Classiche Monumento #2 | In Giro per le Fiandre


Si fa presto a dire Buona Pasqua. Mentre noi siamo qua a smacchiare smacchiatori di giaguari, provando a dimenticare almeno per un giorno lo stallo e il baratro, chi con la preghiera e la fiducia in una Resurrezione piena, chi con la bottiglia buona e le prime soppressate.

Mentre noi siamo qua a discutere di agnello sì-agnello no, improvvisando masterchef per eleggere le meglio pizze chiene e pizze con l’erba, perché ci va l’uovo sodo, anzi no, il cerfoglio, ma dai, l’acciuga, che scandalo. Mentre noi siamo qui con i tuoi e con chi vuoi, producendo quantità di cibo che sfamerebbero due terzi del continente africano animali compresi (e che per metà butteremo), c’è gente che vive da tre giorni su un metro di marciapiede per non perdere il proprio posto in prima fila. Perché per il Fiammingo vero domani è solo incidentalmente Pasqua: è prima di tutto la sua festa più importante. E la celebrerà lì, non a casa né in chiesa, ma lungo una strada, con uno speciale menù fatto di cozze alla birra, cavoletti alla birra, maiale alla birra, affettati alla birra, wafels alla birra. Come il resto dell’anno, del resto.

Caro Paolo, sei rimasto indietro. Ma parecchio indietro. Vedo di aggiornarti in due minuti senza girarci intorno. La ristorazione fiamminga non è mai stata così brillante e, per come la vedo io, si inserisce tra le punte di diamante del movimento nord-europeo. Sì, caro mio, sto pensando al meglio del meglio del momento, altro che birra e salsicce. La rivoluzione gastronomica che attraversa l’asse Gand – Anversa si deve ad alcuni giovanotti dai nomi difficili da ricordare ma capaci di piatti impossibili da dimenticare. Mi fermo a Gand, che per me è una tappa obbligata, dove c’è per esempio Olly Ceulenaere, che ha aperto un bistrot in una centrale elettrica dismessa vicina al centro. Jason Blanckaert e il suo JEF. Kobe Desramaults, una vera forza della natura che ha aperto il suo locale (il De Vitrine), in una vecchia macelleria in pieno quartiere a luci rosse. Ovviamente c’è tanto altro ancora ma questi tre danno l’idea di quello che sta succedendo nelle Fiandre. Sono i Flemish Foodies, credono in una cucina locale, sostenibile, creativa e accessibile. Una macchia di colore estremamente originale e divertente.

Va bene, lo ammetto, è l’indivia che mi fa parlare. Perché per i Fiamminghi domani è una ricorrenza ancora più speciale del solito: la Ronde van Vlaanderen compie un secolo di storia (con 97 edizioni). Ma non è un affare solo per appassionati di ciclismo. Tanto per capirci e parametrarci, è come se da noi ogni anno nello stesso giorno fossero previste insieme la finale dei mondiali di calcio con l’Italia sempre in lizza, l’ultima puntata del festival di Sanremo e un palio di Siena su scala nazionale. Roba da diventare un tutt’uno con la poltrona perdendo ogni cognizione del tempo, lasciando piena libertà e dignità al rutto, con adeguato accompagnamento birraiolo. No, caro ragionier Ugo, mi sa che qua la Peroni non va bene.

E allora andiamo subito sul complicato, senza perdere altro tempo. Io dico Rodenbach: una birra, una storia, un mito. Ancora oggi il birrificio utilizza vecchi tini di rovere di Slavonia e produce birre miscelando prodotti giovani a quelli stagionati (almeno 2 anni in botte). Oggi come un secolo fa, quando vennero lanciate per la prima volta, birre dal colore rosso intenso, acide, leggermente tanniche. Birre difficili? Da bere no di sicuro, anzi maledettamente rinfrescanti e godibili, anche se piuttosto alcoliche.


Il Giro delle Fiandre è la festa dell’orgoglio fiammingo perché se c’è uno sport che affratella davvero l’intera comunità, quello è il ciclismo. Noi abbiamo avuto Meazza, Mazzola, Rivera, Roberto Baggio, oggi Pirlo e Balotelli, i fiamminghi ricordano e ricorderanno sempre nomi come Achiel Buysse, Rik Van Steenbergen, Rick Van Looy, Eddy Merckx, Roger De Valeminck, Johan Museuw, oggi Tom Boonen. Molto più dei Van Himst, i Gerets, i Ceulemans, gli Scifo, i Pfaff che tra il 1980 e il 1986 collezionarono un secondo posto ai Campionati europei di calcio e addirittura un quarto al Mondiale.

Del resto il Belgio del pallone è espressione di un “compromesso” mal tollerato dai fiamminghi più “duri e puri”: lì ci sono anche i Valloni, visti più come cugini che fratelli man mano che passano gli anni, mentre il ciclismo nazionale ha parlato francese solo in rarissimi casi. Come sempre accade, non si tratta di una mera questione di primati sportivi: il Belgio è nei fatti fratturato tra due comunità molto diverse per lingua, cultura, prospettive. Oggi le Fiandre, la parte settentrionale che confina con l’Olanda (6,5 milioni di abitanti) sono una delle regioni più ricche d’Europa, là dove la Vallonia (la zona meridionale che guarda alla Francia – 4,5 milioni di abitanti) segna decisamente il passo rispetto alla fase in cui il quadro economico era quasi opposto. La situazione ha rischiato seriamente di precipitare quando nel 2007 i separatisti delle Fiandre hanno registrato un clamoroso successo elettorale: per 541 giorni, record mondiale, il Paese è rimasto senza governo. Quel “caso Belgio” continuamente evocato, spesso a sproposito, in riferimento alle vicende di casa nostra, e che nei giorni più tesi e difficili trovò un aiuto insperato proprio dalla strada e dalle due ruote.

La bellezza del ciclismo risplende nella nebbia che avvolge tante leggende piccole e grandi: noi racconteremo ai nostri nipoti di quella volta che un 34enne Gino Bartali iniziò la sua clamorosa rimonta al Tour de France del 1948, poi vinto, all’indomani dell’attentato a Palmiro Togliatti. La telefonata di Alcide De Gasperi ad Antibes, il trionfo sull’Izoard, l’Italia sportiva che esulta ed allenta le tensioni diluendo il rischio di una guerra civile. Allo stesso modo i libri dedicheranno un capitoletto a Philippe Gilbert, Campione del Mondo in carica e uno dei ciclisti più forti nelle corse di un giorno dell’ultimo periodo: il 24 aprile del 2011 vince la Liegi-Bastogne-Liegi, la classica delle Ardenne, primo belga dal successo del compianto Frank Vandenbroucke nel 1999. Lui Vallone, vincitore a pochi chilometri da casa sua, rilascia le sue prime dichiarazioni alla tv pubblica in fiammingo, ringraziando i tifosi di tutta la nazione. E’ chiaramente impossibile stabilirlo con esattezza, ma intellettuali e politologi sostengono che ha fatto più lui per l’unità nazionale con quei due minuti di intervista che anni di assemblee, convegni e dibattiti pubblici.

Orgoglio per orgoglio, domani non mancheranno svariati ettolitri di Westvleteren, anche perché in fatto di birre trappiste è un’eccezione fiamminga al dominio vallone. L’Abbazia di Saint Sixtus di Westvleteren produce tre birre (a parte qualche eccezione): la Blond, la 8 e la 12. Non hanno etichetta dunque l’unica distinzione è data dal colore del tappo. Non sto a qui a descriverle o a fare classifiche, dico solo che stiamo parlando di liquidi eccezionali e di inarrivabile fascino. Ed è obbligatorio provare almeno una volta nella vita quella col tappo blu…

 

 

Ma non è solo il calcio ad essersi venduto più di un pezzetto di anima in nome del business e delle esigenze televisive. Un ciclismo sempre più globalizzato ha imposto calendari ancora più fitti e un asse portante meno eurocentrico, immaginando nel sistema di punti e coefficienti del World Tour l’evoluzione moderna della vecchia Coppa del Mondo. Ad un ottuso figlio degli anni ’80 come il sottoscritto questo riassetto fa il medesimo effetto della serie A modello spezzatino, delle maglie personalizzate e del mercato aperto tutto l’anno, quello che oggi rischi di elevare un coro di giubilo a colui che la prossima settimana ti segnerà contro. Là dove ti delude la forma, però, per fortuna puoi sempre trovare consolazione nella sostanza. E come nel calcio un gol in rovesciata è sempre un gol in rovesciata, un derby è un derby, una salvezza all’ultima giornata è una salvezza all’ultima giornata, allo stesso modo nel ciclismo una classica monumento è sempre una classica monumento. E il vero appassionato lo sa quando è tempo di Giro delle Fiandre, lo sa quando è l’ora della seconda tappa che conta davvero per i cacciatori delle avventure da un giorno, dopo la Milano Sanremo* che inaugura la stagione, con buona pace dei Giri del Qatar, dell’Oman e del Colorado (link al post dell’anno scorso).

L’abito non fa il monaco e non basta un percorso impegnativo a fare una classica monumento. E’ come nel grande vino, quello veramente grande, che non trova le sue ragioni in una somma di componenti, in un tot di profumi e in quel mix di alcol, acidità e tannini, ma vive in qualcosa di unico, marcante, inconfondibile. La “tipicità” del Giro delle Fiandre è tutta nella magia dei muur. Possiamo chiamarli muri, non sembra cambiare poi tanto nel suono, ma la traduzione italiana restituisce forse un decimo di quel che tracima dal termine fiammingo.

Tecnicamente un muur è uno strappo di poche centinaia di metri, raramente più lungo di un chilometro: tutto prima è un’infinita pianura, ma la strada improvvisamente si impenna, con pendenze che in alcuni tratti sfiorano e superano il 20%. Un muur singolo è percepito anche da un semplice amatore come poco più di una rampa, il diciassettesimo che arriva dopo 250 km tirati alla morte può costringere anche il campione più allenato a zigzagare come un ubriaco invocando al più presto la cima. A complicare ulteriormente le cose ci si mettono delle sezioni in pavé, quelle che rendono mitica la Parigi-Roubaix della settimana successiva: strade storiche che non si sono mai arrese all’asfalto, fatte ancora oggi di sanpietrini, lastricati, blocchi di ciottoli irregolari, che in salita (e non solo) diventano lame e pugni sui quadricipiti intossicati dall’acido lattico.

Lame, pugni, acido? Ma che, per caso stai parlando di Lambic? No perché se vogliamo trovare qualcosa di indimenticabile, capace di raccontare il territorio nel senso più stretto del termine, allora bisogna arrivare qui per forza. Birre a fermentazione spontanea, dunque con i soliti lieviti indigeni, selvaggi, che si trovano nella zona di Bruxelles e lungo la valle della Senna. Poi ci sono le derivazioni delle Lambic, come le Gueze, le Kriek, le Framboise e le Faro. Le Gueze sono quelle che conosco meglio e vengono prodotte assemblando lambic giovani e mature. Oltre a Cantillon, da non perdere quelle di Girardin, Oud Beersel, 3 Fonteinen, e Boon, che è una delle mie preferite…

Per un Fiammingo vero, però, il Muur non è semplicemente un pezzo di corsa ciclistica.
Perché ognuna di quelle rampe ha un nome, una storia, un’anima.
Perché quelle sono le loro Dolomiti, anche se la sommità dell’Oude Kwaremont, nodo cruciale oggi che il Grammont-Kappelmuur è in ristrutturazione, non supera i 111 metri di altitudine.
Perché i ciottoli del Paterberg a Berchem sono tutelati come patrimonio di interesse nazionale, esattamente come il Manneken Pis (la statua di bronzo del bambino che fa la pipì, a Bruxells), come gli arazzi di Pieter Coecke van Aelst conservati alla Cappella Sistina, come un quadro di Rubens, come un romanzo di Simenon.
Perché ogni muro rappresenta inevitabilmente una divisione, una separazione, un ostacolo, ma può essere contemporaneamente sostegno, architrave, portanza. Perché davanti a un muro puoi scegliere di tornare indietro o puoi provare ad arrampicarti, a saltarlo, perfino ad abbatterlo a colpi di piccone. Perché un muro può aspettarti alla fine di un vicolo cieco e respingerti come gomma, ma solo quelli che reggono un progetto comune durano per sempre.

I muur del Fiandre sono veramente pezzi di identità: secchi, taglienti, gotici come evoca la pronuncia, con la i che si confonde con la u e aspetta il colpo sordo della r. Ostici, inchiodanti, indifferibili come i suoni dominanti della lingua e delle sue radici sassoni contaminate dai porti del Mar del Nord. L’esatto contrario delle salite che conoscono gli alter ego valloni: le cotes, altrettanto dure ma più pedalabili, più lunghe ma in qualche modo più disponibili, fin dal flusso della parola (ko’:t, con la o dilatata e ammorbidita a contrastare il più possibile il martello della t), propense a trovare un accordo, un modo diverso, più dolce e sopportabile, di raccontare lo stesso concetto.

Sono rampe francesi nel midollo, non c’è niente da fare, le arrampicate fiamminghe proprio no. Con un’accorta condotta di gara ti puoi salvare tra le colline delle Ardenne, sul pavé di Mariaborrestraat non se ne parla, se non sei al cento per cento della condizione. L’intelligenza tattica può e condurti nel gruppo di testa che arriva a Liegi anche se non se il più forte quel giorno, sulle strade delle Fiandre ogni muur è un punto di non ritorno, una sfida non aggirabile, senza possibilità di bluff. Perché i pochi secondi che perdi in quelle poche centinaia di metri si trasformano rapidamente in minuti, anche quando la strada spiana. E non è un caso se al traguardo di Oudenarde non si vedono quasi mai volatone di gruppo.

Troppa fatica, ragazzo mio. Facciamo che loro pedalano e io penso ai rifornimenti: ti vanno bene 5 suggerimenti per 5 muur?

 

Paterberg a Berchem: 370 metri in pavé, pendenza massima 20%, punto più alto 80 metri s.l.m. Qui ci beviamo la  Vanderghinste Oud Bruin di Bockor.

 

Oude Kwaremont a Kluisbergen: 2.200 metri, tratti in pavé, pendenza massima 11%, punto più alto 111 metri s.l.m. Qui ci mangiamo la Mousse di cerfoglio con sfoglie di patatine di Olly Ceulenaere.

 

Taaienberg a Etikhove: 800 metri in asfalto, pendenza massima 18%, punto più alto 90 metri s.l.m. Qui ci mangiamo il Kroepoek chips con polvere di senape di Jason Blanckaert.

 

Koppenberg a Melden: 600 metri in pavé, pendenza massima 22%, punto più alto 77 metri s.l.m. Qui ci mangiamo il Crumble con frutti rossi e granita di basilico di Kobe Desramaults.

 

Molenberg a Sint Denijs Boekel: 460 metri in pavé, pendenza massima 15%, punto più alto 56 metri s.l.m. Qui ci beviamo la Kriek Lambic Bio di Cantillon.

Ecco perché, nonostante tutti gli scandali, nonostante i sospetti, nonostante gli eroi portati in trionfo e poi caduti rovinosamente, il ciclismo fondamentalmente non può morire. Perché le strade, il pavé, le colline, le montagne, le memorie dei popoli viaggiati sono più forti delle debolezze degli uomini convinti che sia solo una questione di vincere o perdere. Lo invidio davvero, il Paolo di Bruges che da tre giorni è lì ad occupare il suo strapuntino per assistere alla partenza della sua festa nazionale. E sbaglia chi pensa che non ne vale la pena, che dopo tanta attesa la carovana passa in un minuto ed è tutto finito.

Ci sono tre favoritissimi per la vittoria finale: dopo 256 km se la giocheranno molto probabilmente lo slovacco Sagan, lo svizzero Cancellara e il francese Chavanel. Ma niente è meno scontato dell’esito di una classica monumento e lì vorrei esserci anche solo per provare a scorgere in quella lingua così dura e piena di consonanti il nome di un altro italiano che regalava orgoglio e speranza negli anni del dopoguerra, quelli in cui dovevamo tirarci fuori veramente dal baratro, quelli in cui volevamo farlo sul serio e insieme, quelli che dovremmo ricordare ogni giorno per obbligo di legge. Sono sicuro che domani anche i fieri fiamminghi nel centesimo anno della loro festa non mancheranno di rendere omaggio ad un grande toscano che se n’è andato da pochi mesi: l’unico a vincere per tre volte consecutive la Ronde van Vlaanderen, colui che per sempre i libri racconteranno come il “Leone delle Fiandre”. Ma soprattutto uno che ha saputo diventare solo e soltanto Fiorenzo Magni, non un terzo qualsiasi, anche negli anni di Coppi e Bartali.

Crediti foto (in ordine di inserimento): catenacycling.com, flemishfoodies.be, suipedali.it, bier.blog.nl, wikipedia, velonation.com, lastoriasiamonoi.rai.it, beerobsessed.com, suipedali.it, thechainstay.com, bestemergingchefs.com, cicliboglia-teamcolnagoavion.it, flemishfoodies.be, wikipedia

L’incontro tra i due è colpa del vino e di un Master in Comunicazione e Giornalismo Enogastronomico al Gambero Rosso. Da allora non hanno mai smesso di assaggiare, viaggiare e confrontarsi su tutte le tematiche del settore. Nel 2009 fondano Tipicamente.