La bevuta pre-vendemmia 2011 | Seconda parte

Dove eravamo rimasti? Ah già, i Fiano duemila(l)otto*. Dopo i quali avevo preparato la…

Seconda Batteria: Fiano Duemilacinque

Era parecchia la voglia di misurare la febbre ad un altro fu-Bianco dell’Anno (edizione 2007) più due ex Tre Bicchieri, ma soprattutto ad un’annata sicuramente strana, schizofrenica, imprevedibile che continua ad offrire grandi prove, specialmente sui Taurasi: freschezza, forza ed eleganza tannica, profondità aromatica. Sui Fiano di Avellino il panorama è più eterogeneo e richiama in qualche modo quel che è accaduto nel 2010, con una serie di piogge ottobrine che hanno creato una netta forbice espressiva fra quelli raccolti all’inizio del mese e quelli che hanno dovuto vendemmiare quasi a novembre.

I migliori del primo gruppo si sono messi in mostra fin dall’inizio per vigore e verticalità (penso a Di Prisco, Montevergine, Vadiaperti, Radici di Mastroberardino), i “tardivi” hanno svelato nel tempo particolari timbri quasi botritici, abbinati comunque ad uno scheletro acido-minerale importante (materiale didattico consigliato: Ciro Picariello, Faliesi di Urciuolo, Torricino, Villa Diamante). Entrambe le letture si stanno mostrando degne di interesse e a sei anni ormai dalla vendemmia sono tanti i Fiano ’05 ancora in perfetta forma e con strada davanti. Il nostro tris, diventato poi un bis per la bottiglia purtroppo ossidata del Fiano di Avellino Radici:

Fiano di Avellino ’05 – Colli di Lapio – Clelia Romano

Dieci secondi dopo che l’ho versato, 4-4-2 mascherato annusa e annuncia: “se questo non è il Fiano di Clelia Romano cambio mestiere“. Continuerà a fare quello che fa, anche se nessuno ha ancora capito cosa sia…

Non lo riassaggiavo da quasi due anni e lo ritrovo splendido, più di quanto mi aspettassi e ricordassi. La raccolta fu effettuata intorno al 25 ottobre, in fin dei conti non così in ritardo rispetto al periodo di vendemmia abituale per la famiglia Romano. Il risultato è un paglierino carico ma con netti riflessi verdolini, un naso inizialmente molto chiuso e protetto, che si libera poi con forza su netti ricordi di mimosa, erbe aromatiche, limone candito. Il primo tempo è decisamente leggero e femminile, quasi in antitesi con un secondo atto assai più viscerale di lampone (ari eccolo!), resina, tintura di iodio, humus. Il sorso sconta solo la classica diluizione alcolica dei fiano di Lapio (traduzione: leggero minus di struttura che fa apparire più presente di quello che realmente è la gradazione), per il resto c’è tensione, sale, fusione, movimento, lunghezza e il sicuro ristappo nelle bevute pre-vendemmia 2014-2015, se saremo ancora vivi (ma i bookmakers lo quotano a 100).

Cupo ’05 – Pietracupa

Sabino lo sa: non mi è mai andato giù (ma pure a Lello e a un bel po’ di altri amici) che questa meraviglia non indossi la maglia del Fiano di Avellino Football Club, a cui fu preferita quella del Campania Bianco Igt. Per nessuna ragione “burocratica” e solo per l’insondabile cervello del Loffredo, dato che la vigna da cui proviene (la raccolta fu a inizio ottobre) è un vecchio impianto sulle Toppole di Montefredane, vinificazione in purezza e solo acciaio con sosta sulle fecce fino a metà giugno 2006. Anche in questo caso era tanta la curiosità di risentirlo dopo circa due anni, ricordando le ultime bottiglie sicuramente molto buone ma forse un po’ statiche, come a scontare una leggera difficoltà di fusione tra la notevole grassezza e l’alcool over 14. E invece spunta fuori una bottiglia semplicemente fantastica, di quelle che davvero non avresti timore di mettere davanti a Jean Marc Roulot, guardandolo negli occhi e dicendogli: Voilà le meilleur blanc d’Italie.

Perché questo è un vino completo e con un’intera vita davanti, già segnalata da un verdolino fitto ed intenso, che non è solo riflesso ma midollo. Burro salato, suggestioni da grand cru di Chablis, ridotto e maestosamente ossidativo allo stesso tempo, scoglio, roccia, pompelmo, alloro bruciato: il gioco dei riconoscimenti non finisce mai perché le batterie aromatiche sembrano inesauribili. Ma il vero valore aggiunto rispetto a qualsiasi altra cosa uscita fino a quel momento dalle colline irpine è la bocca: tridimensionale, saturante, potente, salata, rocciosa, perfino tannica, in fase adolescenziale.

Ho sempre trovato ridicoli i discorsi di quelli che vogliono eleggere il miglior giocatore della storia paragonando campioni tanto diversi e di epoche calcistiche così lontane come Pelé e Maradona, Cruyff e Van Basten, ma in questo caso serve a chiarire senza democristianismi che siamo di fronte ad una pietra miliare, a qualcosa di nuovo e di altro rispetto agli abituali riferimenti gustativi del Fiano di Avellino.

Perché, ancora oggi, la grandezza dei vecchi e nuovi Vadiaperti, dei Ciro Picariello, di Clelia, di Villa Diamante, ma anche dei Pietracupa che sono venuti dopo, si è sviluppata e si sta sviluppando su altri binari. Non migliori o peggiori, solo diversi. E’ per questo che non bisogna dimenticarsi, del resto è impossibile, della bocca del Cupo ’05: è documento storico, è modello unico, è uno dei grandi bianchi della mia vita.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.