Il pinot nero vince al Mugello

Lasciate perdere l’autodromo, il Gran Premio, le cadute di Valentino Rossi e la Ferrari. Rigettate l’incubo della vecchia sfida elettorale Ferrara vs Di Pietro vs Sandro Curzi.

Il Mugello è capace di evocare ben altre imprese per voi smandrappati dall’etilometro facile; e può far  felici, con rispetto parlando, i devoti più incalliti del pinò nero de noantri. Che qui pare aver trovato una delle sue patrie, alla pari di qualche altro avamposto toscano, ma più a nord-ovest, in Garfagnana, e alla solita alcova altoatesina.

Conferme di buon livello giungono da una boccia tracannata con piacere, in men che non si dica, appartenente alla scuderia Il Rio*. Un’aziendina tirata su per bene dall’ex-orafo Paolo Cerrini, a partire dagli anni Novanta, riuscito perfettamente nell’obiettivo di assicurarsi le ire della setta dei “Seguaci del Solo Autoctono”.

Si trova tra Vicchio e l’appennino Tosco-Romagnolo, ha vigne su terreni argillosi e clima continentale, pedemontano, piuttosto rigido e con escursioni termiche giorno – notte che arrivano anche a 20° C! Da qui la decisione di vitigni nordici come il sauvignon, lo chardonnay e il pinot nero. E chi vuole altro lo cerchi altrove.

Il mio personale pollice su va al Ventisei ’08, pinot nero che non vanterà la complessità, la finezza e le sottigliezze aromatiche di robe francesi innominabili, ma che gioca la sua partita con autorevolezza, segnando pure qualche bel gol. I profumi sono chiari e golosi, i piccoli frutti rossi, dalle more ai lamponi, invogliano quanto la delicatissima trama speziata e i tratti balsamici, di erbe officinali, che arrivano col passare dei minuti. Più che coerente e ordinata la bocca. Croccante, succosa, di bella dolcezza fruttata, non cede mai il passo a increspature tanniche o punte amaricanti. Scacciapensieri.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.