I Beatles, Overnoy e un pizzico di surrealismo

Obladi Oblada è una delle prime canzoni della mia vita, ascoltata e riascoltata grazie a un vecchio mangiadischi arancione che avevo da bambino.

Mi commuovo ogni volta che inciampo su Nowhere man, trovo In my life una delle più belle storie d’amore mai scritte, canticchio Blackbird almeno una volta alla settimana e tra i desideri più nascosti c’è quello della mia testa esposta in una delle fotografie del barbiere di Penny Lane.

Insomma, sono un vecchio, banalissimo appassionato dei Beatles e la ricorrenza dei 50 anni della loro storia, di Love me do, non mi ha lasciato indifferente.  Oltre alle canzoni non perdo un film, un documentario, un libro o un racconto sui Fab Four e negli ultimi giorni è tornata a galla dal caos di casa mia una piccola pubblicazione cui sono particolarmente legato: Il libro delle canzoni dei Beatles curato da Alan Aldridge.

L’opuscolo contiene i testi del gruppo abbinati a immagini e disegni di spiazzante irriverenza e fantasia surrealista, curati dallo stesso autore in collaborazione con altri artisti, da Seymour Chwast a Tomi Ungerer, a Peter Max…

Nell’introduzione, lo stesso Aldridge spiega la genesi del testo. “Benché nella musica popolare l’ambiguità dei testi non fosse una novità, la gamma delle varie interpretazioni dell’album Sergent Pepper mi interessò a tal punto che comincia a leggere tutti i testi delle canzoni dei Beatles cercando, o immaginando, tutti i possibili significati nascosti. In particolare, fui sconcertato da una frase di Eleanor Rigby: con indosso il viso che tiene in serbo in una caraffa vicino alla porta. Questo era surrealismo allo stato puro. E poiché quello del surrealismo era un campo in cui operavo allora come illustratore, decisi, nella mia assoluta ingenuità, di intervistare Paul McCartney, autore di quel verso. Risultato; un articolo illustrato con i miei disegni, che al suo apparire provocò una valanga di lettere di ammiratori. Questo fatto mi convinse definitivamente a dare il via al mio libro sulle migliori liriche dei Beatles”.

Morale della favola, a volte è la comunione di percorsi culturali e artistici, di stati d’animo, di situazioni o evoluzioni in cui ci si trova a far scoccare la scintilla, qualsiasi essa sia, e a far comprendere appieno qualcosa che in un qualsiasi altro momento sarebbe semplicemente incomprensibile, o almeno molto più difficile da decodificare.

Credo che tutto questo ragionamento valga anche per il vino. Se guardo in cantina vedo cose recenti che mi fanno venire l’acquolina e bottiglie che stento a credere di aver comprato. Eppure l’ho fatto, e nemmeno cent’anni fa. Allo stesso tempo mi trovo ad amare dei vini che non mi sognerei mai di stappare con qualcuno che non ha fatto un certo percorso, che racchiudono emozioni affatto scontate, fuori dai binari dell’oggettivamente buono e del grammaticalmente corretto.

Tra le mie bottiglie surrealiste del momento, capaci di innescare un dialogo che solo poco tempo fa mancava, ci sono quelle di Pierre Overnoy. Un amore crescente, partito con diffidenza e alimentato in sordina fino a divampare.

La conoscenza diretta del personaggio ha fatto il resto. “Morirò senza aver capito nulla del vino” mi ha detto. Altro che certezze e risposte, altro che produttore bacchettone che sale in cattedra e pontifica il suo credo. Le domande, il dubbio, un percorso lento e continuo che tende all’infinito sapendo di non poterlo raggiungere è alla base della filosofia produttiva di Overnoy. Oltre che un pensiero sul vino che mi appartiene.

Surrealismo. Oggi i vini in commercio, quelli che escono dalla cantina sono, tra gli altri, l’Arbois Poulsard 2011 (un rosso) e il Savagnin 2003 (un bianco, più o meno). Quest’ultimo ha un profilo che bilancia perfettamente decisi toni ossidativi a sensazioni fresche e minerali di grande reattività ed energia. Ha profumi di zabaione, mela al forno, vaniglia e spezie assortite, alternate a note di muschio e roccia. In bocca è ampio, caldo e salato, con una decisa sensazione di senape e curry. Finisce lunghissimo su accenni di tè verde.

Il Poulsard è apparentemente fragile, così delicato e scarico da sembrare sempre sul punto di sgretolarsi. Da giovane pare già evoluto ma il tempo, invece di penalizzarlo, lo rafforza. “O scolorito”, come l’ha sapientemente ribattezzato qualcuno è un vino scheletrico, ossuto, che gioca tutto sugli aromi. Che ricordano i fiori macerati, l’acqua di rose e l’umeboshi, racchiusi in un guscio di formidabile durezza.

Chiudo con un ricordo ancora vivissimo dei vini di questa maison: il Vin Jaune 1976. Ha un bellissimo colore verde-oro e un profilo aromatico estremamente vitale dove non mancano accenni di clorofilla immersi in un corredo di fiori, vaniglia, spezie e bergamotto. La bocca è agrumata, con forti pungenze di lime. Sa unire la dolcezza del frutto ad una fisicità dura, a tratti aspra, infinita nel finale di zafferano.

PS: i vini di Overnoy sono importati in Italia da Velier*

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.