Settimana in Borgogna | Ritonerò, in ginocchio da te!

E’ giusto che confessi subito come stanno le cose. La foto che vedete qui sopra è stata rubata con abile mossa e non rappresenta del tutto quello che può sembrare a prima vista.

Ora, è vero che il De Cristofaro si trova genuflesso davanti alla croce del vigneto Romanée-Conti (dunque in atteggiamento affatto strano) ma va detto che stava in quella posizione per scattare una delle sue impareggiabili fotografie, e non solo per tributare il doveroso omaggio a cotanto Grand Cru.

Era comunque una scena troppo gustosa per farsela sfuggire, e per non usarla a mo di estrema sintesi riguardo il sobrio rapporto da noi instaurato con la Borgogna, vista e rivista nei dieci anni in cui scribacchiamo di vino (le cronache raccontano del nostro ottavo viaggio a Beaune e dintorni) ma ancora lontanissima dall’essere maneggiata con una certa autorevolezza (e qui torno a parlare per me, e per me soltanto).

Andare in giro per le cantine della Cote d’Or è un po’ come giocare la Champions League, è vero. Però puoi essere il Barcellona, lo United, ma anche lo Shakhtar Donetsk, il Genk o l’Apoel.


Detto questo, e precisato che su quanto visto, sentito e bevuto ci sarà un articolo su carta (dunque non scopriamoci troppo), volevo tranquillizzare gli ampelografi con cui mi sono sentito prima di partire: la ricerca sull’Aligoté perfetto è partita, trovando buoni riscontri in casa Coche – Dury (bel riassaggio del ‘08 che mi aveva fatto conoscere Rizzo Fabiari qualche mese fa), Pierre Morey e Arlaud (non solo affilato e acidulo ma anche saporito e complesso). Purtroppo non è riuscita l’impresa di mettere il naso su quello del Domaine d’Auvenay, cui la nuova edizione della guida RVF affibbia appena 18/20.

Le visite più belle? Due agli antipodi, non solo per la vocazione rossista della prima e bianchista della seconda, ma per l’approccio dei rispettivi proprietari all’incontro. Da una parte la delicata e amorevole gentilezza di Monsieur Grivault Monsieur Michel Bardet (domaine Albert Grivault), mai banale e piuttosto articolato nelle riflessioni, prodigo di informazioni preziose e pronto a stappare un bel numero di bottiglie, tra cui un commovente Mersault Clos Des Perrières ’97 (Monopole, 1 ettaro che copre una parcella bellissima di un cru di per sé già celebre e giustamente celebrato): tutto giocato su note marine, di scoglio, e cenni agrumati maturi (avete presenti i limoni libanesi?) ha una bocca spaziale per complessità, freschezza, sapore e allungo, ben completata da un lieve accenno torbato che rende il finale interminabile.

Dall’altra il distacco, quasi sfacciato e irriverente sulle prime, di Yves Confuron (domaine Confuron – Contetidot, da quest’anno a 3 Stelle sulla guida RVF), che si tramuta presto in un atteggiamento finto burbero, quindi quasi amichevole anche se sempre sparagnino e certo mai prolisso, ma anche capace di frasi sibilline che restano impresse nella mente e aprono continue finestre di ragionamento.

I suoi vini mi hanno letteralmente rapito e gli assaggi dalle barrique dei 2010 sono stati una delle esperienze massime dell’intera settimana. Un preferito? Forse banale, forse no, dico senza pensarci Charmes – Chambertin ’10. Un rosso di eleganza sopraffina, roccioso, distinto da un impressionante ventaglio floreale. Sempre carezzevole, è la perfetta combinazione di energia e finezza. Che fa partire la salivazione al solo pensiero…

E visto che ci siamo, ecco un’ultima postilla non richiesta sull’annata. E’ sempre difficile sbilanciarsi, e molto dipende dalle sensibilità e dalle impostazioni dei degustatori. In sintesi, da cosa si va a cercare nei vini. Per quanto mi riguarda il 2010 è millesimo sensazionale (il che, incrociando gli assaggi fatti in giro, in Italia in primis, ne fa per il sottoscritto una sorta di “grande annata europea”). Notizia tragica, lo so, anche perché da quanto si sente dire i prezzi continueranno a salire…


Frederic Henri… Ovvero, l’enotecaro “matto” che vorrei sempre trovarmi di fronte


Pipì di rito sul Montrachet…

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.