Il vino giusto

Il caldo torrido, i rotoli di fieno che puntellano i campi ingialliti, il canto monotono e costante delle cicale.

L’indolenza e la pigrizia dell’estate in campagna mi riporta all’infanzia, segna una specie di continuum temporale, regala un mondo che sembra immobile, privo di cambiamento; traboccante di profumi, sapori ed emozioni sempre uguali.

Anche i passatempi di allora assomigliano a quelli di oggi. Le lunghe passeggiate verso il fiume, il furto di qualche pannocchia da fare alla brace, l’ispezione di un casolare abbandonato che può svelare qualche tesoro nascosto.  Una foto, un utensile appartenuto a chissà chi, giornali e riviste con date antiche e libri ingialliti.

Non nascondo il piacere assoluto di queste scoperte “editoriali”. Gli articoli, le rubriche, le inchieste e la cronaca di fatti che furono, rilevanti o del tutto marginali, la grafica e il linguaggio di allora. Tutto irresistibile.

Tra i libri più rari e preziosi trovati in vecchi cassetti polverosi, quello di uno strano calciatore degli anni Settanta, Paolo Sollier: “Calci e sputi e colpi di testa”. Una specie di autobriografia, un racconto-confidenza di un giovane dalle posizioni decisamente alternative, figlio legittimo di quegli anni. Dal pallone, vissuto in maniera disincantata, all’impegno politico, dagli amori al sesso, passando per riflessioni sempre acute e originali sulla vita di tutti i giorni. Ve lo consiglio.

L’ultima conquista è di ieri. Da un vecchio scatolone pieno di cianfrusaglie è emerso “Il vino giusto” di Luigi Veronelli, edito da Rizzoli nel 1971. Un manuale? Certamente, almeno ad uno sguardo superficiale. Si parla di uve, vinificazione, bicchieri giusti e tipi di bottiglie (finalmente uno che si fa la mia stessa domanda. Perché il galateo tradizionale affida alla “cattiva” acqua il bicchiere più grande?). Di tecniche di degustazione, naturalmente. Di invecchiamento e di denominazioni, raggruppate sotto il cappello delle diverse regioni italiane (con gustosissima appendice sulle migliori di Francia). Ma soprattutto si parla dell’essenza del vino e di un modo assolutamente amorevole di approcciarlo. Non cosa è il vino ma “chi” è il vino, in una specie di personalizzazione che lo trasforma ora in un caro amico, ora in una bella donna da conquistare.

Ma gli spunti che offre questo libro sono infiniti. Dunque mi fermo, non prima di sottolineare che tutte le denominazioni e i vini sono raccontati e descritti, suggerendo per ognuno i cru e le “marche” migliori. Una delizia d’altri tempi.

Infine, ecco la Premessa al libro scritta da Luigi Veronelli:

“Se non ami il vino, se non sei disposto a riconoscerlo amico, non leggermi. Non puoi capirmi, ti stupiresti – sciocco sino a riderne – di frasi esatte: la scienza ha conquistato lo spazio e non ancora il meccanismo delle infinite metamorfosi del vino, vi è qualcosa che sfugge, che si sottrae ad ogni analisi, qualcosa che noi solo conosciamo, con cui solo noi comunichiamo, noi che amiamo il vino: la sua anima.

Ti stupisci: non noi.
Versiamo il rosso vino – amorosi, con infinite cautele – nel bicchiere panciuto che esige la tiepida carezza della mano. ; o, con uguali cure, il bianco nel bicchiere alto, aristocratico e nervino, che la mano allontana; ne osserviamo in trasparenza i colori, godiamo già del giuco allegro e balenante dei tonali riflessi; gli imprimiamo, al bicchiere, lieve il gesto, un accenno di rotazione; aumenta la superficie vinosa; si libera, e la aspiriamo, ogni nascosta suggestione, dal bouquet; in un bacio lo sorseggiamo per la lingua, per il palato; ci lasciamo invadere dai ricordi: mille e mille  e mille; ogni vino bevuto ha il suo racconto.
Ogni vino bevuto ha il suo racconto. Mio proposito: renderne facile l’ascolto e la comprensione a te, lettore, che ami il vino – mi leggi -, o sei disposto a riconoscerlo amico”.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.