Barolo del sud, Taurasi del nord

Le presentazioni delle varie guide dei vini sono momenti ghiotti per immergersi in centinaia di assaggi di altissimo livello, anche se ovviamente le modalità di degustazione non sono esattamente quelle ideali per un’analisi puntuale, fatta con tutti i crismi, le attenzioni e gli accorgimenti del caso.

Insomma, tra uno sgambetto e una gomitata, col sommelier di turno che prima di servirti un filo di vino (fino a due gocce nel caso dei più pregiati) ci manca poco che lo decanti a lume di candela (come d’uopo), capita di imbattersi in un bel po’ di etichette che stanno, o dovrebbero stare, nel lotto delle migliori d’Italia.

Appuntamenti piacevoli, almeno per il sottoscritto, che non perde occasione per disimpegnarsi tra i banchi d’assaggio, alla ricerca di conferme e smentite, scambi di opinioni e ciarle con i tanti conoscenti che si incontrano.

E poi capita sempre, al di là della reale portata dei vini testati, di uscire con qualche idea forte dall’imponente carrellata, spesso dettata da assaggi particolarmente convincenti, magari confermati in più occasioni e avallati dallo scambio di idee con qualcuno di cui ti fidi.

Non una gerarchia, piuttosto un’impronta distintiva, spesso dettata da particolari affinità elettive o da prestazioni tanto autorevoli da farti dimenticare il contesto e tracannare il bicchiere senza tanti complimenti.

Tra i moltissimi, ecco due vini che mi hanno rapito in tutte le occasione e con cui non è difficile entrare in empatia. Da subito, intendo, senza sforzi di comprensione, immaginazione o proiezioni future.

Da una parte uno dei miei Barolo preferiti, il Bricco Sarmassa 2008 di Brezza, figlio di un cru del comune di Barolo che confina con La Morra (l’azienda è a due passi dal borgo che dà il nome alla denominazione; ah, se passate di lì non perdete il super tradizionale ristorante di famiglia). Un vino complesso ma non complicato, di incredibile grazia, quasi soave per eleganza e souplesse gustativa, in questo millesimo particolarmente ricco di note balsamiche e floreali.

Dall’altra il Taurasi Poliphemo di Luigi Tecce, uno dei più straordinari produttori irpini degli ultimi tempi. Il suo 2008 è sconvolgente, magnetico e assolutamente personale, caratterizzato da un delizioso ventaglio speziato in bocca (pepe, soprattutto). Un vino vivo, anarchico, capace di far saltare per aria la gabbia in cui si è cercato, fino ad oggi, di racchiudere la tipologia di cui fa parte.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.