La Macchiona vale il viaggio (ovunque tu sia)

Se al culmine di una settimana di tanto, troppo lavoro decidi di rotolarti dal letto di buon’ora, prendere la macchina con le previsioni che minacciano neve, farti quelle 4-5 ore di strade e autostrade in compagnia della signorina che sta dentro il navigatore (la cosa più sensuale che riesce a dire è “invertire il senso di marcia quando potete”…), assaggiare qualche bottiglia e ripetere immediatamente il viaggio in direzione casa, vuol dire che hai un’aspettativa piuttosto alta sui vini che vai a provare.

Non dico che non fosse così. Ero già stato alla Stoppa* e avevo respirato a fondo quell’atmosfera, innamorandomi subito di quel lembo di terra sui Colli Piacentini; capitati per caso in Emilia, per via di una maliziosa lingua di terra che assapora Liguria, Lomabrdia e Piemonte.

E avevo assaggiato i vini. Intuendo forse qualcosa. Scavando oltre quei tannini serrati ma dannatamente saporiti, diradando le nubi riduttive che ne condizionano i tratti giovanili e assaporando quel gusto autentico, gustoso e serio allo stesso tempo. Però erano intuizioni, appunto. Scatti, immagini, bagliori di un momento. Conditi peraltro da qualche ragionevole dubbio, da più di una voce fuori dal coro e da autorevoli pareri molto diversi dal mio.

La verticale di Macchiona ha chiarito le cose, rendendo il viaggio di ritorno sereno, se non addirittura piacevole. La giornata aveva trovato senso. Non solo per via di una indiscussa soddisfazione godereccia, ma per aver messo al suo posto un fondamentale tassello nel grande mosaico della mia personale comprensione del vino.

Mai come stavolta sarebbe inutile snocciolare punteggi e dare il via al valzer dei riconoscimenti. Mai come stavolta mettere a nudo la storia di un vino è servito a svelarne il senso. Che alla fine è apparso chiarissimo, lineare, impossibile da fraintendere.

L’eleganza del 2006 che bilancia la ricchezza matura del 2007 e l’emozione di un 2005 sontuoso, più scuro e pieno degli altri senza per questo rinunciare a finezza, succo e allungo. La ferrosa mineralità del 2004 che rimanda a qualche nebbioleggiante interpretazione nordpiemontese e le riuscite (seppur certo minori) versioni 2003 e 2002. Lo stupore nel godere, più che nel degustare, un 1998 memorabile per finezza e spirito giovanile, in continua dialettica tra timidi accenni terziari e vivaci richiami fanciulleschi. Fino alle prevedibili durezze del 1993 e alla pazzesca interpretazione del 1986.

Tutti vini diversi, antichi e attuali, maledettamente segnati dalle annate eppure fratelli. Figli della stessa mamma, uniti da un tratto riconoscibilissimo che li lega.

Che (ri)scoperta la Macchiona! Altro che barbera e bonarda (croatina, certo) dei Colli Piacentini. Io la metto nel cassetto dei grandi rossi italiani.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.