L’importanza di essere… tipico

Per ogni certezza acquisita, nel mondo del vino esistono almeno un paio di incognite: è anche questo uno degli elementi che ne decreta il fascino. Ci si avvicina curiosi di apprendere verità e ci si trova invischiati in un percorso di scoperte senza fine.

Uno dei concetti che mi affascinava ed affascina è quello di “tipicità”: acclarato come valore positivo aggiunto, benchè diligentemente descritto in bibliografia, mi è restato lungamente oscuro.

Anni fa, alla domanda diretta, il Prof. Luigi Moio asseriva che tipicità era fondamentalmente riconoscibilità: la motivazione effettivamente è sensata, per essere tipico deve far riferimenti a modelli conosciuti e riconoscibili.

Ma questo ricondursi a realtà già acquisite non rischia di togliere un po’ quell’alone di fascino e mistero? Quanto si rischia di arrivar vicini alla temuta omologazione (il grande spauracchio del nuovo millennio) e quanto si preserva il senso di meraviglia che dovrebbe accompagnare ogni sorso?

Originalità e tipicità non rischiano di fare a braccio di ferro per decretare chi ha maggior ragione d’essere?
Mi trovavo ad ascoltare The Last Day of Summer*, brano dei Cure, dall’album Bloodflowers (non tra i migliori, a tratti un po’ eccessivo e forzato, ma sicuramente pregevole in diversi aspetti) e non potevo far a meno di pensare a tutta una serie di simili sonorità sparse tra Pornography, Disintegration, ma anche The Head on the Door e Wish, pur conservando la sua peculiare identità.

Potevo definire questo pezzo come tipico, secondo quanto affermato?
A tutti gli effetti, si. E tutto mi è apparso un po’ più chiaro. La riconoscibilità non lede la meraviglia ma definisce un senso di appartenenza, rivendica un’origine, traccia un percorso che parte dal passato invece di stabilire una fermata.

Una nuova certezza era acquisita, ma naturalmente andava approfondita nella pratica.
La tipicità ha un’espressione concentrica, come le onde generate da un sasso in uno stagno: diventa più forte e pronunciata via via che ci si avvicina al punto di impatto.

Campano è tipico, ma è una tipicità blanda. Irpino è tipico, e già c’è più forza. Fiano irpino, ad esempio, è decisamente tipico. Fiano di Lapio è innegabilmente tipico. Contrada Arianiello è molto vicino al punto d’impatto.

Ci si approssima a quel concetto di Cru che rappresenta un’altra di quelle certezze di cui sopra, ma che, almeno dalle nostre parti, sembrava essere stato un po’ dimenticato, o solamente messo da parte.
Quale miglior occasione di una triplice miniverticale di vini “Cru” della stessa azienda per approfondire il concetto? In primo luogo perché il manico è lo stesso, in secondo perché le intenzioni erano quelle di rappresentare il territorio, più che tirar fuori il migliore prodotto possibile.

Quattro annate (di cui, per altro, una in divenire) non rappresenteranno magari un campione di assoluta rilevanza statistica, ma al momento concretizzano un punto di partenza molto interessante.
Parlo di Villa Raiano e dei suoi 3  bianchi della "Linea Vigne": il 22 Fiano di Avellino DOCG da vigne site in Lapio, l’Alimata Fiano di Avellino DOCG da vigne di Montefredane e il Contrada Marotta Greco di Tufo DOCG da vigne di Montefusco. Le annate vanno dal 2009 al 2012, con quest’ultima solo da qualche mese in bottiglia, e con diversi mesi avanti prima della messa in commercio.

Poniamo subito qualche punto fermo: diciamo che tutte le 2012, pur esprimendo una grande potenzialità, figlia di un’ottima annata, risultavano ancora compresse, a tratti slegate, aromaticamente esplosive e materiche, ma ancora bisognose di tanta bottiglia per esprimersi compiutamente; con l’Alimata più avanti rispetto agli altri due.

I migliori campioni sono risultati nelle annate 2010 e 2009, ad ennesima dimostrazione della grande propensione alla maturazione di entrambi i vitigni, ma anche perché la 2011 si è dimostrata più smagrita nel corpo, appena diluita, per quanto olfattivamente integra e fine.

Ma andiamo con ordine.

Si parte da Lapio, quindi con il 22. Un territorio che l’enologo Fortunato Sebastiano intende interpretare come legato all’elemento terra: ne risultano vini balsamici, officinali, erbacei, gradatamente affumicati, iodati, con potenziali che tendono verso note dolci di tiglio e miele, frutta secca e disidratata.
La 2010 è un vero gioiello di profondità ed eleganza, per me vino della serata, anche visto in prospettiva; multisfaccettato, appagante e soprattutto lungo, aspetto in cui la 2009, straordinariamente buona e coerente, mostra invece un po’ il fianco.

Dicevamo quindi della 2011, delicatamente gessosa, agile ed affilata, ma non piena e sostanziosa come le precedenti. La 2012 apre con un ventaglio di toni agrumati che vanno dal mandarino al lime, prende possesso del palato, ne spinge il fruttato in profondità ma chiude su una nota alcolica che verrà riassorbita nel tempo.

Si passa quindi a Montefredane, quindi l’Alimata; Fortunato lega mentalmente questi territori all’elemento acqua. i vini risultano tanto dissetanti quanto viperini, con frutta a pasta bianca ed erbe aromatiche che, nel corso della maturazione, si lasciano affiancare e progressivamente dominare dai tipici sentori affumicati su tappeto dolce/farinoso che tendo ad associare alla castagna del prete. Una coerenza impressionante fra tutte le annate, con la 2012 già compiuta, pur nella sua espressione quasi esclusivamente fruttata, la snellezza della 2011, che mostra i primi lampi affumicati, la decisa 2010, che si amplia e si sgrana ancora di più, pur non riuscendo a strappare lo scettro dell’eleganza al pari annata di Lapio; e la 2009, sontuosa ed opulenta, grande regina del palato, si arricchisce di sentori idrocarburici che ne impreziosiscono ulteriormente il quadro gusto/olfattivo.

Si chiude a Montefusco, con il Contrada Marotta: siamo a circa 650 metri sul livello del mare, in uno dei territori più vocati della denominazione. Il Greco è forse più vino di manico rispetto al fiano, ma non tradisce la sua inconfondibile firma: vitigno tosto, maschio, dalla grande consistenza, a cui si accompagna sovente una sensazione pseudotannica, esaltata dal notevole saldo acido. Siamo nel dominio sulfureo/idrocarburico, con rimandi a volte balsamici, a volte affumicati, il tutto su una notevole trama fruttata che esplode violenta nella 2012, con sentori di albicocca e pesca gialla sciroppata, piega su una pera matura nella 2011, quindi mineralità e note officinali profonde ed eleganti per la 2010. Chiude con impressionante personalità olfattiva il Greco 2009, vero fuoriclasse di ricchezza e dinamismo che sembra voler appropriarsi di ogni singola qualità delle annate che lo hanno seguito.

Una passeggiata notevole, per capire, in fondo, che la vera originalità sta nella capacità di raccontare 10, 100, 1000 volte la propria, unica, identità.