Risponde Pinchiorri | Un dilemma “naturale”

Cari amici ma soprattutto amiche di tipicamente, è con piacere che ritroviamo sulle nostre pagine la rubrica curata dal professor Pinchiorri Tricoloppi, enopsicologo di fama mondiale, fresco reduce da una lunga tournée incentrata sulla solitudine dei lieviti indigeni.

Potete come sempre sottoporgli tutte le vostre storie, domande, riflessioni, scrivendo a rispondepinchiorri@libero.it

Buona lettura! (e naturalmente non poteva esserci post più indicato per festeggiare il seicentesimo pubblicato su tipicamente…)

Egregio Pinchiorri,
le scrivo da un paesino lontano della campagna francese, incastrato tra i Pirenei e gli Urali, famoso per il suo Carnevale, festeggiato con carne alla pizzaiola e biscotti di soia, prima della sfilata in centro dove tutti si vestono da giocatori della Fiorentina e salgono a bordo di una fiat duna cabrio marrone metallizzato.

Il mio caso non è facile da spiegare. Deve sapere che la mia famiglia produce vino da 87 generazioni, in un terroir praticamente unico al mondo, con le sue vigne talmente pendenti che le percentuali sono precedute dai numeri negativi, e i filari sono allevati in discesa. Senza dimenticare le altitudini sopra i 4.800 metri, viticoltura talmente di montagna che la Comunità Europea ha fatto istanza per collocarci in Asia, anche per non urtare la suscettibilità degli abitanti del Monte Bianco. E naturalmente senza trascurare i terreni ricchi di catrame ghiacciato, talmente duri che le viti sono innestate su catene Bosch.

Inoltre siamo talmente biodiversi che le mamme non riconoscono i propri figli se non attraverso un chip di tungsteno applicato all’unghia dell’alluce, che qui da noi vale, alla terza persona singolare. Talmente biodiversi che nemmeno wikipedia è riuscita a registrare tutte le varietà presenti, che alla fine abbiamo deciso di chiamare comunque con lo stesso nome, il ricercatissimo vitigno fleur d’ail, talmente ricco di polifenoli, antociani e resveratrolo che riesce a curare influenza, itterizia e gotta anche a chi non lo beve, basta che sia a distanza a di alito dai suoi consumatori. Un vino talmente minerale che per aprire una bottiglia serve un’intera squadra di speleologi, talmente acido che James Cameron l’ha scelto come arma in grado di distruggere il cyborg inviato dal futuro nel Terminator Resurretion di prossima uscita, talmente longevo che la giunta comunale ha dovuto destinare un’intera ala del cimitero per l’affinamento in cassa. Tanto per capirci oggi iniziamo a stappare le vendemmie del decennio 1.630-1.640, e solo perché si trattò di annate segnate dal riscaldamento globale.

Mi scusi la digressione, ma era fondamentale per consentirle di inquadrare le condizioni pedoclimatiche di una zona dove, manco a dirlo, la nostra famiglia lavora in biodinamica da prima che nascesse Steiner. Le nostre vigne sono talmente sane e indipendenti che le potature, le cimature, i trattamenti e perfino la raccolta sono effettuate direttamente dai micro-organismi che ci vivono. E’ il contratto di fitto agevolato che abbiamo stipulato, non senza difficoltà: noi non li disturbiamo mai e loro possono rimanere lì, facendo tutto il lavoro. Noi non mettiamo becco, aspettiamo che ci portino le cassette con l’uva davanti alla cantina e facciamo il vino, anche se detto tra noi qualche riserva ce l’abbiamo sul sistema un po’ nazistoide messo in piedi dalle coccinelle…

Ovviamente tutto questo fa il paio con scelte di cantina altrettanto aliene da qualsiasi tipo di intervento: i lieviti si selezionano democraticamente da soli dopo l’assemblea pellicolare, le fermentazioni sono talmente autonome che sono loro a controllare la temperatura atmosferica esterna, e non viceversa, le filtrazioni e le chiarifiche sono ottenute spontaneamente attraverso sedute psicoanalitiche di gruppo con l’ausilio di cromoterapia. Di volatile c’è solo il nostro enologo consulente, Aquila Jacques, l’allievo più brillante della scuola dei pre-naturalisti fondata da madame Jolie Joly. La bentonite la usiamo come esplosivo prima dei re-impianti e il bianco d’uovo come ricostituente per gli enzimi, che diciamo la verità, qualche problema di sesso-dipendenza lo devono ancora risolvere. Non ci sembra inoltre politicamente corretto chiamare ancora “fecce” delle sostanze che hanno deciso di chiudere con la vita di strada nel ghetto macerativo. Per quanto poi riguarda gli affinamenti, naturalmente (oui, oui, ah, ah) non ci sembra giusto imporre ai nostri estimatori un protocollo dall’alto: è per questo che abbiamo adottato delle speciali bottiglie in legno, diverse nei vari lotti per dimensioni, età, albero e provenienza. Di modo che ogni cliente possa scegliere la propria tipologia e il proprio tempo di maturazione prima di stappare. Nella confezione inseriamo anche un modulo prestampato che egli può compilare e inviare a sé stesso per protestare dopo aver trovato il suo fleur d’ail in purezza troppo crudo, troppo tostato, troppo tannico, troppo giovane o troppo pronto. O meglio i suoi pronipoti, dato che se è uno giusto non si avvicinerà alla bois-bouteille prima di quattrocento anni.

Come può capire, ci stanno a dir poco strette le etichette che una stampa asservita agli interessi delle grandi aziende industriali cerca di appiccicarci, provando a salire fuori tempo massimo sul carro dei vincitori oggi che il popolo ha capito dove si nasconde la vera eccellenza, la salubrità, il rispetto del terroir e perfino l’introvabile figurina di Maxime Bossis del Nantes, per colpa della quale innumerevoli enfants non poterono completare il loro album Croque-Monsieur nel 1982. Ciononostante, registriamo nel nostro glorioso paese una sorta di offensiva contro-riformatrice, mirante a far passare il nostro movimento come espressione di un’orda di talebani estremisti e di vini il più delle volte difettati.

Il culmine di queste tensioni si è raggiunto qualche settimana fa, quando il nostro consulente ci ha informato del fatto che una conosciuta rivista intralpina (transalpina è per voi, italiani pizza-mafia-materazzi) ha pubblicato un articolo molto molto pesante contro i vini da viticoltura spontanea. Noi purtroppo non l’abbiamo ancora letto, dato che l’ultimo postino da noi è stato visto all’epoca del caso Dreyfuss (ma non sono fonti certe), ma nel frattempo Aquila Jacques ci ha già posto davanti ad un inatteso bivio. Deve sapere che la suddetta rivista appartiene allo stesso gruppo editoriale che produce la guida dei vini più conosciuta e diffusa della nazione: Aquila ci racconta che tutti i produttori del movimento hanno deciso di non inviare più i campioni per questa guida e ci dice che se vogliamo ancora avvalerci della sua collaborazione non dobbiamo mandarli nemmeno noi.

Chiaramente il dilemma non si pone nemmeno: quella guida era importante molto tempo fa, quando era in grado davvero di determinare uno spostamento dei fatturati attraverso un premio, quando era in qualche modo credibile. Oggi invece non solo non se la fila più nessuno, come tutte le guide, c’è il web per chi vuole trovare notizie senza ricorrere più ai dinosauri e i premi che veramente contano sono gli ordini dei clienti che ti scelgono e ti seguono fedelmente.

Quindi la domanda è: mando due bottiglie per ogni campione anziché tre, giusto?

Lettera tradotta

Risponde Pinchiorri:

Caro Vignaiolo Naturale,
non ho capito una beata ceppa (a piede franco, ça va sans dire) della sua lettera, davvero troppo lunga, tanto da mandarmi in catalessi le sinapsi. Le rammento che io non ho tempo da perdere, perché il mio tempo è denaro, tanto denaro. Devo fornire continuamente consulenze, salvare aziende e risollevarne le sorti a tutte le ore del giorno e della notte, e capisce bene che la sua logorrea m’ha messo i bastoni tra le ruote non poco. Mi ha ricordato molto uno dei pisquani che animano questo sito.

Tuttavia devo ammettere che il quesito da lei posto non è di facile soluzione e mi intriga, quasi come capire se Fabrizio Corona ha pianto o meno dopo l’arresto. Sono un pragmatico per natura (e se lo sono per natura non potrà che farle piacere, ah ah), caratteristica che, senza false modestie, immagino possa essere utile in un momento di estrema indecisione. Per farlo mi sono quindi chiuso in religioso silenzio, nella saletta di 400 metri quadri antistante la mia cantina del giorno (quella con 50.000 bottiglie), dove riposano e migliorano le bottiglie più esclusive del mondo, quelle oggettivamente buone.

Per trovare l’ispirazione e sviscerare meglio il problema, ho scelto una bottiglia di palissandro del suo prezioso Fleur d’ail del 1531 che ho fatto regolarmente brillare nel giardino con dell’esplosivo al plastico.
Beh che dire: complimenti, bel vino di m… ineralità prorompente. Sembra di bere lava, ma più densa, con l’alcol e l’acidità che lavorano talmente bene insieme da sembrare Franco e Ciccio dei tempi belli. Certo che di acidità ne avrei gradita un po’ meno, anche perché ho dovuto trattarlo con una soluzione basica, neutra a livello gustativo, di mia personale invenzione con il brevetto depositato presso l’area 51, proprio affianco all’alieno steso sul tavolo.

Ho avuto anche il piacere di conoscere e parlare piacevolmente con uno dei suoi lieviti, un po’ acciaccato dall’età ma ancora in forma e pieno di voglia di vivere. Abbiamo ragionato sul bivio che le si pone davanti, un momento in cui scegliere se deludere Aquila e i suoi compagni di movimento, rinunciando alla visibilità che una stantia rivista può darle. E’ vero, il web è la nuova frontiera e sta surclassando la carta stampata (direi ad eccezione del sito che mi ospita: una vera fetenzìa, diciamocelo): lì si trova la verità, le novità, la profonda apertura mentale scevra da qualsiasi condizionamento editoriale e pubblicitario. Anche perché col web non si guadagna una mazza ed è più facile non essere condizionati.

Un requiem che in ogni caso non tarderà a suonare ma, per adesso, fa sempre comodo che un borioso e prezzolato signore vi metta affianco dei più famosi Chateau e Domaine intralpini (così non fa il puzzone, cosa difficile essendo francese). Il lampo di genio è arrivato al secondo bicchiere (e quarto rutto). Ci ho messo più del solito, devo esser sincero, ma alla fine ce l’ho fatta. A mia parziale scusante c’era il lievito che continuava a ciarlare senza soluzione di continuità. Capisco l’esser rimasto solo in bottiglia tutto questo tempo e la conseguente voglia di sfogarsi, oltretutto la mia ultima tournèe è lì a dimostrare il mio amore verso questi esserini. Ma a tutto c’è un limite e ho dovuto sopprimerlo facendogli bere un Viognier pontino da agricoltura convenzionale che, per piacioneria e mancanza totale di acidità, gli è stato fatale. Tanto da costringerlo a farsi esplodere col plastico avanzato al grido di “Steiner Akbar!”, per non morire in modo disonorevole.

Caro il mio naturista (sicuramente girerà nudo tra le sue vigne, già me lo immagino appeso per le gonadi alle sue vigne a pendenza -45°), alla fine come sempre ho trovato la soluzione che fa per lei: crei un’azienda civetta, una copertura, un diversivo. Uno Chateau Ajeje Brazorf, un Domaine Je suis Catherine Deneuve. Non prenderebbe due piccioni con una fava ma ne prenderebbe tre.

Primo piccione: non farà figuracce con Aquila e i suoi amichetti bio-qualcosa che non sanno dov’è di casa il sapone. “Hai mandato campioni?” “Chi io?”, potrà esclamare indignato come Conte quando non gli danno il decimo rigore. “Giammai, hai visto qualche corriere partire da qui?”. La curva Sud dei suoi sostenitori bloggaroli potrà godere della sua intransigenza, del suo essere duro e puro. La esalteranno e, al solo risuonare il suo nome, tutti si esibiranno in pugni chiusi e bracci tesi contemporaneamente (soprattutto le coccinelle, per le ragioni che ha espresso lei: sono bestiacce xenofobe).

Secondo piccione: il borioso critico. Non vedrà più il suo nome con estremo piacere: niente più puzze, tannini impossibili, acidità da batteria della macchina, niente più lieviti con cui dover ragionare. Si troverà lo stesso vino ma con un’altra etichetta e tutto gli sembrerà più bello. Il che aumenterà il suo ego di uomo decisivo e influente per le sorti del mondo vinicolo (ovviamente dopo di me) e la convinzione di essere un talent scout di quelli seri, alla faccia del web.

Terzo piccione: la visibilità. Due aziende è meglio che una. Manco col Maxibon si era osato tanto.

Un gioco sporco? Ci dovrebbe essere abituato vista l’aria che c’è qui nella stanzetta dopo aver aperto la sua bottiglia. Vada tranquillo e segua i miei consigli. E’ inutile che le invii la parcella: dovrei sperare inutilmente in un altro caso Dreyfuss.

Cordialità,
prof. Pinchiorri Tricoloppi

PS: e ci metta un po’ di merlot nel suo vino, eccheccacchio!