Francesco (De) Pascale ha 40 anni

Raccontare in poche parole, perfino le MIE poche parole, chi è Francesco Pascale (ma tutti lo chiamavano Francesco DE Pascale) è impresa praticamente impossibile. Ma soprattutto non è divertente quanto farselo raccontare direttamente da lui, il miglior biografo di sé stesso che io conosca, autentico artista-poeta-mattatore prestato al mondo del vino.

Con il fratello Roberto guida la più conosciuta e longeva pasticceria di Avellino *, vero e proprio pezzo di storia della città, nata ai primi del Novecento come panetteria-alimentari e diventata nel tempo, anche e soprattutto grazie a lui, una delle più prestigiose e fornite bottiglierie campane. Uno di quegli indirizzi, purtroppo sempre più rari, capaci di dare pieno senso ancora oggi al ruolo dell’enotecario: un appassionato e un curioso, prima che un commerciante, a cui il cliente possa affidarsi quasi ad occhi chiusi per un consiglio, un percorso di scoperta e riscoperta, per l’abbinamento ad hoc e la bottiglia giusta, prima di tutto per le proprie tasche.

Francesco è tutto questo e molto di più, come ben sintetizza il suo motto preferito: “il vino è storia e geografia liquida”. Di viaggi nel tempo e nello spazio ne ha fatti tanti in quasi vent’anni di “professione”, prima col corso da sommelier, poi con le degustazioni a tema, le visite in cantina, gli scouting nelle principali fiere del settore. Insieme abbiamo condiviso il pezzo di strada per me più divertente ed esaltante, quello quasi bulimico degli inizi, quando ogni martedì sera (senza eccezioni) ci trovavamo con la combriccola a giocare tra cieche e punteggi, sparando fesserie e chiudendo regolarmente all’alba con la saga di Gambardella, mitologico protagonista delle barzellette raccontate da Francesco.



Il tempo ma soprattutto la vecchiaia hanno costretto a diradare di molto i nostri ritrovi bevitori, ma il Franck Pascal irpino * non si è certo fermato, diventando uno dei principali animatori dei L.A.S.P. Sono i Liberi Assaggiatori Senza Pregiudizi, formidabile e affiatato gruppo con cui è un piacere trovarsi a tavola per l’approccio estremamente rilassato, che fa il paio con la grande passione e competenza dei singoli. C’è il vulcanico presidente Pietro e l’istrionico Silvestro con la sua “bacheca” (i migliori vini sotto i 10 euro a scaffale), la talentuosa Antonella affetta da borgognite e quell’enciclopedia vivente del mitico professor Guglielmo Bellelli (a proposito: date un’occhiata al suo blog World Wine Web * e al suo ultimo libro, il godibilissimo “Il Vino ai tempi dello Spread”, Adda Edizioni * ). Ma è tutta la compagnia a meritarsi periodicamente le performance del nostro Francesco, ritrovato ai massimi livelli per un’occasione speciale: anagraficamente, e sottolineo anagraficamente, è arrivato per lui l’appuntamento con i 40 anni e ha deciso di festeggiarli alla grande, è proprio il caso di dirlo, con una serata tutta Magnum.

Il momento più emozionante è stato sicuramente quello iniziale, quando Francesco ha ripercorso con un suo scritto inedito le tappe più significative di questi primi quattro decenni: gioie e dolori, cadute e risalite, delusioni e affetti. Nessun bilancio, però, perché il Peter Pan che è in lui non rinuncia a volare e noi abbiamo sempre tanta sete. Placata, almeno per quella sera, da una serie di bellissime bottiglie, condivise con la consueta proverbiale generosità e il solito spirito. Quello di chi non chiede altro che compagni di viaggio con cui sorridere senza guardare l’orologio, davanti ad un buon bicchiere o con una bella storia. E non importa se la conosci già: ogni volta sarà diversa. Di nuovo buon compleanno, Francesco, ora lasciami scrivere due righe per far schiattare di invidia i lettori di tipicamente.

Champagne Reliance Extra Brut – Franck Pascal

Un Franck Pascal più “biodinamico” del solito: estremamente sulfureo, qualche tocco tra gin e whisky, leggera impronta ossidativa a fronte di un’acidità molto sostenuta che non si trasforma completamente in sapore. Personalità indiscutibile, comunque.


Champagne Ay Grand Cru Réserve Brut – Henry Giraud

Stile Giraud, col legno che tira verso note riduttive-tostate, frutto maturo ma senza code ossidative, bocca piena ed energica, un po’ vecchio stile ma convincente.


Faro Palari ’07 – Palari

Si conferma una riuscita minore per il vino di Salvatore Geraci: note scure e mature, tocchi di melanzane, più mediterraneo che vulcanico, bocca di sviluppo asciutto e non pienamente supportata, tannini un po’ troppo polverosi, meno sapore del solito. Difficile immaginare una crescita nei prossimi anni.


Gattinara Riserva ’05 – Paride Iaretti

Territorialmente molto riconoscibile, con frutto chiaro, speziatura delicata, tracce officinali, forse solo un po’ semplice senza tutti gli approfondimenti rugginosi e agrumati che ci si aspetta da un Gattinara. Schema simile in bocca: ha sobrietà e misura, corpo leggero ma puntellato, tannino appena gessoso, comunque da uva e vinaccioli, buona lunghezza. Non un mostro di complessità, ma vino a dir poco onesto e stilisticamente molto apprezzabile.


Nuits-Saint-Georges 1er cru Clos de la Marechale ’08 – Mugnier
Agevolmente il vino della serata, se ha senso eleggerne uno: naso da subito splendido, ampio e sfaccettato, con frutto chiaro rigoglioso, speziatura orientale fine, tocchi mentolati, passo quasi Chambolle, utilizzo del legno magistrale. Bocca altrettanto femminile e ricca di charme, leggiadra ma non certo sottile, saporita, linfatica, sferica ma continuamente in spinta, giovanile ma non cruda. Non è all’apice ma è già un vino di classe, perfettamente in linea con lo stile maison.


Haut-Médoc ’09 – Chateau Cantemerle

Bordolese riconoscibile ma di stampo più “italiano”, giocato sul frutto maturo più che sulla stratificazione aromatica. Buona agilità ma in definitiva poco mobile e un po’ crudo nel sorso, con un apporto tannico non particolarmente raffinato. Da una parte soffre la gioventù, dall’altra non sembra avere margini per diventare chissà che.


Bolgheri Superiore Ornellaia ’09 – Tenuta dell’Ornellaia

Praticamente ingiudicabile in questa fase, aperto con almeno un lustro di anticipo. Almeno. Ha tanta buona materia e altrettanta freschezza, questo sì che lascia intravedere grandi prospettive, ma è davvero troppo primario e serrato in questa fase, ma non per eccessi boisé o estrattivi.


L’Apparita ’04 – Castello di Ama

Mi mette in difficoltà alla cieca, si sente un carattere chiantigiano ma anche un frutto scuro al limite del surmaturo, con infusi di erbe e tocchi vegetali. E’ vino molto contraddittorio: non manca certo di freschezza, ma è un apporto un po’ scisso dal centro bocca e la chiusura non è delle più brillanti e armoniose.

Chianti Classico Vigneto di Campolungo Riserva ’08 – Lamole di Lamole

Una bella sorpresa, apprezzabile prima di tutto per la coerenza territoriale. Si arriva rapidamente a Lamole per il frutto scuro molto turgido (ribes nero e mirtillo) che si completa con radici chiare, humus, macchia “fredda”. Rispetto al Vigna Grospoli pari annata ha meno fittezza sapida e scheletro, non ha l’espansione dei fuoriclasse, cede qualcosa nel finale, ma si beve con grande piacere e considerando il prezzo viene voglia di seguirlo ancora.


Le Pergole Torte ’04 – Fattoria di Montevertine

Prova in chiaroscuro, con alcuni punti di forza e qualche dubbio. Tra i plus la riconoscibilità: si sente subito il sangiovese, in una declinazione quasi nebbiolesca come spesso accade con il Pergole, ma forse un po’ cupa, non particolarmente ariosa, incentrata sulla terra, le cortecce, le spezie scure, non così saporita e infiltrante come in altre versioni. Nel finale si ingolfa un po’, gli esce un tannino leggermente polveroso, ma soprattutto non sembra avere la densità e la lunghezze delle grandi annate di Pergole. Da aspettare ancora? Vedremo.


San Leonardo ’00 – Marchese Guerrieri Gonzaga

Sovraperformante rispetto alle premesse e alle aspettative: di 2000 così in Italia non ne ho assaggiati tanti, al punto che quasi mi sarei quasi giocato la casa su un prestigioso Bordeaux, magari non un premier ma nemmeno un generico. Il franc si sente in qualche tratto erbaceo, estremamente nobile però, senza derive ramarrose o peperonate: è piuttosto erba falciata, con pepe bianco e frutto croccante, corpo slanciato, eleganza, non certo un mostro di muscoli ma perfettamente in beva senza essere ancora all’apice.


Pauillac 1981 – Chateau Mouton Rotschild

Chiusura col botto, prima del Calvados 1973 coetaneo del festeggiato, per un Mouton paradigmatico per quel periodo: grande fascino aromatico, ma anche un profilo verde e sottile che deve piacere per apprezzare a pieno i Pauillac delle tante annate fresche succedutesi a cavallo degli anni ’70 e ’80.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.