Guinness | Black is beautiful

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Nel 1969 James Brown ha presentato un brano che sarebbe diventato un grande classico: Say it loud, I’m black and I’m proud. Mentre ondeggiava i suoi fianchi sul popolare programma di danza Soul Train, ha cantato quanto fosse orgoglioso di essere nero. Un black American.

E per noi afro-americani questa canzone è subito diventata l’inno degli anni Settanta. La colonna sonora dei miei balli in salotto.

Un brano che non ha assolutamente nulla a che fare con la mia ultima avventura. Ma che continuava a ronzarmi in testa, durante la mia visita alla Guinness Storehouse di Dublino.

Superato il negozio del piano terra, quello del merchandise Guinness con le t-shirt, i portachiavi e le tazze da caffè, ripassati rapidamente gli ingredienti della birra: orzo, luppolo, lievito e acqua; passato il “Trace your Guinness Roots” del terzo piano dove ognuno può verificare se qualche parente abbia per caso lavorato nella fabbrica della Guinness (ma io questo lo sapevo già), raggiungo finalmente il Quarto piano e prendo il mio posto presso The Guinness Academy.  Ed è proprio lì che, con alcuni signori provenienti da Scozia, Olanda, Stati Uniti e ovviamente Irlanda, grazie alla nostra giovane teacher Anthony, ho imparato a spillare “the perfect pint”.

Allora, dovete sapere che ci vogliono 119,5 secondi per versare e servire una Guinness Stout con la sua inconfondibile veste scura e la schiuma cremosa. Prima di tutto serve un bicchiere fresco stile Guinness. Non va maneggiato troppo perché c’è il rischio che si riscaldi, quindi si inizia a spillare la birra alla temperatura di 6°C. Bastano tre gradi in più o in meno per rovinare tutto. Il bicchiere va tenuto saldamente ad un’angolazione di 45° sotto il rubinetto, dunque si tira la maniglia, lentamente, verso di sè, e si raddrizza pian piano il calice. Riempito per ¾, più o meno all’altezza dell’arpa, ci si ferma un istante, permettendo alla testa cremosa di formarsi per bene (circa 10-15 millimetri). È quasi perfetta a questo punto. Basta rimettere il bicchiere sotto il rubinetto e azionare di nuovo la maniglia, in modo da riempirlo del tutto e creare quel bellissimo ‘cappello’.

A questo punto la pinta è perfetta. Così perfetta da farnmi guadagnare l’attestato, consegnato direttamente dalle mani della sorridente Anthony. Ah, che piacere guardare la mia Guinness. Quasi non avrei voluto berla, quasi non avrei voluto rovinare la mia opera e soprattutto quel “cuscino” cremoso in cima al bicchiere.

Ma ho pensato alla storia che avevo letto alla Storehouse, quella che evoca l’amaro del luppolo e la dolcezza del malto d’orzo tostato… Un sorso, due, metà pinta…

Non so se il signor James Brown abbia mai visitato Dublino. E chissà se ha mai bevuto una pinta di Guinness. Ma sono sicura che sarebbe stato d’accordo con la scritta che ho visto al secondo piano dello Stockhouse, nel cuore della città: Black is Beautiful