Amerigo

Ricevo e condivido con gioia alcune suggestioni di Alessandra Meldolesi* su Amerigo che, per quanto mi riguarda, è luogo dell’anima prima che della pancia.

*giornalista enogastronomica, sommelier, traduttrice specializzata e food writer. Dopo la laurea e un breve passaggio alla Comunità Europea, ha abbracciato il mondo della cucina, a cominciare dai fornelli. In veste di cuoca ha studiato e lavorato in Francia, al fianco di chef prestigiosi come Marc Meneau. Fra le opere già sfornate una monografia sullo Champagne con le ricette dell’Enoteca Pinchiorri, il primo ricettario di Carlo Cracco e una prestigiosa miscellanea sull’alta cucina spagnola, da Ferran Adrià ad Andoni.

Via Marconi 16, 40060 Savigno. La poetica di Amerigo è tutta qua. Un concept così adamantino, da sparigliare i menu con serena evidenza.

Il tomtom che guida il cliente affamato a inerpicarsi lungo le strade dell’Appennino non è meno preciso del navigatore che orienta la sua cucina, capace di una localizzazione perentoria e centripeta, senza digressioni o scampagnate nell’esotismo.

Mentre gli ingredienti sono teleguidati a piedi o dentro portabagagli polverosi, piuttosto che sulle ali della turbocucina cosmopolita. Classe 1961, come la Faema sul bancone e le lampade Castiglioni in saletta, fra vecchi legni non meno melodiosi di un concerto d’oboe, il patron Alberto Bettini canta la sua patria come un impiccato discetterebbe di nodi scorsoi, senza concessioni ai nostalgismi o alla querelle sciovinista. Il suo territorio è un’altra cosa: la tela alacre di una renaissance puntiforme, capace di risvegliare le materie prime da un’amnesia ventennale fatta di profitti selvaggi, standardizzazione e roundup.

Invece no. In piena voga locavore, da consumato maieuta ha disseminato le colline di artigiani della gola, inaugurando la strada maestra di una pre-cucina celebrata anche a Eataly, fra i banconi del mercato e le facciate di chiese trecentesche ingoiate nei magazzini. Il seme del piatto germoglia sotto la vanga e fiorisce nella porcilaia. Porgerlo è l’ultimo atto di una storia collettiva che si affresca intorno a noi.

Ed è una favola compiuta e perfetta, come vuole la Poetica che abbiamo tutti appreso a scuola. Ristoratore aristotelico per eccellenza, Bettini poeta la sua Savigno con aderenza in elastene ai dogmi della narrazione che fila. L’unità di tempo della stagionalità ortodossa e della contemporaneità condivisa, quasi che l’orologio fosse l’ultimo piatto da spartirsi a centrotavola; l’unità di spazio della sua Savigno, tenuta al guinzaglio di un chilometraggio implacabile; e l’unità di azione di una coerenza di ferro, che spalma il suo stile solido su tutti i piatti in carta, come un comfort food d’alta gamma.

Vedi, è questa la vera trattoria: un modo di intendere la cucina, piuttosto che un repertorio o una fascia di prezzi”, sbotta Giorgio Melandri, folgorato dal crostino con midollo e tartufo. “Hai ragione”, annuisce il peripatetico. “Perché la trattoria è l’interpretazione di un luogo. Un ristorante può fare ciò che vuole, anche usare i tartufi cinesi; ma una trattoria no, perché è l’ufficio informazioni, la proloco, il comune, la farmacia, il dottore e i carabinieri, tutto insieme. E cos’è Bottura, rispetto a tanti posti mediocri, se non una grande trattoria?”.

Alcuni piatti firmati Amerigo


Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.