Quel treno per Wellington

Attenzione: lettura sconsigliata ai sostenitori del web utile, veloce ed incisivo. Nessuna notizia degna di attenzione è stata impiegata e maltrattata per questo post (ndr).

Il peggio è passato. Lo certifico ogni volta che sono sicuro di non incappare nella più classica delle illusioni cinetiche, che è effettivamente la mia la carrozza in movimento.

Il peggio è passato perché non devo più gestire l’ansia di fare tardi, il panico inevitabile di aver dimenticato supporti indispensabili come il phon o la paura di ritrovarmi in un attimo di distrazione nel convoglio diretto a Casablanca. Così come posso finalmente alleggerire la tensione dopo un’ora passata a dribblare questuanti e “liberi professionisti” di ogni genere, annusando l’aria e drizzando le antenne come un castoro nella savana, circondato da qualsiasi sorta di minaccia.

Sensazione che non mi piace. Perché detesto quello che divento quando mi chiudo a riccio. Ma anche perché non posso accettare davvero l’esistenza di tanta gente così bisognosa, per necessità o pigrizia, disperazione o ricerca di scorciatoie, di altri umani che a loro volta hanno bisogno: di un’informazione, una bibita, un pacchetto di sigarette, un passaggio, una mano a trasportare la valigia. Ma è pure vero che in quei sessanta minuti trovo il modo di pensare che non è quello della pizza né del clima, il campionato che Napoli vincerà sempre a mani basse. Perché nella vecchia Partenope si manifesta più che in qualsiasi altra parte del mondo l’evidenza multidimensionale della bellezza femminile.

Il peggio è passato. Ma questa volta è anche e soprattutto un auspicio. E’ la prima volta che mi muovo da casa dopo quattro mesi e questa carrozza che punta verso nord la immagino sotto l’influsso di una stella polare col potere di smarmellare i chiaroscuri che per 24 ore mi lascio alle spalle. Formalmente è una fuga, sostanzialmente è la più centripeta delle deviazioni. Prima di tutto perché non ho niente da dimenticare, l’esatto contrario: non ho mai desiderato tanto ricordare, ogni singolo momento fermato e strappato al superfluo. In secondo luogo perché ogni segmento di questo viaggio, fin da quando era solo un’idea nelle pieghe di antiche promesse e mail collettive, sembra avere come unico scopo quello di scortarmi verso la pensilina più intima della mia anima.

Faccio una gran fatica a maneggiare l’eccitazione totalmente infantile e impaziente innescata dal pensiero della destinazione e del movente. Smanetto nervosamente sul cellulare rileggendomi per la decima volta lo stesso post di Spinoza, provoco artatamente su facebook un Alex mai tanto assente, cerco perfino di alimentare sul forum un inedito scambio su soggettività e oggettività, sperando nel Marchese e nel Conte. Ma niente. Il tempo sembra fluire come una goccia cinese, imperterrita ed estenuante nella sua flebo di attese. E realizzo che questo tragitto potevo coprirlo solo in treno.

Non importa se c’è lo schermo tecnologico con la velocità di crociera e l’urlatore due file più avanti che deve tenerci proprio tanto a socializzare la sua conversazione telefonica. Non importa che il potenziale di rischio e “calore” dei vecchi scompartimenti si sia arreso alla legge dell’open space, né che l’anarchia di buste sia stata confinata nell’ordine di un trolley. Per me è sempre e comunque lo stesso identico treno di cui mi sono sentito a pieno titolo parte, mentre spendevo il mio Natale definitivo dentro le pagine di Se una notte di inverno un viaggiatore. Ma soprattutto è sempre lo stesso treno a cui devo il costante ritorno ad uno dei ricordi più belli e nitidi della mia infanzia. La mia prima trasferta calcistica.

E mica una qualunque: aprile 1988, oltre 5.000 avellinesi in partenza da una stazione che non esiste più, col “treno verde” come tutti lo chiamavano, per provare ad espugnare Como in quella che doveva essere ed è nei fatti stata la sfida chiave per la conquista della decima salvezza consecutiva in serie A. Il nostro scudetto. Studiosi e luminari di tutto il mondo non sono ancora riusciti ad elaborare, a distanza di mezzo secolo, una teoria capace di spiegare (anche solo in minima parte) perché il signor Lanese da Messina decise di annullare il gol di Paolo Benedetti, decretando non solo una retrocessione sportiva ma la fine di un ‘epoca. Sociale, politica, economica, strategica, per l’intera Irpinia. Con il trascurabile dettaglio che a quell’epoca non ne sarebbe seguita nessun’altra, forse perché i miei conterranei sono ancora impegnati ad asciugarsi dagli ettolitri di pioggia caduti improvvisamente durante quel secondo tempo, dopo la più primaverile delle mattine.

Ricordo tutto di quella domenica, della notte precedente carica di speranza e di quella successiva allagata dalla delusione. E sono highlights solo incidentalmente calcistici: scorre il replay della frittata di maccheroni divorata sul lago con mio padre, si aprono le foto della casa di Alessandro Volta e del mio orgoglio di figlio, va in onda la moviola con l’addetto del Giuseppe Sinigallia, energicamente convinto dal decri senior a farci raggiungere un tribunetta coperta semivuota, “salvandomi” così dal nubifragio. Rivedo il “cordone di sicurezza” da lui creato nello scompartimento del ritorno per consentirmi di riposare, mentre orde inzuppate molto superiori alla disponibilità di posti a sedere, elemosinano almeno uno strapuntino. Risento la voce di mia mamma al telefono, rimasta a casa con mio fratello a studiare, terrorizzata dall’imminente orale del concorso direttivo, come al solito superato col massimo dei voti. E rivivo il rientro a casa, il saluto a due eroi sconfitti ma a testa alta, il sapore del brodo di vitello, l’orgasmo della vhs con la domenica sportiva registrata la sera prima, da rivedere per farsi male mentre i miei compagni sono a scuola.

Salivo su un treno per una partita, e poi per un concerto e poi per le donne della mia vita. Oggi ci salgo per una meno aulica, apparentemente, bevuta. La scusa è sempre quella: ampliare la conoscenza, continuare a studiare, perché gli esami non finiscono mai e i libri di testo per gente come noi, parliamoci chiaro, sono bottiglie da stappare. Scenderò a Bologna e lì troverò il primo dei vari nuclei che si sono dati appuntamento per ascoltare insieme tre storie in formato liquido. Non ho potuto dire di no, sarei venuto meno alla Magna Lex che impone: per una bottiglia della lista dei desideri si arriva fino ai confini regionali, per due all’uscita Firenze Signe, per tre non si esclude nemmeno il biglietto per la Nuova Zelanda.

Sto andando a Forlì perché certi treni passano in continuazione, altri no. Sto andando a Forlì perché non andarci sarebbe stato come sfidare oltre il consentito quel destino che ha creato l’occasione per chiudere almeno un tris delle migliaia di scie inseguite in questi anni.

Vado a chiudere i conti con Monprivato ’82. E a sbattere la faccia ancora una volta contro la mia incapacità di avere una e una sola idea. Ovidio in bottiglia, odi et amo alimentato da emozioni indelebili e solenni incazzature, pavloviane salivazioni alla vista di quelle trasparenze che solo quel Mascarello di Monchiero e pochi altri sanno trasformare in magia. Quando vuole, come in quella magnum di ’71 stappata da Francesco neanche fosse lo Champagnino finale, di cui non ricordo nulla se non la simbiosi creata col mio fegato e la cannuccia personale installata dal buon Emiliano.

Vado a smettere di desiderare Collina Rionda ’82. O forse a bramarlo con ancora più violenza e magari a maledirlo. Come si può e si deve fare con i totem, a maggior ragione quando ne eleggi uno che parla ad intere tribù, a maggior ragione quando il suo sciamano ha i lineamenti e i silenzi meno intimidatori che io conosca di un Bruno Giacosa.

Vado a consegnare spontaneamente la mia testa a Monfortino ’78, ben conscio della distanza che c’è tra noi, lui così fiero, imperturbabile, invincibile, io così fallace, incostante, implosivo. Prima che l’imperiale katana vibri l’inevitabile colpo, gli farò presente che almeno per una volta c’è qualcosa che ci unisce, giacché suo padre Giovanni e il mio si diedero da fare per farci marcare dallo stesso millesimo, quello in cui l’Avellino fu promosso in serie A, tra l’altro.

Ma soprattutto vado a trovare i miei amici. Perché senza nebbiolo forse si può anche vivere, ma senza gli amici no. Perché un amico, quando lo è davvero, non misura gli anni e i chilometri che vi dividono, ma c’è un momento, che è proprio quello, in cui non puoi più rimandare. Perché quelle che per altri sono “frasi fatte”, questi mesi le hanno fatte diventare più che mai parole vere. Perché i miei amici voglio rivederli tutti prima possibile, perché senza i miei amici oggi forse non ci sarei, perché i miei amici sono il carillon che tiene a freno gli incubi, perché con i miei amici ci sono troppi libri di testo da studiare.

Perché tra i miei amici c’è uno come Luca, con cui identifichiamo nel Rionda la bottiglia del triplete, lui interista, io milanista affratellati in quella notte madrilena di maggio 2010. Perché tra i miei amici ci sono Matteo, Fabrizio, Emiliano, Dante, Vittorio, perché grazie ai miei amici quando leggo le lettere A, V e R mi abbraccio in un sorriso. Perché i miei amici mi fanno sentire un moderato a tavola, perché un giorno scoprirò che i miei amici sono i cyborg, perché non può tecnicamente esistere un gruppo simile di essere umani in grado di gestire tanto alcol e tanta bellezza insieme, così ripetutamente. Perché stasera ne conoscerò di nuovi, perché domani tornerò a casa pieno in qualunque caso, in qualunque modo quel trio di ultratrentenni deciderà di prendere parte al nostro incontro.

Più la mia stazione si avvicina, più penso che in fin dei conti con un piatto di prosciutto e un quartino di sfuso della casa sarebbe lo stesso. Penso che questo treno potrebbe fermarsi a Wellington e non mi sentirei nel frattempo assetato. Penso che in effetti non c’è nemmeno bisogno che li assaggi, quei tre bicchieri di Langa. Penso che a volte quello che conta veramente in un viaggio è il tragitto più che l’arrivo. Ma poi penso che penso che ci penserò un altro po’, facciamo così.

foto: nonciclopedia, atripaldanews, emiliano luciano

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.