Sagrantino, non basta la parola

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Pensavamo di aver capito tutto, di aver raggiunto tutto e, invece, non ci avevamo capito niente. Abbiamo riversato fiumi d’inchiostro sul Sagrantino, acquisiti studi di fondazioni (Agnelli e Edmund Mach), scomodato agronomi, enologi, buyer di fama mondiale, studiosi dei fenomeni legati al marketing territoriale.

Ubriachi di successo abbiamo toppato sull’offerta. La storia di questo vino somiglia a quella del povero in canna che vince alla lotteria di Capodanno, ma disabituato alle fortune rischia di tornarsene ad abitare nel suo pied-à-terre, sotto un ponte.

Oggi comprendiamo che questo territorio, beneficiato dai guadagni facili, non ha avuto la possibilità di strutturarsi, come invece hanno fatto i distretti storici delle Langhe, del Chianti, della Franciacorta, anch’essi toccati dalla crisi, ma solo da quella di mercato, che non incide più di tanto sull’immagine. Non facciamoci illusioni. Quei distretti sono più forti sul mercato globale, dove i numeri, le dimensioni, la qualità media degli attori, fanno la differenza.

Il Sagrantino s’è permesso anche questa spocchia: negare a se stesso che le disparità qualitative – e dunque la giungla dei prezzi – zavorrano l’immagine complessiva. Eravamo tutti convinti che di Sagrantino bastasse la parola.

Lo stesso errore potremmo ripeterlo oggi: biologico, naturale, “basta la parola”. Non è così. Hai voglia a sagrantini wine festival e settimane enologiche* all’ultima goccia di sangue (o di mosto, che quest’anno scarseggia). Qui tocca fare un sacrosanto mea culpa, produttori, consorziati, non consorziati, Regione. Spargetevi il capo di cenere e cominciate a ragionare in termini di offerta. Non reggono più le menate sull’autoctono, sull’unicità del territorio, sulle opere d’arte e le loro iterazioni con il prodotto.

Il convegno sulla green economy sarà stato utile nella misura in cui riuscirà a risvegliare gli attori da un sogno miseramente infranto, spronarli a una disamina acuta sulle patologie del sistema, indicare gli obiettivi futuri, non solo quelli sostenibili dall’ambiente, ma effettivamente “sostenibili”. Che parta pure da Montefalco la rivoluzione verde, una nuova idea di agricoltura, ma bisognerà anche interrogarci perché proprio qui quella vecchia, d’idea, ha fallito.

Non cada il territorio nella trappola della coltivazione “bio”, che fa tanto marketing (con una “t” sola?). Non basta dichiararsi “bio” per essere ecocompatibili. Come dice Carlo Cambi “bisogna cominciare a produrre con paradigmi – anche mentali – diversi” perché la compatibilità deve essere prima una conquista dell’impesa agricola e solo dopo riguardare la produzione.

Che senso ha produrre “bio” se il territorio non lo è? Ci riempiamo la bocca di “green revolution”, poi ignoriamo, o fingiamo di ignorare, quanta anidride carbonica producono le aziende o la quantità di solfiti dispersi nel vino. Diventerà mai Montefalco un laboratorio dello sviluppo ecocompatibile della nuova agricoltura del vino di qualità? Oggi ambiti come questo devono produrre e vendere valori. E la sostenibilità è un valore, ma non in se: va costruito.

Lo sa bene il pragmatico presidente del consorzio tutela, che per il Sagrantino questo è l’ultimo treno. O Pambuffetti riesce a farceli salire su tutti, con convinzione, compresa la Regione, o il successo finirà in un binario morto.

Siparietto. Il territorio non si serve a fette, come la torta al testo. E’ il patrimonio agricolo e antropologico nella sua unicità, che va innanzitutto rispettato. Se no ogni sforzo è vano, quanto vane sono state le corse all’oro delle cantine di mezza Italia, che hanno pagato la terra per oro, ricavandone, con sforzo, qualche lingotto d’argento. Per dirla da semplici ragionieri, anche l’argento (a prenderlo per quello che è) ha un suo pregio. Basta puntare sulla sostenibilità, ma non tanto perché si vende bene, quanto perché produce risparmio, efficienza aziendale e maggiore competitività. Altrimenti le sbronze dei padri ricadranno sui figli.

Foto: http://rosadorowine.blogspot.it