Elogio della normalità

“Quando vado alla posta o al comune non mi aspetto mica di trovare allo sportello il poeta maledetto, l’artista o il clown. Voglio semplicemente una persona che sa fare il suo lavoro, non si perde in chiacchiere e sa che cos’è la gentilezza e l’educazione. E lo stesso mi aspetto da certi vini in certe occasioni”.

Come sempre Maria Teresa riesce a condensare efficacemente in quattro righe il senso che inseguo in tre ore di inutili sproloqui.

Questa volta si ragionava sul pranzo appena terminato in uno degli indirizzi più suggestivi e affidabili della mia regione, uno stellato che vale il viaggio anche solo per il suo Pacchero al San Marzano (non posso fare nomi, ma tanto è facile). Concordavamo sulla piacevolezza della visita, prima di tutto per merito di una cucina niente fumo e tutta sostanza, ma anche grazie al vino che ci aveva fatto compagnia.

La carta offriva i suoi spunti più interessanti in Campania, tra l’altro con ricarichi a dir poco amichevoli, rivelandosi decisamente più scontata nella copertura nazionale ed estera. Dato che però in queste settimane sto facendo indigestione di Fiano, Greco e Falanghina, cercavo fuori regione un bianco croccante ma non troppo impegnativo, giovanile ma non primario, dinamico senza eccessi verticali. La scelta, quasi obbligata viste le opzioni, è ricaduta sullo Chardonnay “base” di Les Cretes del 2008.

In macchina ripensavamo a come la bottiglia si fosse integrata naturalmente col nostro pranzo: a differenza di altre volte nessun commento, nessuna esclamazione di piacere o di disapprovazione, ma prima del pré-dessert era terminata. Un vino molto normale, senza particolari picchi di complessità né di polpa, più agile che dinamico e in fin dei conti mancante di persistenza. Uno Chardonnay italiano sicuramente non caricaturale ma con i suoi limiti, se guardato nelle singole componenti, che ha tuttavia funzionato perfettamente in quel contesto. Non tanto per una questione di convergenze virtuose da metodo Vaccarini Mercadini, tutt’altro: piuttosto per la sua capacità di farsi presenza discreta, quasi di mettersi al servizio del menù, senza urlare, senza millantare, senza pretendere. Lavorando come Oriali, un bicchiere mediano che conosce i suoi compiti e non ci prova nemmeno a fare il numero dieci.

L’elogio della normalità è un titolo ma soprattutto un promemoria: siamo così impegnati a cercare e raccontare, giustamente, i vini “diversi”, densi di carisma e personalità, che forse stiamo perdendo di vista tutta una serie di bottiglie altrettanto significative nella loro linearità. Rischiando di dimenticare una lezione che spesso si materializza nell’esperienza quotidiana: due caratteri forti difficilmente si piacciono in prima battuta, due prime donne raramente riescono a convivere.

Chi è abituato a prendersi la scena e gli applausi solo in pochi casi è disposto a dividerli, a meno che non sia chiaro il ruolo di spalla per chi gli sta vicino, meccanismo decisivo nel successo di tanti duo comici. Di nuovo Maria Teresa mi faceva pensare ad una coppia di amici a cui vogliamo molto bene: lui è uno di quelli che ti stordiscono per quanta energia si portano dietro, per quanto hanno da dare, da esprimere, da esigere in termini di ascolto e attenzione, lei è sempre un passo indietro, apparentemente dimessa, quasi a portare fisicamente addosso il peso del temperamento del marito col suo incedere curvo. Per poi scoprirla leggera e spensierata come non immagini, con tanto da dire non appena si allentano le briglie e la presenza del compagno si fa meno ingombrante.

Mi sembra che più di qualche volta funzioni così anche nelle dinamiche gastro-vinose. Mi ritorna in mente il Clos 2007 di Dauvissat stappato a Le Villaret di Parigi qualche tempo fa: vino spaziale che però si è comportato come un vero e proprio corpo estraneo per tutta la cena. Anche qui c’entrano in minima parte le considerazioni sulla gioventù e gli abbinamenti, teoricamente costruiti su misura: si sentiva chiaramente che quello Chablis voleva gli occhi tutti su di sé, sembrava quasi di vederlo scattare di spalle e fare le bizze come una diva degli anni ’30.

Non è automatico, ma spesso i vini di forte personalità si portano dietro un che di coercitivo: sei tu che segui loro, mai il contrario. Come non si chiede a Ibra di rientrare in difesa a fare il terzino o a McEnroe di non imprecare quando perde il punto o a Kobe Bryant di passare la palla negli ultimi due minuti di una gara non ancora decisa.

Ecco, da lettore-consumatore vorrei continuare a ricevere dritte su questi vini luccicanti di genio, autentici antidoti alla noia bevitoria. Ma se lo sforzo va soltanto in questa direzione, probabilmente viene a mancare un pezzo. Sarebbe altrettanto meritorio un lavoro di ricerca capace di segnalare quel che di interessante si nasconde nel “gruppone”: etichette non particolarmente cool, magari, ma cortesi ed affidabili come l’addetto allo sportello che sogna mia moglie.

Mi piacerebbe che le penne più brillanti, e ce ne sono, mi parlassero ogni tanto anche dei migliori vini “normali”, scegliendo di non abbandonarli al loro destino nelle mani dei banditori. Bottiglie reperibili, costose il giusto, adatte a spiegare che “tecnico” e “industriale” non sono necessariamente termini da utilizzare con accezione negativa. Bicchieri che possono stare a tavola tutti i giorni, raccontati per quello che sono, senza forzature o retorica, ma con il medesimo pragmatismo consapevole che ci guida nei nostri comportamenti d’acquisto quotidiani.

Il giorno che queste tipologie non ci riguardano più è lo stesso in cui abbiamo definitivamente confinato la bevanda cara a Bacco in ancella per poche occasioni, ben selezionate. Forse è già così e allora è giusto che quei momenti siano scanditi solo da forti emozioni liquide. Se però non ci siamo ancora rassegnati all’idea di un pasto senza vino, se pensiamo che questo processo disperda non quote pro-capite ma pezzi di cultura, se siamo convinti che i confini delle campagne vadano oltre quel che ci elettrizza, se riconosciamo piena dignità ad una bottiglia che finisce senza pretesti cerebrali, beh, allora forse è una sfida che vale la pena raccogliere.

Foto1: cantine-italiane.info*

Foto2: lescretes.it*

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.