Grand Vin de Chianti Classico


La questione è nota. Il Chianti Classico è uno dei territori più vocati del vino italiano, oltre che un luogo paesaggisticamente straordinario, e i migliori vini che si producono in questa terra dovrebbero essere in vetta agli indici di gradimento degli appassionati di tutto il mondo.

Non è così, purtroppo, e i motivi sono tanti.

In cima alla lista dei problemi c’è la storica confusione con il semplice Chianti. Territorio e denominazione molto più grande e frastagliata, è tutt’altra cosa rispetto al cugino “Classico”. Questa semplice nozione, che sembrerà scontata a tutti gli appassionati e ai bevitori mediamente attenti, è uno dei misteri gloriosi del vino italiano sui mercati del mondo.

Provate ad andare a spiegarlo a Singapore o ad Hong Kong e vedrete quegli occhi a mandorla diventare perfettamente sferici. E in Italia la faccenda non è meno contorta.

Poi c’è la questione delle uve utilizzate che disegnano una mappa ancora più articolata. Su questo fronte, però, le cose sembrano migliorare e dopo anni assai ingarbugliati il sangiovese pare tornato protagonista; anche se allargando lo sguardo a tutti, ma proprio a tutti, la porta dell’equivoco resta senz’altro aperta.

Infine, anche se il Chianti Classico ha un perimetro più piccolo del Chianti, resta comunque una denominazione molto grande, con mille varianti sul tema, numerose zone, sottozone e tantissime pieghe.

Per uscire dall’empasse, il Consorzio* ha progettato una specie di vino-vertice della denominazione che in teoria dovrebbe alzare l’asticella della qualità e della tracciabilità del Chianti Classico: si chiama, o meglio si chiamerà, Gran Selezione.

Vedremo che effetti porterà, se riuscirà a migliorare la percezione che “il mercato” ha di questi vini e a dipanare la matassa.

Io mi permetto di dire la mia, visto che amo il Chianti Classico, che lo frequento parecchio e che ci ho ragionato sopra un bel po’.  Piuttosto che mettere un vertice, puntando a risolvere il problema in “verticale”, avrei territorializzato la questione, cercando una via d’uscita “orizzontale”.

Mantenendo ovviamente la denominazione Chianti Classico, intesa anche come regione geografica nel suo complesso, avrei cercato di mettere i nomi dei diversi territori in primo piano, a partire da comuni e villaggi.

In questo modo, guardando al modello borgognone in maniera laica e razionale, avremmo vini che si chiamano Greve, Radda, Gaiole, Castellina e magari anche Panzano o Lamole. Giusto per fare qualche esempio. Magari troveremmo in enoteca un Castelnuovo Berardenga, che sarebbe ovviamente un Chianti Classico come uno Gevrey – Chambertin è un Borgogna.

Non so, magari è una cosa difficile o addirittura impossibile per qualche motivo che non conosco. O magari è una cretinata.  Comunque è solo un’idea, una cosa buttata giù senza i necessari approfondimenti. Lo ammetto.

Però se avessi la bacchetta magica ci proverei perché se quelle che ho indicato all’inizio sono le criticità del Chianti Classico forse questo è un modo per superarle tutte insieme.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.