Paltrinieri e il Sorbara come “Cristo” comanda

Tra i tanti meriti di questo blog, alcuni mettono in primo piano quello di elucubrare sul vino in maniera del tutto inutile, evitando di far avvicinare altra gente ad una bevanda pur sempre alcolica, e dunque potenzialmente pericolosa.

Addirittura, sostengono altri, di far tornare sui propri passi chi fosse stato inavvertitamente sedotto da questo mondo, seppur timidamente, spazzando via per sempre dei potenziali, futuri “dipendenti”.

Ne siamo fieri, e del resto non si spiegherebbero altrimenti le sortite del De Cristofaro su questi schermi, capace di produrre dei testi praticamente twitteriani, che non raggiungono neppure i 50 – 60 mila caratteri…

Passa in secondo piano dunque l’aver parlato in tempi non sospetti di una cantina, e di un vino,  decisamente fuori dai circuiti più gettonati. Ci teniamo a precisare che è stato un puro caso, e se poi la stessa  è diventata piuttosto nota non è certo per colpa nostra.

Messe le mani avanti, torniamo a cuor leggero a raccontare le vicende di Paltrinieri e dei suoi Lambrusco, anzi di quello che è a nostro parere il Lambrusco più affascinate, il Sorbara, realizzato da un produttore testardo, sicuro del suo percorso a prescindere, per niente influenzato da quello che si dice sul suo conto o dalle logiche del mercato.

Non si spiegherebbero altrimenti le scelte sempre più radicali di Alberto (nella foto), capace di un’evoluzione che guarda solo alla sua idea di vino, incurante dei buoni successi o dei traguardi raggiunti con fatica, disposto persino a qualche rischio pur di portare avanti il suo progetto.

Prendiamo il Radice, ad esempio, un Sorbara (anzi un Sorbara del “Cristo”) rifermentato in bottiglia che nell’ultima versione va oltre il suo stesso paradigma.

Scarico era scarico, acido era acido, buono era buono. Non abbastanza, a quanto pare, almeno per il suo artefice. La nuova annata ha un colore rosato tenue, ha una tensione in bocca assoluta, un tratto vibrante che ricorda negli aromi il pompelmo rosa e un finale quasi tagliente. Un vino scioccante, anche per quelli abituati allo stile Paltrinieri e per i puristi del Sorbara.

Un vino che rinuncia a quella minima volontà di ammiccare, orgoglioso di parlare solo a chi conosce la sua lingua. Magari per trovare completezza e sapore con l’affinamento in bottiglia, longevità. Altro che mode e dolcezze, altro che zuccheri appaganti e bonari, altro che vino da bere il prima possibile. Un Sorbara senza se e senza ma. Che fa storcere il naso a qualcuno, e sorridere Alberto…

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.