Alla faccia della grenache

Vi siete mai chiesti come potrebbe essere la faccia di un vitigno o di un vino? Per dire, che tipo è il Maccabeu? Sono sicuro che Timothy Leary avrebbe saputo rispondere facilmente a questo semplice quesito.

Intanto io ho scoperto che faccia ha la grenache (o forse dovrei dire il cannonau o…)

A Spoleto io e Giuseppe Carrus (nella foto in una risucita imitazione del vitigno) l’abbiamo cercata in cinque bottiglie. Diverse per stile, impostazione, denominazione, territorio e pure per nome dell’uva (che però è più o meno la stessa).

Ecco come’è andata…

Gamay del Trasimeno Divina Villa Etichetta Bianca ‘09 – Cantina Duca della Corgna

Premessa. Il gamay del Trasimeno (o perugino) non è un gamay. Cominciamo bene no? Si chiama come il tipico vitigno del beaujolais per qualche arcano motivo, alberga sui colli intorno al lago (pare) dal ‘300, ed è a tutti gli effetti una grenache (che proprio dalle sponde del lago passa dalla zona tirrenica a quella adriatica d’Italia, attraversando poi l’appennino). L’Etichetta Bianca del Divina Villa affina solo in acciaio e c’erano tutti i presupposti perché giocasse il classico ruolo di vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. Nonostante una certa immediatezza fa invece un figurone: ha un naso delicato e fresco mentre in bocca si distende con facilità. Croccante e succoso, è il classico vino che sa fare il suo alla perfezione. E pure qualcosa in più. 82/100

Cote du Rhone Village Plan de Dieu Cuvée Henri Durieu ’09 – Durieu

Oggi tocca a Vincent e Francois, i due figli di Paul Durieu, portare avanti l’azienda e a giudicare dal livello dei vini pare che le cose vadano piuttosto bene da quelle parti. Nonostante non sia uno dei rossi di punta (anche nel prezzo), per dire uno degli Chateneuf du Pape della casa, questo Cote du Rhone è un piccolo capolavoro. Qui la grenache conosce un saldo di mourvedre e carignan (io avrei giurato di syrah, a dirla tutta), da vigne vecchie su terrazze alluvionali arigillo-calcaree. Ha profumi coinvolgenti di marasca e pepe nero, con tocchi di tabacco da sigaro, mentre la bocca è seria, dritta, speziata e molto saporita. 88/100

Cannonau di Sardegna Dule Riserva ’07 –  Gabbas

Uno dei Cannonau che amo di più per definizione ed eleganza. Ho assaggiato da poco il 2008 e mi ha impressionato, mentre il 2007 vive una fase meno chiara rispetto a qualche mese fa. Niente di clamoroso, però ha qualche nota tostata di troppo che fa capolino, quasi ad avvolgere il grande corredo fruttato. Per il resto è come al solito un monumento di ampiezza, profondità e perfetta tessitura. 89/100

Kupra ’08 – Oasi degli Angeli

Dalla vendemmia 2006 il Kurni non è più l’unico vino prodotto da Marco ed Eleonora. C’è anche il Kupra, da un’uva che i vecchi della zona hanno sempre chiamato bordò e che gli ultimi studi su studi hanno decretato essere una sorta di grenache. Dice che ora il 2006 è in piena forma, ma devo confessare lo stesso che quando l’ho assaggiato (un paio di anni fa) non mi aveva convinto del tutto per via di una dolcezza di fondo e di un’esuberanza leggermente fuori controllo. Il 2008 mi è sembrato di tutt’altra pasta, anzi mi è sembrato eccezionale e basta. Un vino capace di continue metamorfosi nel bicchiere. Parte aperto sul frutto, poi trova pieghe e chiaroscuri, persino un intrigante timbro roccioso. In bocca l’iniziale ampiezza, la maturità espressiva, cerca e raggiunge allunghi imprevedibili, districa la matassa col passare dei minuti e fa evocare agli astanti la celebre pubblicità dell’Uniroyal: “la potenza è nulla senza controllo!”. 93/100

Dettori Rosso 2007 – Dettori

Torniamo in Sardegna con questo (volutamente) Romangia IGT, e torniamo ovviamente al cannonau. Torniamo soprattutto ad uno dei vini e dei produttori più discussi del pianeta, capace di dividere e dividere e dividere… La cronaca racconta di viti ultracentenarie curate in maniera maniacale, e di un affinamento in sole vasche di acciaio cemento. Gli ingredienti sono riportati in etichetta: uva, zolfo. Il risultato è difficile da riassumere. Certo la materia prima sembra davvero grande ed ha ragione Parker quando dice che è un vino che “assomiglia ad un vulcano”. Nel bene e nel male, però. Per dire, io ci sento una volatile leggermente sopra le righe e una netta dolcezza zuccherina in bocca. Possiamo fregarcene, certo. Possiamo saltare dei passaggi ed emozionarci lo stesso per questa forza della natura. Però non possiamo far finta che una base condivisa di approccio al vino non esista e non sia mai esistita. Questo ovviamente vale per la bottiglia che ho assaggiato io. L’etichetta infatti parla chiaro: “ogni bottiglia potrebbe essere diversa dall’altra”. Fatemi sapere com’è la vostra… ???/100

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.