Sopra la panca il caprettone campa | Ovvero, non di sola acidità vive il bianco campano


Amici ma soprattutto amiche di Tipicamente, ben ritrovati. Niente paura: se un po’ conoscete la mia gestazione di scrittura, sapete anche che il prossimo post arriverà nell’autunno 2013, ergo prendetelo pure come una breve pausa pubblicitaria di questo kolossal che ci sta trasformando in veri e propri citizen con ombrello, ventiquattrore e bombetta

(tocca solo decidere se tifare per il Chelsea, l’Arsenal o il Tottenham – io propendo per i rossi, almeno ho una scusa in più per andare al Wenlock tra le palazzine di Highbury, il pub più zozzoso e vero in cui abbia mai messo piede – grazie Gianluca Ottavonano).

La voglia sarebbe quella di aprire un’altra centinaia di parentesi, ma rischio di perdere l’aereo che mi porta da Tower Bridge alle pendici del Vesuvio, precisamente a Boscotrecase, nella tenuta della famiglia Sorrentino*. Se il mio analista non me l’avesse tassativamente proibito, ora continuerei con una lenzuolata di dati su quanti ettari, quali varietà, la lista delle etichette in ordine alfabetico, i codici dei portainnesti, senza dimenticare cloni, altitudini e terreni.

Ma dato che su Internet e su qualche pubblicazione (vedi Slow Wine) trovate praticamente tutto, salto direttamente alla fine: concedetevi una mezza giornata per andare a vedere quella che è prima di tutto una splendida realtà agricola, tra le poche a dare senso al potere evocativo della scritta “Lacryma Christi”, per sentire sotto i piedi il rumore – ciak ciak ciak – del lapillo, della pomice e della pozzolana, per capire in un attimo cos’è un terreno vulcanico, per farsi spiegare direttamente dalle piante perché il piedirosso è una brutta bestia ma, con un po’ di fantasia e conoscenza (leggi scelta su cloni e potature), alla fine “si-può-fare”.

Poi è chiaro che se a farti da cicerone trovi persone in gamba come la giovane Benny Sorrentino o Carmine Valentino e se per merenda ti tocca nella locanda di famiglia il più grande spaghetto al pomodoro del piennolo della tua vita, tutta la gita assume contorni quasi oppiacei.

Potrei terminare qui, ma verrei meno alla mia natura di “assaggiatore da scrivania” (e anche un po’ onanista, questo me lo dico da solo) se non riferissi della mini verticale preparata dai Sorrentino e dedicata al Natì, coda di volpe secondo il disciplinare del Pompeiano Igt, caprettone per anagrafe e genetica “reale”.

Un’esperienza per molti versi illuminante, che mi sento di consigliare a tutti gli appassionati “laici” che ancora faticano a liberarsi dal mantra dell’acidità come unica via al bianco da invecchiamento e di territorio. Ne abbiamo parlato tante volte anche su questi schermi: è vero che per una lunga fase la ricetta del grande vino è stata scritta enfatizzando alcol, estratti e legno, marginalizzando decisamente il ruolo della freschezza; è vero che l’acidità costituisce la spina dorsale di ogni bicchiere che voglia avere sviluppo e multi dimensione; è vero che il supporto tartarico è fondamentale per dare movimento al sorso e aumentare l’indice di bevibilità. Però. E’ altrettanto vero che talvolta sembra si passi da un estremo all’altro, dimenticandosi che alcuni tra i più longevi e complessi vini del mondo non hanno certo l’acidità alta e il ph basso nel loro dna.


Oppure bocciando senza appello i vini più seduti e chiudendo un occhio su quelli che si reggono SOLO sulla freschezza, magari sguarnita, scissa, incapace di trasformarsi in sapore e fondersi con qualcosa che evidentemente non c’è. O eccitandosi come mandrilli con i produttori (loro la lezione la imparano subito) che parlano di 10 di tartarico, 2 di ph e ovviamente di vigne a mille metri di altitudine, offendendosi peraltro alla parola malolattica.

Ennesima inutile parentesi a parte, questa verticalina è un bel ritorno sulla terra, perché scompagina in qualche modo, bicchieri alla mano, alcune idee apparentemente incontestabili e molto in voga quando si parla di bianchi italiani e campani. Innanzitutto perché sul caprettone c’è tutto da studiare e capire. Poi perché il materiale didattico può arrivare solo da bottiglie con qualche anno di evoluzione, periodo assolutamente necessario per poter parlare con cognizione di causa di aromi varietali, tipicità e territorialità, essendo un vitigno non particolarmente dotato di tratti “didascalici” nei primi mesi.

E infine perché, appunto, è un vitigno che la sua partita nel tempo non se la gioca sulla quantità e qualità acida di un greco, un fiano o una falanghina, ma non per questo sembra da relegare a bianco molle da tracannare entro l’estate. I valori di tartarico sono sensibilmente più bassi (intorno ai 5 naturali, tanto per capirci, dando per scontata una viticoltura seria), ma nelle migliori riuscite sono compensati da uno scheletro salino e minerale che conferisce ampiezza, fibra, sostegno, rendendolo un bianco perlomeno degno di interesse e curiosità.

Ovviamente il ragionamento sul vitigno è inscindibile da quel che esprime in un territorio fortemente caratterizzato come il versante sud del Vesuvio. Alle circa 10.000 bottiglie annue del Natì (in enoteca intorno ai 10 euro) concorrono 2 parcelle collocate tra i 450 e i 500 metri di altitudine, a Boscotrecase, su terreni vulcanici tendenzialmente sciolti, con sistema di allevamento a doppio capovolto. La vendemmia si effettua in genere nella seconda decade di settembre (la 2011 si è anticipata, come un po’ dappertutto), le prime uscite sono state vinificate e maturate in acciaio, con lunghe soste sulle fecce fini, imbottigliamento all’inizio dell’estate successiva alla vendemmia e commercializzazione ad almeno un anno.

Dall’annata 2010 un 10% della massa viene affinato in legno piccolo di terzo e quarto passaggio. Vi lascio quindi a qualche nota sintetica sui quattro millesimi testati, partendo proprio dall’anteprima del 2010.

Natì ‘10

Immediatamente in sintonia col carattere dell’annata, alla base di bianchi tesi e pimpanti da Galluccio al Cilento. Il naso è in via di definizione, non ha ridondanze fermentative e si assesta al momento tra mela golden e ananas, con una scia delicatamente erbacea-balsamica a suggerire quella stessa freschezza salina che la bocca porta in primo piano, a dispetto dei valori analitici. Ancora contratto e in cerca di fusione nella componente alcolica, promette decisamente bene per polpa e purezza. Compro.

Natì ‘09

In sensibile crescita rispetto all’assaggio estivo: tonico ed espressivo, il frutto bianco fresco e delicato si combina efficacemente con tocchi di anice e timo secco. Entra in campo con più decisione il timbro territoriale, sotto le sembianze di pomodorini affumicati ma soprattutto attraverso il passo saporito ma progressivo, integro, di carattere. Molto bello il finale di crema di limone che quasi quasi costadamalfeggia: un paio di bottiglie in cantina le ho messe.

Natì ‘08

Se me l’avessero servito alla cieca con il 2007, li avrei sicuramente confusi. Sulla carta l’annata è molto buona, solare ma non asciutta come la 2007, eppure è il 2008 a soffrire maggiormente, fin dal dorato carico e dall’impronta di burro, pesca gialla matura, mandorla. Meno mobile e minerale dei precedenti e del successivo, sconta maggiormente la percezione alcolica e glicerica, rivelandosi in definitiva più evoluto e meno complesso, oltre che più pesante nella beva. Non compro e bevo presto quella che ho.

Natì ‘07

Come anticipato, è una bellissima sorpresa in rapporto al millesimo e ai quattro anni che già si porta dietro. Che non si avvertono minimamente se non nell’approfondimento aromatico che ci aiuta finalmente a capire cosa può essere un caprettone del Vesuvio in purezza. Questo gioca a fare il riesling, con l’origano, lo zenzero, la buccia di mandarino ma soprattutto col tocco autenticamente minerale a metà strada fra il camino spento e l’idrocarburo. Non è un mostro di polpa e di lunghezza, ma l’impressione di freschezza, sapore e vitalità lo accompagna fino in fondo, con una chiusura quasi piccante. Tra i migliori bianchi campani del 2007 allo stato attuale per integrità e coerenza, per quanto mi riguarda. Compro e ne tengo un paio da sentire anche fra un lustro.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.