Strani segnali vinosi dalla perfida Albione

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Negli ultimi mesi un susseguirsi di notizie dal Regno Unito sul fronte vino ha occupato pagine di giornali e la stessa blogosfera. L’inquietudine non data è dalla quantità, ma dalla varietà e discordanza di quanto comunicato.

Sebbene in alcuni casi le informazioni arrivate siano in contraddizione, emerge comunque l’immagine di un mercato che si sta chiudendo, in odore di protezionismo;come dimostrano le scelte, a mio avviso azzardate e inconcepibili, del Primo Ministro Cameron.

La prima notizia arriva a novembre. Mi riferisco a quanto postulato dal cancelliere Gorge Osborne nell’Autumn Statement a proposito della tassazione degli alcolici nel Regno Unito. Si prevede che nei prossimi sei anni il Ministero del Tesoro Inglese aumenterà le tasse sugli alcolici, e fin qui poche novità. Tuttavia, approfondendo questa lettura si trovano previsioni sconcertanti. Entro il 2016 – 2017 il governo prevede di ottenere un gettito  del 10% in più da birra e sidro rispetto a quanto ottenuto tra il 2010 e il 2011, i superalcolici porteranno un bel 30%, e udite udite il vino sarà il maggior contribuente per le casse di Sua Altezza Reale con una stima del 58%…

I dati ci arrivano dall’Ufficio per la Responsabilità degli Stanziamenti ( Office of Budget Responsabilty- OBR) creato ben 18 mesi fa da Osborne, il cui scopo è quello di cercare di dare credibilità a certe stime.  Traducendo in soldini, pardon in sterline queste percentuali, si prevede che entro il 2017 si otterranno 4,9 miliardi di sterline dalle imposte sul vino. Questo fa pensare in effetti che oltre a prevedere un aumento della tassazione si prevede un aumento del consumo o per lo meno una costanza nel consumo di vino.

Per tutta risposta esce su Drinks Business e su Decanter Magazine la notizia secondo la quale sono in caduta i volumi di vendita vino nel Regno Unito, senza possibilità di un recupero imminente. Da un’indagine condotta dal Wine and Spirit Trade Association sembrerebbe che le vendite siano diminuite di un ampio 3% in volume e un 9% in valore, dovuto secondo il WSTA all’aumento dell’IVA e dei dazi. Jeremy Beadles della WSTA ha affermato altresì che “mentre alcune categorie , come i vini spumante mostrano una tendenza opposta, la prospettiva di un aumento delle tasse previsto già a marzo offre poca gioia sia per i consumatori che per il mercato”. Dunque il futuro per il settore vino si prospetta abbastanza grigio.

Questa atmosfera apocalittica non trova smentita nelle parole di Sergio De Luca, responsabile acquisti per i vini italiani e di Bordeaux presso uno dei maggiori importatori nel Regno Unito, Enotria World Wine. Relatore alla conferenza internazionale dedicata alla distribuzione, durante il Simei, ha mostrato cosa significhi il mercato inglese e quali siano le prossime prospettive. Secondo De Luca, la fetta maggiore nel mercato britannico è coperta dalla vendita nei supermercati, con un 55%, pari a circa 83 milioni d casse. Si acquista vino per consumarlo a casa , ed è una spesa settimanale. In linea generale il consumatore dedica poco tempo alla ricerca, in favore della comodità. Si acquistano etichette già conosciute e se in promozione allora si raddoppia la quantità, le necessità sono minime,  poco hanno a che vedere con il prodotto in sè, ovvero si richiede un minimo aiuto come un posto appena fuori dalla città con un ampio parcheggio facile da raggiungere e ancor meglio se vicino a centri commerciali.

Questo ha contribuito ad uno sviluppo incredibile di supermercati a sfavore delle enoteche. La chiusura di molti dei punti vendita di Oddbins è sicuramente una prova di quanto affermato. Anche sul lato ristorazione le cose non cambiano con un’evoluzione simile nelle grandi catene nazionali a discapito degli indipendenti (Gondola, Pizza Express o Prezzo dimostrano che il modello GDO è quello richiesto).

E’ possibile, allora, che la soluzione arrivi da Jancis Robinson, quale autorevole voce fuori dal coro e in netta opposizione rispetto a quanto detto finora? La Robinson afferma che la malattia dei vini italiani nel Regno Unito nulla a  che fare con i dazi, lo strapotere dei supermercati e delle grandi catene. In un’intervista rilasciata a WineNews afferma che l’Italia ha  sempre proposto vini competitivi da un punto di vista di prezzo, e non ha mai osato investire in vini di grande prestigio.

Questo discorso non riguarda il singolo produttore, ma un immagine di vino italiano più generale. La percezione che il mercato britannico ha dei nostri vini è quella di prodotti accessibili, piacevoli e semplici da consumare. Quando si parla di Grandeur, manco a dirlo si parla di Francia. L’acquirente è ben disposto a spendere qualche sterlina in più se la bottiglia arriva da Oltralpe, mentre per un Chianti o una Barbera sarà il centesimo a fare la differenza.

La Robinson denuncia così un male nostro nel non saper valorizzare, non tanto il singolo produttore, quanto una territorio ampio e generoso come il nostro. La sua ricetta anticrisi pone una inversione di tendenza che certamente non potrà avere risultati nell’immediato e che dovrebbe avere come risposta una coesione nazionale, tra produttori, che ad oggi è ancora utopia.

Come sempre e come il luogo comune vuole, la verità sta forse nel mezzo. Per superare questa crisi una buona ricetta sta nella cultura. E’ importante progettare Investimenti che mirino a diffondere la conoscenza del vino italiano, senza fermarsi alla semplice comodità o al “fattore prezzo”, ma combinandolo con altri quali accessibilità e piacere; determinanti per far superare al consumatore la sua atavica pigrizia.