Fatti di Fattoi

Guardiamoci negli occhi: non era evitabile il titolo più orripilante della storia di tipicamente, già di per sé ben focalizzata sulla scia dei C-Movies (quelli di Lega Due sono fin troppo raffinati per noi – Tarantino docet).

Il fatto(i) è che la scorpacciata delle Anteprime mi lascia sempre di più con uno strano senso di alienazione, rafforzando ogni volta la mia convinzione che il silenzio metabolizzante è per molti versi l’unica possibile risposta a quel flusso vorticoso di informazioni, impressioni, stimoli. Non sarò mai un raccontatore 2.0, questo l’ho sempre saputo, ora realizzo di non averne nemmeno l’ambizione, fondamentalmente.

Continuo a sopravvalutare le ragioni della scrittura non diaristica, in ogni forma e su qualunque canale si materializzi: che sia prima di tutto figlia di un’urgenza a suo modo decisiva, non differibile, nel processo di condivisione conoscitiva. Non certo la “notizia”, almeno nella deprimente accezione da portale-agenzia-ufficio stampa, ma se non altro una trasposizione del caro vecchio tema di scuola, quello che come ci insegnavano doveva avere un inizio, una tesi, uno svolgimento, una fine.

E mentre ci penso, vengo immediatamente inchiodato proprio dall’ennesimo autogol da incompletezza, giacché una riflessione di questo tipo neanche dovrebbe iniziare senza mettere sul piatto questioni quali lo stato dell’arte dell’editoria, non solo vinosa, la prigione di una comunicazione misurata con la foliazione e la rapidità delle rassegne stampa, la trasformazione forse irreversibile della parola scritta da rappresentazione analogica a bit digitale.

La certezza di farci notte mi riporta dunque ai suddetti sintomi da post-Anteprima, a ben vedere non così diversi da quelli di un day-after seguito ad una pesante night-before. Martello pneumatico nella testa, stanza che continua a cambiare angolazione fino all’Augustiner di richiamo, violenza sicura su chiunque si azzardi anche solo a pensare di imbastire una qualsiasi forma di conversazione. E sei fregato qualunque sia il tuo sistema di riferimento narrativo-divulgativo: mi spiego.

Se sei di quelli che si prendono sul serio, al primo barlume di lucidità capisci di doverti somministrare una bella dose di bugie per sperare di estrarre qualcosa di sensato da quei tre minuti concessi ad ogni vino, né ti basta la dozzina di ore invernali investite per dare un nome a madame vendemmia: ore contro anno solare, lo capisce anche un cefalopode che sei sconfitto in partenza. E non va meglio quando ti sei iscritto al partito del “è solo vino, non fisica termonucleare”: come fai, se la pensi davvero così, ad affidare la tua densa leggerezza d’approccio ad una classifica, un’hit parade, una sequela di punteggi, uno smistamento di promossi, rimandati e bocciati?

Non chiedete mai ad una sbornia di rispondere a delle domande, men che meno di calarsi in una realtà binaria: sonno o veglia, pasta o carne, mamma o papà? Assecondatene invece il ritmo scaleno, nebulizzatevi all’unisono tra le correnti di sinapsi sconnesse e ne otterrete in cambio una chiave, e non importa se non l’avete mai vista e non ci sono lucchetti da aprire nei paraggi, mica ci stavate così tanto a pensare mentre raccoglievate oggetti usciti dal nulla per superare i quadri di SuperMario o Turrican 2…

Assecondando e nebulizzando sono finito, come ormai sempre mi capita nelle giarde (dialett. n.d.r.) post Anteprime, sul campetto di via fratelli Bisogno, metà anni ’80 mese più mese meno. Oddio, non proprio come lo intenderebbero i ragazzini di oggi: la nostra erba sintetica erano i mattoncini rossi montati a tetris del cortile o il catrame dell’autolavaggio, quando cominciavano a piovere secchi d’acqua (o chissà che altro) dai balconi esausti delle nostra urla belluine accordate dal diapason di un supersantos. Ancora oggi non riesco a spiegarmi perché quel furetto arrivato dall’Argentina, impossibile da marcare, non lo abbia mai rivisto in televisione in una finale di Champions: ma non è questo il momento per parlarvi di Diego Fernandez e del suo metro e cinquantotto di classe purissima (e in più tifava Milan, ve lo sareste mai aspettato?).

Tra quelle fioriere usate come porte ci sono arrivato rivivendo l’ineguagliabile magia della composizione delle squadre: la proprietà del pallone o l’età-forza fisica eleggevano i capitani e poi via, una scelta ciascuno a quotare la tua autostima giornaliera, perché se venivi preso per primo eri la forma umana più vicina a dio e se restavi per ultimo dovevi guardare in faccia la tua natura di brocco, niente paracadute.

Andrebbe spiegato agli Americani che non si può perfezionare l’imperfettibile, anche se gli dai un suono cool e commissioni all’MIT una specie di logaritmo riequilibratore: il Draft made in Usa non vale la nostra terronissima “Conta pe ‘mme ‘a parte toia”, non ci sono cacchi. E se capitan Gravina passasse da queste parti vi spiegherebbe efficacemente il perché.

Orbene, mi sono convinto che a Benvenuto Brunello 2012 c’ero, oltre che per riperdere nel match di calcio a sei contro i produttori guidati da Gianni Pignattai di Pietroso (ma stavolta con onore: 5-3), per sfruttare la mia opportunità di scelta nella grande conta dei Brunello 2007-Riserva 2006-Rosso 2010. Me ne tocca solo uno, mi avvisano ricordandomi le regole di ingaggio e quando arriva il mio turno non ho dubbi: mi porto via Fattoi.

In cantina non ci sono ancora stato, i proprietari non li ho conosciuti, altre annate non ne ho assaggiate per cui non ho fonti di prima mano se non gli appunti di bevuta. Ogni dato integrativo sarebbe pescato dal sito internet aziendale, dal quaderno del consorzio e da articoli altrui: quindi se volete sapere quanti ettari e quanta botte grande e quale esposizione, cercatevi le informazioni da soli.

Non è per maleducazione, credetemi, il fatto è che per una volta mi interessa più il come del perché ogni volta che nel chiostro ho avuto a che fare con un bicchiere di Fattoi ho avvertito un sussulto, una scossa elettrica, un momento di istintivo piacere. Accadimento sempre più raro, mi sembra di cogliere anche attorno a me al di là dello specifico di Montalcino, per una serie di ipotesi che meriterebbero altrettanti post e che qui mi sento solo di riassumere:

1) profili di annate che, almeno nel breve periodo, suggeriscono un livello generale medio-alto ma anche una classifica relativamente “corta”, con meno punte emozionali capaci di staccarsi dal gruppone;

2) progressivo spostamento, spesso inconscio, della personale asticella che divide il buono-ottimo dall’imperdibile, quello che cioè riberresti la mattina dopo e quella dopo ancora, non necessariamente per meriti “gerarchici” o valutativi, ma perché capace di toccare delle corde tutte tue, come un colore, un certo taglio di occhi, un determinato refrain;

3) l’ineluttabile logoramento del sistema anteprime come lo conosciamo, a prescindere dalla qualità organizzativa, dei servizi e dei contenuti vinosi del singolo evento: un overload prestazionale che troppe volte sembra ridursi ad una domanda borghese, dove la ginecologia vince sul sesso e lo schedificio tiene a freno la forza creatrice che sempre il vino ha incarnato nelle sue rotte anarchiche.

Mi porto a casa i vini di Fattoi come antidoto per quelle volte in cui mi prendo troppo sul serio, i vini di Fattoi mi riporteranno a casa quando mi dimentico completamente come si fa. Ho pure le schede pronte, che diamine: me lo servo da solo, il promemoria.

Brunello di Montalcino ‘07

Terra bagnata, humus, grafite, bacche e sottobosco, il frutto sembra quasi nascondersi al naso per poi liberarsi in tutta la sua spontaneità in un sorso quasi salato, incessante, perfettamente riconducibile al sangiovese ilcinese del quadrante sud-ovest.

Brunello di Montalcino Ris. ‘06

Impronta riduttiva, solo un attimo di fieno e quinto quarto, lasciati sottotraccia dalle radici, il ferro, il curry. Lo ringrazio per come sa essere al contempo leggiadro e fitto, soffice e nerboruto, trovando il suo plus in un tannino di tessitura sopraffina, da assaporare più che da combattere.

Rosso di Montalcino ‘10

Decisa affumicatura, frutto rosso, goloso, non intimidito da tocchi balsamici che fanno tanto, ma proprio tanto, Gevrey village. Più che iodato: salmastro, avvolgente e scattante senza il minimo rischio di banalità, brillantemente integrato nella scia alcolica, altissimo coefficiente di bevibilità.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.