Cara, vecchia Pilsner Urquell

Esattamente una settimana fa volavo a Praga, e poi da lì in macchina a Plzn, per il complenano di una delle aziende che hanno scritto la storia della birra (170 candeline!).

Una due giorni magnifica, scandita da numerosi boccali e da una memorabile visita al birricio.


Che è una specie di città:
con le sue mura, gli edifici, le ciminiere che paiono torri, l’orologio sempre illuminato, le piazze, le gallerie sotterranee (9 chilometr!) che ancora oggi accolgono le botti di Pilsner Urquell non pastorizzata e non filtrata.

Ecco, quella birra antica e allo stesso tempo moderna mi ha stregato, ammaliato, rapito per sempre. Non c’è verso di toglierla dalla testa. E’ perfetta come d’abitudine, incredibilmente bilanciata nel gioco tra la dolcezza del malto e l’amaro secco e dissetante del luppolo Saaz. Oltre che “fiorita” nei profumi, cremosa nell’impatto in bocca e piacevolissima nell’appena pungente sensazione carbonica.

Ma in più è viva. Vestita di una tonlità lievemente più opaca di quella consueta, capace di una timbrica speziata che non conoscevo. Qualcosa di ancentrale, viscerale ma finissimo, che prosegue in un sorso inapettatamente polposo e “in movimento”. Si, una specie di imprevedibilità codificata alberga dentro quelle botti.

Spero di tornare presto a Plzn e alla sua fabbrica della birra. In quell’operoso crocevia dell’Europa di mezzo intriso di storia, cultura, campi d’orzo e luppoli profumati.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.