In vino (qualche volta) falsitas

Negli ultimi mesi gli enoappassionati di mezzo mondo hanno dovuto loro malgrado memorizzare un nome fino a poco tempo fa conosciuto solo negli ambienti dei collezionisti e dei procacciatori di bottiglie rare.

Quello del broker americano-indonesiano Rudy Kurniawan, arrestato nel marzo del 2012 per truffa aggravata e processato proprio in questi giorni. Per anni si era accreditato come proprietario di una delle più straordinarie cantine private del mondo, ma molte di quelle bottiglie erano in realtà dei falsi realizzati nel proprio laboratorio californiano. La Revue du Vin de France ha dedicato dettagliati reportage alla vicenda e su Internet trovate ampia documentazione, a cominciare da qui* e da qui*, per cui se siete in vena di indagini alla CSI, provvedete pure da soli.

Ma non vi sembri scortesia la mia. Il fatto è che da quando è iniziata questa storia, si è come scoperchiato il vaso di Pandora di tutte le mie paranoie da compratore-bevitore. Dopo anni di incubazione in qualche modo gestiti, ignorati, rimossi, sono arrivato ormai ad un punto tale che non mi fido più nemmeno della damigiana di sfuso materialmente riempita davanti ai miei occhi. Altro che variabilità di bottiglie, sotto o sovra performanti che siano: a volte viene più di un dubbio sul fatto che a cambiare sia proprio il liquido che abbiamo nel bicchiere. Condividiamo note di degustazione, ci accapigliamo sulle valutazioni, alimentiamo thread chilometrici di discussione, ma siamo sicuri che tutti i partecipanti in quel momento si stanno riferendo esattamente allo stesso oggetto?

Lo so, il giorno in cui si comincia ad assecondare questi tarli è praticamente finita. Si rischia nel migliore dei casi il ricovero forzoso, montagne di querele e risse in ogni casa, bar, ristorante, enoteca e cantina. Nel peggiore si perde un altro pezzo di piacere, forse il più importante. Quello di abbandonarsi al viaggio, scegliendo come tour operator proprio l’etichetta che abbiamo davanti, con tutto ciò che rappresenta in termini di informazione ed evocazione. Come spettatori nel buio di una sala cinematografica, almeno per quelle due ore dobbiamo essere disposti a calarci nella rappresentazione di un racconto, altrimenti meglio restare a casa. Del resto lo sappiamo che la donna sul palco non viene veramente segata in due e che non c’è un Uomo Ragno a vegliare su di noi dai grattacieli di New York. In vino veritas, si dice, ma paradossalmente questa scia di autenticità può liberarsi solo grazie ad un atto quasi cieco di fiducia, che confina con illusione e autosuggestione. Siamo fatti per godere, mica per trasformarci ogni volta in Sherlock Holmes o in funzionari della Repressione Frodi. Eppure se ci pensiamo un secondo, non sono pochi i fattori che possono inquinare questo accordo non scritto tra noi e il bicchiere, con quello che rappresenta. Una casistica che perdipiù si arricchisce in continuazione, nonostante tutta una serie di strumenti chiamati sulla carta a tutelarci molto più che in passato. Del resto il doping è e probabilmente sarà sempre più avanti dell’antidoping, ma non per questo smettiamo di guardare le partite o le Olimpiadi. Facciamo così, allora: ne ricordiamo insieme qualcuno, di questi maledetti tarli da bevitore paranoico e ce li dimentichiamo subito dopo la lettura di questo post. Che infatti si autodistruggerà dopo dieci secondi.

Il tarocco a “monte”

Anche il mio fruttivendolo si ricorda la copertina del settimanale L’Espresso, uscita in concomitanza del Vinitaly di qualche anno fa per dare spazio allo scandalo Brunellopoli. Non tutti i vini erano fatti, secondo l’indagine allora in corso, con sangiovese grosso al 100%, come invece previsto dal disciplinare: merlot, cabernet e altre varietà aiutavano magari a produrre buoni vini, ma non “veri” Brunello. Resta quello l’eno-caso più eclatante e più noto presso il grande pubblico dopo le tragiche vicende del metanolo, ma i sospetti sull’autenticità varietale, territoriale e millesimale di certi vini non sono di sicuro inconsueti tra critici e consumatori, ieri come oggi. Nel secolo scorso ci si chiedeva dove finissero i milioni di ettolitri prodotti e non imbottigliati in Sicilia, Puglia e Abruzzo, giusto per restare in Italia. O con quali uve fossero stati plasmati mitici rossi di Bordeaux e Rodano negli anni in cui le vigne erano devastate dalla fillossera.

O, in tempi più recenti, come si spiegassero dei greco al sapore di chardonnay, dei fiano di timbrica più pugliese che irpina, i nebbiolo pirazinici o di stampo sudista, i sangiovese neri come la pece. Come diceva il non troppo rimpianto (almeno non da me) divo Giulio, pensare male è peccato ma per non cadere in tentazione qualche volta bisogna quasi rinnegare quanto registrano i nostri sensi. Né ci solleva più di tanto sapere che ci sono degli enti preposti al controllo e alla certificazione dell’origine dei vini, per garantire che quella cosa nel nostro bicchiere nasca da QUELLA zona, da QUELLA possibile rosa di vitigni, da QUELLA vendemmia, da QUEL protocollo di vinificazione. Le cisterne non sono sparite dalle strade italiane, e non solo, possiamo quindi solo rinunciare nel dubbio a comprare la bottiglia indiziata di una certa infedeltà alla sua denominazione e alle sue premesse stilistiche. Almeno fino al giorno in cui qualcuno dimostrerà, con effetto tipo Madonna di Campiglio 1999, che in Monfortino non c’è un grappolo di nebbiolo, che le riserve di Biondi Santi sono cabernet in purezza e che nei cru di Mastroberardino dei Taurasi ’68 l’aglianico irpino è solo marginale presenza.

Il tarocco a “valle”

E’ il falso vero e proprio, quello praticato in grande stile dal broker indonesiano di cui sopra grazie ad una stampante, una tappatrice e un’incapsulatrice. Il gioco è apparentemente semplice: si “fabbrica” una bottiglia, normalmente un vino “importante” per prestigio e prezzo, utilizzando il liquido prelevato da un altro flacone, prevedibilmente assai più reperibile ed economico. Si è calcolato che a un certo punto in Cina erano disponibili più Lafite di quanti ne fossero stati effettivamente prodotti nel totale in quella vendemmia. Un fenomeno purtroppo in continua espansione, per almeno due ordini di motivi: da una parte aumentano i miliardari disposti a spendere enormi cifre sui “grandi vini”, dall’altra cresce il gruppo di etichette che rispondono a questo identikit nella consapevolezza di broker e bevitori.

Fino ad una decina di anni fa, poteva essere una buona idea verificare con scrupolo l’autenticità di una bottiglia se in ballo c’era una bella annata per il Domaine de la Romanée Conti o di Henri Jayer, per un vecchio premier cru classé, al limite per un introvabile Champagne della Belle Epoque. Oggi le etichette a rischio tarocco sono decine e decine, anche per effetto della mondializzazione del mercato vinicolo favorito da Internet. Senza dimenticare il sistema delle aste, non solo quelle online, che moltiplicano le occasioni di vendita, specialmente quando i prezzi sembrano particolarmente vantaggiosi. Ma spesso chi fa l’affare non è esattamente colui che compra non per rivendere a propria volta, ma per stappare e godere: forum e gruppi di discussione sono pieni zeppi di segnalazioni su vini trovati largamente al di sotto delle aspettative. Il tutto complicato dal fatto che non è per niente facile stabilire se la delusione è dovuta ad un tappo che non ha lavorato bene, ad una cattiva conservazione, ad una bottiglia che fatto già tre volte il giro del mondo, come spesso accade, o – eccoci – ad una vera e propria falsificazione. E in ciascuno di questi casi, a chi rivolgersi per ottenere almeno un parziale risarcimento, fosse anche la sostituzione della bottiglia, magari con un’annata più giovane? Non sono esperto di diritto penale o commerciale, ma l’impressione è che ci siano davvero poche tutele per chi si arrischia ad acquistare determinati vini attraverso canali diversi dall’approvvigionamento in azienda. Con la differenza che il miliardario di Hong Kong potrà forse alzare le spalle e passare al bicchiere successivo se gli capita il Latour ’61 “sospetto”, mentre noi comuni mortali dobbiamo risparmiare mesi, a volte anni, mettendo in campo eroiche cordate per concederci un vino del genere. E se al momento dell’apertura ci ritroviamo su scherzi a parte con un montepulciano fresco svinato, la voglia di ridere non viene nemmeno con Totò resuscitato.

La cosa peggiore, o migliore secondo i punti di vista, è che qualcuno potrebbe avercela già fatta sotto il naso senza accorgercene: un falsario degno di rispetto, si fa per dire, dentro al La Tache ci mette un Musigny di buon manico, al posto di Monfortino ’47 un altro nebbiolo serio degli anni ’70-80, un affidabile troisième cru, un bordolese di stile classico della Napa Valley o di Bolgheri in vece di un Margaux. Un truffatore ambizioso deve essere rigoroso, studiare e conoscere molto di più dei possibili gabbati, curando ogni dettaglio affinché tutto sia plausibile: grado di usura di etichetta e capsula, corrispondenza dei colori di stampa e delle rifiniture, ma anche e soprattutto verosimiglianza del contenuto liquido. Rudy Kurniawan è stato scoperto perché ha voluto strafare e non si è documentato bene, altrimenti avrebbe saputo (bastava una telefonata a Gianni) che prima del 1982 la famiglia Ponsot non imbottigliava Clos St Denis. Lui, Rudy non Gianni, voleva piazzare i Clos Saint-Denis del 1949, 1959 e 1962: uno così merita di marcire in galera per il resto della vita, diciamo la verità. Poteva essere più ingenuo soltanto proponendo a Christie’s casse di Haut Brion precedenti al millesimo 1957 con la classica (oggi) bottiglia similborgognona (vedi qui).

Pur non essendo un miliardario di Hong Kong, nel mio piccolo ho avuto anch’io purtroppo qualche brutta esperienza con bottiglie “difformi dall’originale”. Il La Tache ’89 credo fosse deludente di suo, mentre era palesemente taroccato (etichetta e tappo) un Falletto Ris. ’96 e, più recentemente, un Rayas ’95 pagato, pensando ad una buona presa, 450 euro. Come so che non era lui? Perché in primis l’avevo già bevuto e in secundis perché questo non era un vino tappato o eccessivamente evoluto o pesantemente ridotto, ma un rosso molto normale, sicuramente più giovane, senza infamia e senza lode, come ne esistono milioni. Mi restano dubbi, comunque, almeno su un’altra decina di bottiglie, non introvabili magari ma comunque di buon lignaggio, francesi soprattutto. Motivo per cui con altri amici abbiamo drasticamente tagliato gli acquisti su ebay e simili per vecchie bottiglie e, in generale, da rivenditori che non conosciamo personalmente o che si infastidiscono se chiediamo informazioni sulla provenienza delle bottiglie e le loro modalità di stoccaggio. Abbiamo aumentato per contro gli ordini diretti in azienda, quelli attraverso distributori e importatori su annate recenti, con una piccola quota riservata a qualche “occasione” in cui ci si può imbattere sul compravendi del forum gambero rosso o in qualche enoteca, fisica o online. Per il resto, se proprio ci viene voglia di una magnum di Musigny ’85 di Roumier, abbiamo convenuto che forse è meglio cercare il ristorante che ce l’ha: almeno per una volta non sarebbero nostre, le urla di dolore davanti ad un tappo birichino.

Estrazioni del lotto

A volte è perfettamente normale che due o più appassionati si mettono simpaticamente a “litigare”, credendo che le loro convinzioni divergenti si riferiscano allo stesso identico vino. Per poi scoprire che non è così: non sono soltanto le grandi produzioni, infatti, a dover ricorrere a più imbottigliamenti per la medesima etichetta, magari scaglionati nell’arco di qualche mese. Già così è molto probabile rilevare differenze tra i vari lotti, perfino se questi corrispondono ad un’unica massa assemblata precedentemente. Figuriamoci ciò che può accadere se ogni lotto corrisponde addirittura ad una vigna, un taglio, una botte distinta dalle altre. Ci sono cantine “mito” che dichiaratamente lavorano in questo modo e non ritengono necessario o utile fornire ai propri clienti strumenti adeguati per “decodificare”, etichetta alla mano, origini e caratteristiche del vino in questione. Il caso forse più famoso è quello di alcune annate del Brunello di Montalcino Riserva di Gianfranco Soldera: quasi un affare da iniziati, tipo Codice da Vinci, scoprire le sigle che corrispondono rispettivamente alla vigna Case Basse e alla vigna Intistieti.

Ma le variazioni sul tema sono tante e solo il tam tam tra appassionati può aiutare ad evitare fraintendimenti, senza comunque riuscire a spiegare il perché di vere e proprie follie commerciali. Per esempio devi sapere tu, bevitore, a quale vino corrisponde il colore della ceralacca negli Arbois Pupillin di Pierre Overnoy ed Emmanuel Houillon. Così come sei tenuto ad accorgerti di un piccolo numero sulla retro etichetta, che differenzia i “base” dai vecchie vigne negli Hermitage e nei Saint Joseph di Bernard Faurie. Quasi sempre sono omissioni informative in “buona fede”, ma in alcune occasioni ritornano alla grande i cattivi pensieri: vini annunciati come esauriti che ricompaiono all’improvviso, magari a prezzo maggiorato, dopo un riconoscimento o un punteggio importante; oppure lotti diversi già preparati per essere distribuiti su canali diversi, come se ci fosse il bianco per la ristorazione e le enoteche, quello per la grande distribuzione, quello per l’estero, e così via. Come dare torto, dunque, a quegli appassionati che, quando prendono appunti sulle proprie bevute, si scrivono anche il numero del lotto, oltre alle informazioni classiche. Né vanno presi come pazzi furiosi quei lettori che vorrebbero un’indicazione di questo tipo anche dalla stampa di settore che consultano per orientarsi negli acquisti.

Senza contare, e lì inevitabilmente girano parecchio immaginate voi cosa, quei casi in cui durante la visita in azienda o una fiera assaggi un vino che poi si rivela completamente diverso da quello che compri. A noi (vero Antonio?) è capitato con una piccola azienda di Volnay: ci fecero assaggiare dei buonissimi rossi 2004, o perlomeno presentati come tali, ma le stappature in Italia diedero fin da subito esiti molto distanti in negativo. Ora, va bene che i vini in cantina sono o sembrano quasi sempre più buoni, così come capita facilmente di lasciarsi prendere dall’euforia del momento per poi chiedersi a distanza di tempo perché ti ritrovi con così tanti promemoria di quel giro. Aggiungiamoci pure la nostra totale inaffidabilità degustativa, ma in quell’occasione specifica perfino un astemio si sarebbe accorto dello scambio in stile pacco, doppio pacco e contropaccotto. Come difendersi in questi casi? Con quali prove documentabili si può chiamare l’azienda e dire: “Senti amico fritz, tu mi hai fatto assaggiare una cosa e me ne hai data un’altra?” Avvocati in ascolto, diteci qualcosa.

La cuvée journaliste

Può apparire solo uno spin off del precedente, ma per molti versi è un punto ancora più sensibile e discusso in una certa cerchia di appassionati. Da quando esistono guide e riviste, premi e punteggi, si ragiona sull’opportunità di recensire e valutare campioni inviati direttamente dalle aziende. Non solo perché spesso si giudicano dei vini in una finestra magari lontana da quella in cui saranno effettivamente in commercio: l’espressione “cuvée journaliste” sintetizza meglio di qualsiasi arzigogolo quanto sia presente il dubbio che qualcuno non giochi pulito anche in culture molto diverse dalla nostra. Non è difficile, soprattutto per un bravo enologo, confezionare a tavolino la bottiglia “giusta” da sottoporre in esame: la migliore botte presente in cantina, un taglio fatto bene con un’altra annata in affinamento, una lavorazione finale che consenta a quello stock destinato alle guide di essere più “espressivo” nel momento clou. E non voglio nemmeno commentare le leggende più o meno metropolitane messe in giro a volte dalle stesse aziende, quando raccontano di aver comprato e imbottigliato con la propria etichetta un vino pluripremiato, ricevendo valutazioni molto inferiori.

Siamo onesti fino in fondo, però: non c’è modo di essere certi al momento dell’assaggio che il campione ricevuto dalla cantina sarà identico a quello che potranno reperire i lettori. Ci si deve necessariamente fidare per poi, come sempre più spesso accade, andare a verificare le prime impressioni incrociandole con altre ricavate nel riassaggio di bottiglie acquistate e bevute attraverso altri canali. Chi bara prima o poi viene scoperto, soprattutto oggi che i nuovi sistemi di comunicazione consentono uno scambio incessante di informazioni e dati. Da una parte, infatti, ho l’impressione che si faccia ricorso a questa pratica molto meno rispetto a qualche anno fa, dall’altra c’è da dire che è molto più difficile realizzare ad hoc un prototipo da concorso che metta d’accordo tutte le squadre d’assaggio e relative prospettive critiche. A meno che tu non sappia replicare un Monfortino in laboratorio, saresti quasi costretto ad elaborare tante cuvée quante sono le testate d’interesse. E diventerebbe antieconomico, oltre che terribilmente complicato. Alcuni produttori e tecnici sono talmente disorientati da questo continuo susseguirsi di parametri estetici e parole d’ordine, che la casistica si arricchisce di venature surreali. Come trovarsi ad assaggiare campioni guidaioli indiscutibilmente peggiori di quelli realmente disponibili sugli scaffali: qualcuno non ha ancora capito che per “fregare” le commissioni ci vuole un make up opposto a quello necessario per il vinone scuro, concentrato e con la sua quota di rovere. Il modello che garantiva più facilmente allori e cotillon verso la fine degli anni ’90, progressivamente messo in discussione nell’ultimo decennio. Un paio di esempi celebri in tal senso ce l’ho proprio qui, sulla punta della lingua, ma il Natale è alle porte: non diventiamo tutti più buoni, ma desiderosi di maggiore tranquillità senza dubbio.

La bottiglia al ristorante

So che state pensando: ora nemmeno al ristorante possiamo smettere i panni del detective e rilassarci completamente? Non so come dirvelo, ma ni. Godiamoci la serata, stacchiamo il cervello, ma riaccendiamolo in alcuni momenti topici, per esempio quando sta arrivando la bottiglia che abbiamo ordinato. Per evitare ogni possibilità di fraintendimento, pretendiamo che il flacone venga aperto davanti ai nostri occhi, capsula compresa, e cerchiamo di non perderlo mai di vista. Il rischio del tarocco c’è sempre, ma perlomeno non rischiamo che, con un abile gioco di prestigio, la bottiglia stappata finisca nell’ufficio del proprietario, magari con la scusa di decantarla, sostituita da un’altra assai meno rara e costosa. Né ci si può permettere di toglierla dal proprio radar visivo per il resto della cena, perché qualche sommelier pazzarello ogni tanto ce l’ha il vizietto di riempire il suo, di bicchiere, e chiedere se vogliamo ordinarne una seconda senza poterne constatare l’effettivo prosciugamento. Penserete che sono psicopatico e non avete tutti i torti, ma mi rifaccio ad episodi accaduti in presenza di testimoni, non solo in Italia. Figuratevi quindi cosa posso supporre quando la bottiglia richiesta compare sul mio tavolo già stappata da un’altra parte, specialmente quando è un certo tipo di bottiglia.

Estremizzando ma non troppo, operando in questo modo chiunque potrebbe allestire una carta dei vini da sogno recuperando anche un solo vuoto per referenza. Dopo di che al momento della comanda si va in cucina, lo si riempie con un fac-simile plausibile ma più abbordabile, si torna in sala e si fa “felice” il cliente. E’ questo il motivo per cui faccio più fatica di altri a scegliere le proposte al calice quando vado al ristorante: non sono rare le occasioni in cui arriva a tavola il bicchiere già riempito, senza possibilità di vedere nemmeno la bottiglia. La cosa bella è che quasi mai nessuno si lamenta per questo, ecco perché preferisco apparire un rompiscatole malfidente ed esigere un certo tipo di servizio (niente battute, grazie). Altrimenti nessuno mi toglie dalla testa sinapsi maliziose quando incontro ristoranti che hanno lo Chambertin ’99 di Rousseau da più di un lustro in carta a 200 euro. A Cana, con un maitre barbuto, forse lo troverei più normale.

Le bicchierate tematiche

Non è altro che una postilla rispetto all’ambientazione ristorante. Che siano superdegustazioni allestite in fantasmagorici hotel o piccoli ritrovi per pochi fortunati, quando si partecipa a bicchierate più o meno tematiche è necessario nutrire una fiducia totale in chi organizza. Come si potrebbe servire una sequenza di 24 vini per 100 persone senza preparare le bottiglie con largo anticipo? A maggior ragione se si tratta di vini penalizzati da un’apertura express? Ma anche in gruppi meno numerosi è di fatto impossibile, socialmente più che tecnicamente, imporre una stappatura in diretta: quanta più confidenza c’è tra bevitori e conferitori dei flaconi, tanto più si creeranno equivoci e discussioni sgradevoli. Dovrebbe essere il “padrone di casa”, dove praticabile, a “prevenire” eventuali dubbi, aprendo le bottiglie più costose in presenza dei convenuti e lasciandogli la possibilità di portare con sé i vuoti alla fine. Il gioco dei travasi permette di pubblicizzare, o farsi rimborsare come contributo, appetitose line up con bottiglie di annate mitiche, sostituite di soppiatto con altri vini, non importa se altrettanto buoni. Quando l’incidenza delle bottiglie “sottoperformanti” si intensifica e si ripete sempre negli stessi ambienti, i sospetti diventano più che legittimi. Così come è quasi naturale dubitare di un calendario di assaggi dove, a meno che il pusher non sia Giorgio Pinchiorri, ogni volta c’è un Lafite ’28 o un Monfortino ’37 in programma.

Ma non crediate che sia solo una questione economica: per alcuni appassionati ci sono cose che valgono più dei soldi. La propria credibilità e affidabilità critica, per esempio: se mi sbilancio favorevolmente su una determinata annata o etichetta e la mia posizione è messa in discussione, posso sempre organizzare una degustazione con quei vini, presentandone al loro posto altri con cui vado sul sicuro. Sono perfino disposto a sacrificare bottiglie più importanti e costose pur di “dimostrare” davanti a testimoni che effettivamente quella vendemmia 1378 è grande per la Borgogna e non verde e coccinellosa come sostengono altri. Oppure che quel rosso non è dolce come si scrive, quell’altro non è cambiato affatto stilisticamente dal ’96, che quel piccolo produttore che ho scoperto è già all’altezza dei migliori della sua zona.

So che sembrano cose da alieni per voi persone normali che leggete, dubito però ce ne siano in mezzo a voi, ma il mondo del vino è fatto purtroppo anche di queste lunari concatenazioni. La crisi ingrossa il numero di coloro che provano ad imboccare scorciatoie per un facile guadagno, approfittando della buona fede e a volte dell’ignoranza delle persone. Esattamente come accentua i tic di chi nel rapporto col vino e nella sua condivisione cerca prima di tutto una carezza per il proprio ego. Per fortuna resta largamente maggioritaria la quota di operatori e appassionati completamente estranei a meccanismi di questo tipo, che non penserebbe mai di spillare soldi all’amico o all’estraneo manipolando una bottiglia né misurerebbe la realizzazione personale con il numero di seguaci pendenti dalle proprie labbra. I nostri migliori auguri di buon Natale vanno a loro, a chi sa che col vino non conviene mai prendersi troppo sul serio, a chi fa i salti mortali per regalarsi una bella bottiglia, a chi crede che la magia di questo liquido abbia a che fare prima di tutto con la verità. Da e verso il vino, da e verso i compagni di viaggio, da e verso noi stessi.

Crediti foto: wineberserkers.com, cucchiaio.it, kuthumadierks.com, wineberserkers.com, pokerforum.pokeritaliaweb.org, mrlaburb.blogspot.it, ivid.it, freeopinionist.com

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.