I Micheli di San Francisco

Non me ne vogliano i galacticos del forno a legna Michele Leo, Gino Sorbillo, Enzo Coccia e Franco Pepe (e un’altra decina di nomi “sicuri”), ma quando bussa improvvisamente alla porta lo zio d’America e mi ordina “bring me mangiàr real pizza bello guagliòon”, io lo porto da Michele a Forcella.

Mica per chissà quali inestricabili indici di rating: prima di tutto voglio evitare che il parente a stelle e strisce si rovini il dopo-serata rimuginando su tutte le fantastiche farciture che non ha potuto testare, cancellandomi così dal testamento.

Come tutti sanno, infatti, da Michele a Forcella c’è molto da aspettare in fila e poco da scegliere: marinara o margherita, prendere o lasciare. Impostazione che cozzerebbe in teoria con le parole d’ordine del marketing moderno, tipo completezza della gamma e personalizzazione dell’offerta. In teoria, appunto, perché esiste e persiste una quota non così marginale di umanità (sto alzando la mano) che si angoscia e si confonde quando ha troppe opzioni da maneggiare e che si sente rassicurata quando sa di andare in un posto apprezzato per quelle due o tre cose lì fatte bene, e basta.

Ecco perché ora che mi è toccato il percorso inverso, classico terrone approdante per la prima volta in Usa, ho letteralmente preteso dal mio cicerone locale** di condurmi alla scoperta di qualche possibile Michele in salsa californiana. Ci sono già un centinaio di motivi per decidere di fare un salto nella magica San Francisco, ma se siete degli eterni indecisi come il sottoscritto almeno tre break mangerecci ve li risolvete dando un’occhiata qui sotto.

Il Michele del Crab Chowder: Nick’s Ligthouse at Fisherman’s Wharf

La città del Golden Gate si contende storicamente con la Grande Mela il titolo di capitale gourmet d’America: a San Francisco come a New York è rappresentata praticamente ogni cucina del mondo, spesso con declinazioni adatte a tutte le tasche. I Sanfrancischesi, però, rivendicano con orgoglio anche una loro specifica identità culinaria, agevolata dal ricco paniere di materie prime dell’entroterra californiano e dalla generosità del Pacifico. Il martedì, il giovedì e il sabato si materializza uno spettacolare farmer’s market all’esterno del Ferry Building, mentre tutti i giorni vi aspetta il risto-chiosco di Nick presso il Fisherman’s Wharf. Ed è qui che dovete misurarvi col piatto cittadino per eccellenza (anche se i pescatori del New England vi diranno che appartiene a loro la ricetta originale): la crab chowder. Preparatevi a non avere più fame fino al giorno successivo, perché questa strabordante zuppa di granchi (o vongole nella versione “clam”), con panna, pancetta, patate, carote, cipolle vi verrà servita all’interno di un mega panino privato parzialmente della mollica. Ma ne vale la pena, per meno di dieci dollari.

#5 Fisherman’s Wharf
2815 Taylor @ Jefferson
San Francisco, CA, 9413
Telefono: +1 415 929 1300

Il Michele del Taco-Burrito: La Taqueria a Mission

Ci sono molte San Francisco, alcune delle quali fortemente connotate sul piano etnico, come spesso accade nelle grandi città degli Stati Uniti. In tanti ne approfittano per esplorare la più popolosa Chinatown d’America, meno presente negli itinerari turistici il quartiere messicano della Mission. Ingiustamente, aggiungo, perché è qui che si formò il primo nucleo urbano ed è qui che ci si regala una delle passeggiate più “vere”, a due passi da Castro, tra i murales ispirati da Diego Rivera e una lunga serie di botteghe alternative. Ma se pure non ci fosse tutto questo nutrimento per gli occhi e lo spirito, sarebbe doverosa una deviazione per rendere omaggio a quella che, come può permettersi di chiarire subito l’insegna, non è una ma LA Taqueria. Poche chiacchiere: la quesadilla è l’unica possibile divagazione ad una track list che concepisce solo taco e burrito, con pollo o carne asada, el pastor o carnitas, full stop. Ora voi non potete capire quanta violenza devo esercitare su me stesso per non iniziare una lunga digressione sulla storia e il valore socio-politico del burrito, che proprio nel distretto di Mission ha visto nascere lo specifico gastrotipo sanfrancischesesuper”. Perché mica ci incazziamo solo noi quando vediamo fette di ananas e arancia fare capolino tra molecole di parmesan cheese su aborti di pizza. Basta ricordare le parole con cui l’attivista Cassi Feldman liquidava la progressiva wrappizzazione dei taqueristi e la proliferazione di fantasiose versioni con farina integrale, spinaci e frutta assortita: “Sparerò a mio figlio o a mia figlia se mai dovessero ordinare un burrito verde“. Ecco, qui i pargoli di Feldman non correrebbero nessun rischio; e nemmeno voi, se non quello di chiederne ancora e ancora. Taco sotto i 4 dollari, San Francisco style burrito intorno ai 7.

La Taqueria
2889 Mission Street
San Francisco, CA 94110,
Telefono: +1 (415) 285-7117

Il Michele del Fast Food: In & Out Burger – Stati Uniti Centro-occidentali

Era il 1948 quando Harry ed Esther Snyder realizzavano in California il primo locale dove i clienti potevano ordinare dalla macchina attraverso un box dotato di citofono e ritirare all’uscita (insomma, caro signor McDonald, anche su questo non è che hai inventato niente di nuovo). Da allora poco o nulla è cambiato nella filosofia e nella proposta di quello che è un vero e proprio simbolo della West Coast. Anche qui niente ammennicoli: hamburger, cheeseburger, double-double e patatine fritte, questo passa il convento sul tema salato, e se hai bisogno di una novità al mese sei capitato nel posto sbagliato. Nel corso degli anni In & Out Burger è diventata una piccola catena con poco più di 250 sedi concentrate esclusivamente negli stati della California (209 ristoranti), Arizona (28), Nevada (16), Texas (15) , Utah (9). Un caso decisamente atipico di marchio “regionale”, perdipiù ancora appartenente alla famiglia fondatrice che ha resistito negli anni ’80 ai tentativi di acquisizione e probabile smantellamento (potete immaginare da parte di chi) e non ha mai voluto trasformarlo in rete di franchising.
Fatto sta che quelli di In & Out, soprattutto in California, non si sentono semplicemente dei clienti ma veri e propri soci di un club assai cool. Perché colesterolo e calorie sono quelle ma la qualità della carne, del pane e delle verdure sono di un altro pianeta, se raffrontati “a quelli là”. E poi vuoi mettere il piacere di ammiccare alla cassa un “animal style fries, please” guardando di sottecchi quello dietro di te che si chiede “ma dove cavolo lo ha letto?” Vagli a spiegare il trucco del “menù segreto” che farà materializzare sul tuo vassoio una variazione arricchita e salsata di patate fritte con cipolle grigliate…

In & Out Burger

** al secolo Emiliano De Cristofaro, in pratica il fratello in gamba della famiglia, laurea in informatica seguita dal conseguimento del post-Doc presso l’Università di California, Irvine, esperto internazionale nel campo dei sistemi di sicurezza reti, privacy e condivisione di informazioni sensibili, attualmente ricercatore presso il Palo Alto Research Center, Silicon Valley, California. Capito?

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.