La Pasqua, la musica e il vino naturale

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Solo nel secondo dopoguerra si cominciò a parlare con una certa insistenza della “musica antica”* ossia dell’esecuzione su strumenti originali d’epoca di opere composte tra il medioevo e il repertorio settecentesco (Mozart e Haydn).

Nacquero così ensamble e orchestre specializzate in una lettura della partitura diversa rispetto all’interpretazione secondo il cosiddetto “modello romantico”. Le incisioni operate da Gustav Leonardt e Nikolaus Harnoncourt delle cantate di Bach a partire dal 1970 fecero via via sempre più rumore nel mondo della critica musicale e dei melomani.

Suoni più secchi, tesi, senza orpelli. Tempi significativamente accorciati. Organico ridotto, anche dimezzato rispetto alle versioni classiche. Negli anni ’80 e ’90 fu un vero fiorire di direttori che con le loro orchestre specializzate diedero alle stampe una miriade di esecuzioni segnate dal criterio filologico. I critici, dapprima guardinghi quando non apertamente ostili, aprirono poi a quella musica considerata “più naturale”, più vera”, “più autentica”. Parole oggi largamente usate anche nel mondo del vino.

I due mondi, quello musicale e quello agricolo, non paiono confrontabili su questo terreno. Però alcuni elementi lasciano riflettere. Innanzi tutto la contrapposizione tra le diverse scuole di pensiero, ben presenti in entrambi i mondi. Da una parte i classici/convenzionali, dall’altra i filologici/naturali. Ciò che sembrava immutabile è stato spodestato dall’accettazione da parte del pubblico di una nuova “estetica” incline a perdonare imperfezioni, leggere dissonanze, durezze sonore prima rifiutate. Un nuovo gusto sorto dalla frattura culturale tra un mondo stilizzato e una visione nuova che ha cercato il futuro guardando al passato, in particolare alle antiche pratiche esecutive.

Dall’osservazione di quanto accaduto nel mondo della musica classica si potrebbe avere un suggerimento quando non un vero e proprio avvertimento per i tanti produttori di vini biologici, biodinamici, naturali.

Oggi la “musica antica” sembra aver perso lo slancio del recente passato. Il sapore diverso, rivoluzionario e per certi versi alla moda ha esaurito la sua spinta. Il repertorio, anche quello più lontano e nascosto, è stato quasi interamente stato pubblicato. Brani inediti e compositori dimenticati sotto la polvere delle biblioteche di tutta Europa, riportati alla luce dalla stretta necessità di avere materiale nuovo e diverso, non ha portato a significative scoperte: i capolavori eran già tutti sotto la luce del sole.

Orchestre sempre più essenziali e rigorose, aggrovigliate in un assurda gara di purismo interpretativo, hanno esacerbato melodie e canti rendendoli una tortura più che un piacere, specie se ascoltati dal vivo. Direttori d’orchestra furbastri si sono inseriti nel movimento dando una loro versione che nulla o poco ha a che fare con la filologia o la ricerca della matrice originale del suono.

Solo chi ha creato uno stile consolidato, lavorando a un progetto perseguito per anni, non lasciandosi mai influenzare ma perseguendo una propria strada forgiata dallo studio e dalla pratica ha oggi in mano l’autorità necessaria in materia e il conseguente appeal musicale.

English Baroque Soloists (dir. J.E.Gardiner), Academy of Ancient Music (C.Hogwood, E. Manze, R.Egarr), Collegium Vocale Gent (P.Herreweghe), Concertus Musicus Wien (N.Harnoncourt), The English Concert (T.Pinnock, A.Manze, H.Bicket), Concerto Vocale (R.Jacob) sono nomi che all’interno delle loro specializzazioni offrono ancor oggi un’altissima qualità interpretativa.

Io non mi sono mai schierato e la mia raccolta di dischi conta nomi in entrambe le direzioni. Ho sempre seguito il mio gusto personale dettato, spesso, dallo stato d’animo del momento.

Vi voglio far un esempio concreto scegliendo un brano adatto al periodo pasquale appena trascorso.

La composizione sacra più bella di Johann Sebastian Bach è, per me, la Passione secondo Matteo* (Matthäspassion BWV 244).

Tra le tante arie capolavoro contenute (la straziante Erbarme Dich; la definitiva e conclusiva Wir setzen Uns, il coro iniziale Kommt, ihr Töchter) vi è un’aria affidata alla voce del basso, accompagnato da due oboe da caccia, archi, fagotto e organo: Mache dich, mein Herze, rein (Purifica il mio cuore, voglio donare a Gesù la sua tomba). Un dolcissimo atto d’amore verso il Cristo morente.

Ho scelto due versioni significative tra quelle disponibili su Youtube.

La prima è estremamente inquadrabile come filone classico/romantico: Karl Richter dirige il basso Walter Berry alla testa della Münchener Bach-Orchester. La grande orchestra (intesa come come numero di elementi) restituisce un’esecuzione ariosa e profonda al tempo stesso, dalla bellezza cesellata come una stutua di marmo.

La seconda è eseguita su strumenti originali (fate caso ai due oboe da caccia al 0:11 del filmato), cantata da Stephan MacLeod ed eseguita dal Collegium Vocale Gent diretto da Philippe Herreweghe. Più veloce (dura 50 secondi in meno), asciutta, più brusca e nervosa in un certo senso ma altrettanto sentita. Da  rimarcare la bellezza della voce del giovane basso/baritono svizzero.

Non chiedetemi di scegliere quale preferire. Entrambe mi sembrano interpretare, a loro modo, lo spirito bachiano. La prima regge a meraviglia la complessità della musica barocca, la seconda è probabilmente più vicina allo Zeitgeist, lo spirito del tempo.

Allo stesso modo non ho faticato a scegliere la bottiglia da bere a pasquetta. La scelta è stata tra due interpretazioni del Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore. La prima, estremamente classica per concezione ed esecuzione, è il Vecchie Vigne 2009 di Umani Ronchi: affinato in cemento, finissimo all’olfatto con le sue sfumature di acacia, mandorla e un sottile richiamo di anice, bocca segnata da un raffinato equilibrio strutturale.

La seconda è il Dominé 2010 di Pievalta, lettura biodinamica di grande rigore, affinata in acciaio: naso tra fiori di primavera, erbe di campo e agrumi, mostra una rara grinta al palato che si fa decisa sapidità nel finale.

Come per la musica, a decidere sarà l’attimo.

[Foto di apertura: www.centoiso.com/Vincenzo Nava/Oltre il Golgota;Video: Youtube; Foto vini: Pierpaolo Rastelli]