Chi non beve il Taurasi di Perillo non fa sesso

In un paese normale, davanti a Montecitorio ci sarebbe un presidio permanente di forconi, Matteo Renzi gestirebbe al massimo un luna park e Michele Perillo sarebbe assediato quotidianamente da orde di assetati provenienti da ogni dove. In un paese normale.

Nell’Italia del terzo millennio, invece, fra le varie cose accade che l’aglianico di Castelfranci sia ancora un feticcio da sette clandestine e incappucciati, chiamati ad occultare all’umanità un segreto troppo scottante per essere rivelato, altro che Dan Brown.

Mi sono dato questa spiegazione: se il mondo si accorgesse che da queste parti si nascondono degli autentici tesori, l’Anas sarebbe costretta a rifare i lavori sull’Ofantina per fronteggiare le carovane di appassionati in pellegrinaggio. Se si spargesse troppo la voce, Michele Perillo si troverebbe obbligato ad asfaltare la rampa sterrata di accesso alla sua casa-cantina, grazie alla quale ho dovuto rifare per tre volte gli ammortizzatori alla Fiesta. E sappiamo bene quanto può essere diabolica la lobby dei meccanici…

Deve essere per forza così, non ci sono altre possibilità. Perché non serve chissà quale talento o esperienza per capire che su questi pendii scorre il fiume mistico del terroir eletto. Perché se il mondo del vino italiano non ignorasse l’esigenza di una gerarchia viticola “seria”, il nome di Castelfranci risuonerebbe per Taurasi con la stessa forza con cui si abbinano Gevrey e Borgogna, Pauillac e Bordeaux, Serralunga e Barolo.

Un grand cru, direbbero i cugini, anzi di più: un tour operator specializzato in itinerari lisergici, un portale d’accesso all’essenza appenninica, un impianto hifi creato appositamente per trasmettere senza distorsioni la voce dell’aglianico. Non il solo, ovviamente, come si potrebbe facilmente obiettare evocando Montemarano e Paternopoli, Piano d’Angelo e Barile, Torrecuso e Rionero. Ma quando dovrò scegliere la vigna per fare il mio Monfirpino, è qui che verrò: giusto il tempo di offrire un caffè in piazza a Raffaele Boccella, Gerardo Colucci e Luciano Gregorio (Boccella e Colli di Castelfranci, ne riparleremo presto), e poi di corsa a Contrada Valle per scongiurare Michele Perillo di affidarmi le sue starsete poco meno che centenarie.

Già me lo vedo mentre si dedica sorridente e paziente alle operazioni propedeutiche di apertura e spellatura, giacché senza un bicchiere di vino e una fetta di soppressata davanti al camino nemmeno si può iniziare a parlare, a casa di Michele e Annamaria. Come so già quel che penserebbe e non direbbe: “ma quisto secondo me non sta bbuono”. Giustamente e anche un po’ purtroppo, perché i Perillo sono persone di semplicità e ospitalità rare, ma allo stesso tempo estremamente orgogliose.

E’ per amor proprio, infatti, che Michele si è messo alle spalle la precedente vita da operaio alla Ferrero per diventare vigneron a tempo pieno, nel 1999. E’ per quella fierezza autenticamente contadina (e un pizzico di fatalismo, diciamo la verità) che preferisce tenersi in cantina intere annate del suo Taurasi piuttosto che svenderle e fare la fortuna di qualche avventuriero di passaggio.

Figuriamoci se uno come lui può anche solo immaginare di mettere in mano altrui pure una sola delle sue piante: mi meraviglierei di meno di vederlo girare nudo per Avellino o di non trovare più la mitica Renault lì davanti. Chiedete al suo enologo Carmine Valentino di raccontarvi un paio di aneddoti sul tema autovettura: da rimanere piegati in due per un’ora.

A proposito di Carmine Valentino: devo a lui il primo assaggio del ’99 di Michele. Una caldissima sera dell’estate 2003 in cui l’aglianico scorse a fiumi, poco tasting e molto bevuta. Eravamo al ristorante vicino alla stazione di Luogosano con una combriccola scatenata di produttori che per la prima volta sentivo così convinti e battaglieri, una serata che mi ha insegnato più di un’enciclopedia teorica e che non dimenticherò mai. Nel gioco degli scopritori di scoperte, per quanto mi riguarda è e sarà sempre Carmine l’assaggiatore talentuoso che ha capito e trasmesso per primo la magia che si nascondeva a casa Perillo.

Non tanto passando ai raggi X terreni e cloni, non solo giocando con le analisi di zuccheri, ph e acidità, quanto rimanendo in silenzio davanti alle bottiglie “fatte in casa” da Michele in tempi non sospetti
. Il suo ’90 affinato in damigiana resterà sempre impresso nella mia memoria, con tutti i suoi difetti ma anche con l’evidenza di un’energia debordante, che aspettava solo di essere incanalata in un binario di disponibilità. Come quei saltatori in lungo che fanno otto metri d’istinto, ma che hanno bisogno di mettere a fuoco i dettagli dello stacco e dell’atterraggio per vincere le olimpiadi.

Ed è stato questo, a mio avviso, il percorso seguito in questi anni nel garage Perillo. Ogni vendemmia è sembrata aggiungere un tassello sul piano della definizione e della trama, indissolubilmente legata alla forza sapida e tannica di un terroir realmente unico nel panorama taurasino. Dell’uomo abbiamo già detto, vale la pena ricordare in questo triangolo indivisibile il ruolo di un’argilla che qui si fa chiara e lascia spazio a sabbia silicea, calcare polverizzato, con significativa presenza di fossili marini e conchiglie. Ma soprattutto non ci si spiega perché i vini di Perillo siano così “diversi” senza rammentare che è uno dei pochi vigneron irpini a poter contare su vigne tanto vecchie, tra le ultime ad accogliere il clone “coda di cavallo”, cosiddetto per la forma allungata del grappolo, dalla buccia resistente e alla base di mosti dalla tinta quasi bluastra.


Le altitudini a ridosso dei 600 metri, le pendenze da brivido e le esposizioni ad ovest
fanno il resto, unitamente alle vendemmie molto prolungate, non di rado effettuate nella seconda metà di novembre, Salvatore Molettieri docet.

Premesse vitienolgiche a parte, se avessi un ristorante o un’enoteca o una società di importazione/distribuzione il Taurasi di Michele Perillo non mancherebbe mai nel mio listino. Anzi, probabilmente andrei lì e tratterei per ritirare tutto quello che c’è attualmente in cantina. Da semplice appassionato, invece, mi organizzerei come hanno fatto recentemente gli amici di Enosense per una visita molto slow, nella quale mi concederei un test minuzioso sulle vendemmie in affinamento e una verticale completa dei millesimi imbottigliati. L’ultima volta che ci sono stato c’erano in vendita i Taurasi 2004 e 2005 a 18 euro (prezzo finito per privati) e le Riserve 2003 e 2004 a 20 euro, ma singole bottiglie delle annate precedenti dovrebbero essere altrettanto disponibili.

Le prime impressioni sulle prove di botte parlano di un 2011 ovviamente ancora indecifrabile, un 2010 di quelli buoni, soprattutto in rapporto alle premesse vendemmiali, un 2009 a dir poco vibrante, tutto giocato su freschezza e sapore, un 2008 semplicemente strepitoso, un 2007 più ricco ed asciutto ma denso di chiaroscuri, un 2006 prepotente ed austero, probabilmente bisognoso di tempo.

Ma per chiudere voglio ritornare su quello che è per me finora, aspettando il 2008, la quadratura del cerchio nel rapporto vigna-vitigno-uomo di perilliana natura, oltre che uno dei pochissimi Taurasi di statura “assoluta” seguiti alle leggendarie riserve di Mastroberardino. Non il classico vino da degustazione o da batteria, sia chiaro, ma un bicchiere con cui confrontarsi faccia a faccia, occhi negli occhi, ascoltandolo prima di scomporlo, lasciando che sia la tavola a fare da detonatore per quella che si rivela una scioccante esplosione salina e minerale. Che rende quanto mai ozioso il gioco dei riconoscimenti e trasforma in assoluto protagonista l’aglianico di Castelfranci: in tutta la sua nudità, atavica eppure piena di pudore, viscerale ma non sprovvista di grazia. Non certo una statua di Michelangelo né di Canova, ma a ben vedere ancora più essenziale nel tratto, classico di indole più che di proporzione. Dorico, in prima e ultima analisi.

Il Taurasi 2005 di Perillo è la bottiglia che si fa stappare in canottiera mentre controlli la cottura dell’agnello sulla brace, ma che non ha paura di indossare il vestito buono per sedersi accanto ai grandi vini del mondo. Accettando le regole di un gioco che non è il suo, ma sempre a viso aperto, senza catenaccio, senza ostruzionismi. Come quei lupi che negli anni ’80 entravano in campo a San Siro o al Comunale e magari la perdevano, la partita, ma il rispetto e la dignità, quelli mai.

<<Me lo dovete dire voi com’è, noi stiamo qua>>: la sentirete nove volte su dieci questa risposta quando chiederete a Michele informazioni sul suo vino. Non fatevi ingannare: lo sa molto bene che con le sue vigne, le sue bottiglie, sua moglie e i suoi figli è uno degli azionisti più autorevoli del grande tesoro nascosto d’Irpinia.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.