La linea Maginot del Sagrantino

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Mattinata d’estrema estate a Montefalco, con gli ospiti attratti dalla suggestione di un brand.  Come il vino riesca a coniugarsi con le opere del Gozzoli e del Perugino, rimane un mistero.

A tirare non è soltanto lo scrigno d’arte, antica e contemporanea, che trova puntuale conferma nelle apparizioni di Sgarbi, ma il modello – sebbene un po’ logoro – del Sagrantino.

In questi giorni è possibile ammirare le opere di Alessandro Kokocinski e quelle (tutte da appurare) di Luciano Ventrone. Ma a dispetto delle malelingue è ancora il principe dei tannini a veicolare le presenze in città. Il brand enoturistico, si sa, corrisponde ad una promessa a volte mantenuta, a volte meno. Funziona così, con la gente: a cavarglieli di testa è più complicato che a farceli entrare, i brand.

E chi mastica un po’ d’economia del turismo non ignora che il  loro valore è proporzionale agli investimenti sommati nel tempo. Se tutto questo è vero è anche vero che Montefalco conserverà la sua attrattiva nella misura in cui i nostri politici e imprenditori riusciranno ad investirci denaro e risorse. Senza Montefalco sarà arduo tenere in piedi la “Linea Maginot” del vino (Monte Conero, Montefalco, Montalcino) che percorre l’Italia di Mezzo.

I bar mandano un piacevole profumo di miscele tostate, solo a tratti avvinto da quello di prodotti -poco locali, ma in compenso molto ruffiani – proveniente dalle scaltre botteghe. Sparuti stranieri acquistano sparute copie di Libération, Le Figaro, Herald Tribune, Berlin Zeitung e New York Times, all’edicola di corso Mameli, che conferisce alla città una dimensione civettuola, sprovincializzata, come fossimo a Cortona o nel Chiantishire.

Valle a spiegare ai nostri sindaci, certe sottigliezze. S’odono le ordinazioni provenienti dai bar, in svariati idiomi. Un turista, Rolex al polso, digitale al collo, bermuda a scacchi (la classe e il censo oggi non collimano più), chiede un caffè biologico, equo e solidale. Il barista l’osserva dubbioso. Un’altro, con sottobraccio un numero datato di Wine Spectator, occhialuto e vanamente loquace, sorseggia un caffè corto come lui. Poi, davanti ad un cornetto appena scongelato, si produce nell’elogio dello Scavuniscu.

Nei bar dei nostri paesi la richiesta è spesso inquietante, per non parlare della proposta. Entra un motociclista, con una ragazza fetish, con le tette segregate nel corsetto di latex. Lei chiede un bagno, lui un aromatico! Una signora milanese, altro che Sagrantino, è alla ricerca, negozio per negozio, della più economica Passerina di Offida. Fa molto chic, soltanto a pronunciarne il nome.

Intanto Montefalco lancia “Con i minuti contati”, festival internazionale del Corto. E tra poco inizierà Enologica 32°, quattro giorni attesi dal sindaco Tesei, che ha ripescato Caprai, perché senza di lui è come andare a tartufi col gatto.

La sindaca, che ha finalmente preso le misure al brand, sa che non sono sufficienti le soporifere degustazioni dei sommelier estratti dal cilindro dell’AIS, i meeting dei sapori e le menate gastronomiche viste e riviste. Siparietto. E’ proprio di Marco Caprai l’idea di convogliare su Montefalco Michael Mondavi e Charlie Arturaola, il protagonista – quest’ultimo – del film “El Camino del vino”. Un basco all’ombra del Fungo, un wine educator, Chevalier dell’Ordre des Coteaux des Champagnes, un american case history nel segno di Bacco, insegnante presso il Lynn’s University new Hospitality department di Boca Raton e nella Palm Beach County in Florida, presidente de  “Il Grappolo Blu” di Miami, con un ruolo da primo attore nel sistema della comunicazione del vino a stelle e strisce. Niente di meglio per svuotare le cantine e mantenere a galla il brand. Bene tutto, ma non sarebbe ora di programmare dei corsi di accoglienza per i parsimoniosi operatori delle enotecucce sparse per il paese, che ti fanno pagare caro il sorriso sforzato che ti vendono? Che rimanga tra noi, ma mica siamo in Borgogna.