Eleven Madison Park | Il miglior ristorante di Manhattan?

di

Facilissimo arrivare in questo ristorante. Il nome in pratica coincide con l’indirizzo (11, Madison Avenue), giusto all’incrocio tra la Quinta Strada e la Brodway, di fronte al Flatiron, il mitico palazzo a forma di ferro da stiro.

Meno facile entrare, a meno che non abbiate prenotato per tempo, e piuttosto difficile uscire senza una robusta strisciata di carta di credito.

Tutto normale, ovviamente, per un ristorante fresco fresco di 3, e dico 3, Stelle Michelin, da più parti collocato sul tetto delle tavole niuiorchesi, sul podio di quelle USA e tra i World’s 50 Best Restaurants San Pellegrino. Per di più con uno chef giovane (33 anni) e sulla cresta dell’onda come lo svizzero Daniel Humm, capace in quattro e quattr’otto (arriva nel 2006) di trasformare un’osteria in uno dei ristoranti più sofisticati della città, e di diventare pure patron (è in società con Will Guidara, General Manager del ristorante, con cui aprirà presto una nuova osteria nei paraggi).

Inutile girarci intorno, l’Eleven Madison Park Restaurant* è un posto eccezionale, capace di farti vivere un sogno per l’ambinete raffinato, a partire dall’american bar dove consumare un aperitivo nell’attesa del tavolo, passando per una sala realmente magnifica, di una sobria eleganza, raffinata e magica nei soffitti altissimi, le ampie vetrate che si affacciano sulla piazza, gli addobbi floreali, le luci soffuse (per noi europei forse un po’ troppo ma che volete, so ‘mericani) e il balletto di sommelier, maitre e camerieri che affollano la sala e si muovono come le api di un alveare: apparentemente a casaccio, in realtà guidate da una logica sottesa, complessa, impeccabile.

Riempita con un bel 10 la voce “servizio”, passiamo alla “sostanza”. Intanto ci sono due strade: il menu quattro portate ($ 125) e quello degustazione completo (otto portate a $ 195) più la possibilità degli abbiamenti combinati con i vini. Il gioco invece consiste nello scegliere un elemento per ognuno dei piatti che arriveranno in tavola. Dunque la carta è composta da ingredienti e non da piatti definiti, tutti di pari lignaggio e dignità, che si chiamino foie gras, aragosta, cavolo o patata. E’ lo chef, insomma, una volta scelta la materia prima desiderata, a comporre “a sorpresa”.

Ne esce un’opera armoniosa, capace di mettere sul piatto tanti ingredineti in maniera ordinata, che  esprime eleganza e raffinatezza attraverso una semplicità solo apparente. Piatti puliti, puri, in un crescendo di struttura e rotondità, che parte tuttavia dai toni decisamente freschi e agrumati (specie nelle diverse amuse bouche). Quasi una prosecuzione solida del cosmopolitan scelto come aperitivo.

Una cucina perfetta, a tratti anche troppo nella sua maniacale ricerca di esecuzioni impeccabili. Che forse (e sottolineamo forse perchè la formula di questo ristorante può far cambiare di molto le cose tra una cena e l’altra, vista la rilevanza delle scelte del cliente e di quelle, conseguenti, dello chef) rinuncia a correre qualche piccolo rischio, a uno spunto di imprevedibilità o di sorpresa.

Tanto per cercare il pelo nell’uovo, reclamando conferme e/o smentite su un’esperienza che, va detto, è stata onestamente memorabile.

* I vini della serata scelti da una carta pazzesca, straordinaria, con i giusti ricarichi per un posto di questo livello. Che vale i nostri complimenti al wine director Dustin Wilson.

Puffeney – Arbois Savagnin 2007

Tampier – Bandol 2009