Monfortino è meglio ‘e Pelé?


Già che c’ero * , prima di tornare a casa qualche bicchiere l’ho riempito (e svuotato). E non solo con le tre guest star annunciate, perché quando ci sono di mezzo gli Avr, perdipiù in combutta con la cellula romagnola, la voce “varie ed eventuali” non è esattamente marginale per quantità e livello.

Per la track list completa (e relative impressioni) vi rimando quindi al forum del Gambero * e in particolare al thread che raccoglie tutte le loro bevute, l’ormai mitico Bollettino Avr (acronimo di Alta Valle del Reno, dove vivono i loro membri più alcolicamente attivi), curato dal sempre puntuale Dante Johnny the Fly.

Ci vorrebbe un post apposito per ognuno dei vini che ci hanno accompagnato durante la bellissima serata al Don Abbondio di Forlì (a proposito: grazie di cuore al maitre-sommelier Simone Zoli per la cortesia e la pazienza), impreziosita dall’improvvisa apparizione di Aldo, Giovanni e Giacomo (quelli veri, non il trio Fabrizio-Emiliano-Dante). Non c’erano solo il Rionda e il Monprivato ’82 a dispensare bellezza, perché l’Osso San Grato ’82 e il Rosso del Conte ’88 meritavano almeno la stessa ribalta, senza dimenticare l’Amarone ’04 di Zymè o il Clos de la Maréchale ’08 di Mugnier stappato a mò di sorbetto.

Per ragioni di spazio, però, vorrei soffermarmi sulla bottiglia che da sola, si sarebbe detto una volta, valeva il prezzo del biglietto, il viaggio e pure un pellegrinaggio a piedi. Soggettivamente, oggettivamente e unanimemente la protagonista assoluta è stata senza dubbio quella recante una sdrucita etichetta avorio segnata da caratteri vagamente goticheggianti e la stilizzazione di un borgo langarolo. Lo ammetto, sto tergiversando perché sono talmente intimidito dalla sua magnificenza, che ho paura perfino a pronunciare le parole “Monfortino 1978 – Giovanni Conterno”.

Ora non aspettatevi da me la lista dei riconoscimenti e delle descrizioni, perché sapete bene che il dono della sintesi è stato distribuito quando ero in bagno e con un vino così rischiamo veramente di fare notte. Vi basti sapere che si tratta di uno di quei vini che, tanto per capirci, giocano nel campionato degli Haut Brion ’89, dei La Tache ’91, dei Pergole Torte Ris. ’90, dei Lafite ’86, dei Biondi Santi Ris. ’82. Uno di quei vini dove ogni parametro di eccellenza è “fuori scala”: integrità, complessità, ampiezza, potenza, finezza tannica, sapore, profondità, persistenza, potenziale di longevità, ad libitum sfumando. Uno di quei vini che, qualsiasi metodo valutativo tu voglia usare, schizza rapidamente verso quota 100 nel momento in cui decidi di associarlo ad un punteggio in scala centesimale. Uno di quei vini che fino a qualche tempo fa sarebbe finito per direttissima nel cassetto dedicato alle “bottiglie della vita”.

E ci finirebbe pure stavolta, ovviamente, se non fossi sempre più in difficoltà nel trovare un accordo tra cervello e cuore quando c’è da assegnare quella locuzione virgolettata. Il fatto è che più vado avanti, più mi rendo conto che l’idea del “grande vino”, secondo un’accezione degustativa classica, non sempre corrisponde a ciò che la mia anima sente come unico, irripetibile, indimenticabile, quel qualcosa che ne entra a far parte in pieno e per sempre.

Non è la prima volta che ragiono su questi aspetti dopo aver stappato un Monfortino. Questo ’78 è davvero un vino straordinario, completo in ogni sua componente, come quasi sempre sa essere la riserva della famiglia Conterno, nata come selezione di vigne a Monforte d’Alba, prima di diventare espressione del cru Francia a Serralunga d’Alba nel 1974. Anche in questa occasione, però, mi trovo a gestire un’enorme ammirazione incapace di trasformarsi fino in fondo in empatia: è la distanza che si manifesta immediatamente tra la star e il fan a caccia di autografi, il cordone che separa due mondi per molti versi troppo lontani. Un artista di cui non puoi fare a meno di subire il fascino, ma che non riusciresti a sentire come un vero amico “alla pari” nemmeno dopo anni di frequentazioni.

Maestoso, imperiale, granitico, sicuro, statuario, immarcescibile, dominante, fedele, coerente, totalizzante e cento altri aggettivi affollano la testa quando ho tra le mani un Monfortino. Ma ce ne sono altri che restano invece ben nascosti, perché so che mentirei prima di tutto a me stesso associandogli parole come struggente, lirico, imprevedibile, magico, intimo, spirituale, onirico.

Se ne capissi di donne oserei dire che è Angelina Jolie ma non potrebbe essere mai Audrey Hepburn. E’ meglio comunque che resti nel recinto delle passioni realmente ricambiate, anche perché un Monfortino donna non si è mai visto e mai si vedrà, lui che è l’emblema del maschio dominante.

E allora rimodulo pensando innanzitutto ad uno di quegli atleti che vincono per tutta la durata della propria carriera, grazie ad una dotazione di classe e talento fuori dal comune legata indissolubilmente a costanza, allenamento, dedizione, serietà.

Il Monfortino è uno di quegli atleti che quando è in forma è troppo “più forte” degli altri.
E’ uno di quegli atleti che non perde mai se non ci sono di mezzo giudici o altre variabili slegate dalla sua volontà, specialmente quando la “vittoria” dipende quasi esclusivamente da un gesto fisico-tecnico misurabile con un cronometro o una rondella.

Il Monfortino è Hermann Maier, lo sciatore austriaco che ha vinto più di tutti nell’era moderna, secondo solo a Stenmark per numero di successi in coppa del mondo, olimpiadi e mondiali. Herminator era il suo soprannome, niente di più azzeccato per riassumere la potenza devastante con cui scavava abissi di secondi e decimi rispetto ai suoi avversari. Ma non potrebbe mai essere Micheal Von Gruningen, uno dei pochi che è riuscito a batterlo in quegli anni (almeno nello slalom gigante), uno che sembrava danzare sfidando la forza di gravità sui pendii più ghiacciati ed estremi della Gran Risa e di Abelboden.

Il Monfortino è Eddy Merckx, l’irraggiungibile cannibale fiammingo del ciclismo, uno che non si tirava indietro nemmeno se c’era da sprintare su un cavalcavia per aggiudicarsi un prosciutto paesano. Ma non potrebbe mai essere Gimondi o Bartali, Pantani o Charly Gaul, gente che ha vinto molto meno ma che tanti ciclo-appassionati associano alle loro emozioni più indelebili.

Il Monfortino è Micheal Schumacher, sette volte campione del mondo, 91 volte primo al traguardo, 68 pole position, giusto per ricordare tre degli oltre 30 record assoluti da lui detenuti. Uno che certamente si è avvantaggiato della Ferrari più forte di tutti i tempi, ma anche uno che ha avuto un ruolo decisivo nello sviluppo della macchina, uno che curava tutti i dettagli, con una preparazione atletica da robot. Ma non potrebbe mai essere Gilles Villeneuve, appena sei vittorie e nessuna coppa del mondo conquistate prima della prematura scomparsa, ma diventato mito eterno per il suo stile di guida altamente combattivo e spettacolare.

Ma soprattutto per me il Monfortino può essere Pelé e mai Maradona. E non è una disquisizione su chi sia stato il più forte? grande? continuo? calciatore di tutti i tempi (in attesa che Lionel Messi sveli fino in fondo quanto può essere il ponte tra i due). Due campioni immortali ma per molti versi imparagonabili perché imparagonabile era la loro idea del calcio e della vita. La perla nera ha segnato e vinto di più e più a lungo, anche grazie ad una condotta esistenziale da vero professionista del pallone. Ma lo scugnizzo di Buenos Aires ha forse incarnato meglio di chiunque altro la forma del genio, dell’anarchia e del destino su un campo da gioco. Diventando dio per sempre di una larga fetta di persone, ancor prima che tifosi.

Il Monfortino è la risposta alla domanda di garanzia, certezza, affidabilità nella grandezza. Anche e soprattutto in virtù di una costanza espressiva tra le più elevate per vini di questo blasone (e prezzo), inversamente proporzionale alla percentuale di bottiglie “sottoperformanti”. E’ il Barolo, ma non solo, da stappare quando si cerca la strada più diretta e in qualche modo “sicura” al vino da “cento centesimi”, o giù di lì, perlomeno secondo le codifiche a cui siamo abituati.

Ma probabilmente non è il vino di chi pensa che il palmarès sia una questione a dir poco marginale nella storia di un campione. Non è il vino di chi non può fare a meno di innamorarsi dei secondi, di chi per tutta la vita regala il cuore ad un singolo irripetibile momento, di chi ha bisogno di uno squarcio non richiesto e non preventivabile sulla strada diretta al fortino dei ricordi.

Ancora una volta mi rendo conto di quanto sia ingenuo ed illusorio il tentativo di ricondurre il racconto del vino ad un fatto di gerarchie e valutazioni astraibili dal proprio vissuto e dalle proprie coordinate gps provvisorie. Senza questa consapevolezza sbracherei facilmente imputando all’imperatore di Langa quello che i miei arti infreddoliti non riconoscono fuoco fino in fondo. Attribuirei a lui, sbagliando, un distacco che invece è tutto mio, perché sono io incapace di sintonizzarmi a quella ricerca di solidità, di completezza, oserei dire di perfezione. Come sempre accade, è nell’occhio di chi guarda, nelle orecchie di chi ascolta, nella pelle di chi tocca la dimensione della forma e della sostanza. Ma il bello del vino è esattamente questo: la libertà di un lampo raccolto senza prerequisiti organolettici, la libertà di alzarsi in piedi e applaudire un Monfortino ’78, la libertà di lasciare che il cuore batta più forte per altri bicchieri. E senza per questo sentirsi in colpa.

foto: Dante Lenzi alias Johnny the Fly, wikipedia, tanner.de, befan.it, occlusionegravita.it, 2.bp.blogspot.com, blogdoodir.com.br, canalenapoli.it

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.