reattiva.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.