Le proprietà terapeutiche del guanciale di maiale

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Opinione universalmente diffusa, corroborata da fior di studi nutrizionali, vede nei grassi animali una fonte di problemi per la salute di chi ne consuma, o peggio, ne abusa.

Essendo io umbro fulginensis, con necessarie ascendenze longobarde, per rispetto di tradizione secolare, devo obbligatoriamente uscire dal coro dei detrattori, individuando una specifica materia nobile nel grasso di maiale, espressa nella sua forma più sublime: il guanciale (alcuni sinonimi sono: barbazza, barbotta, gota e chi più ne ha èiù ne metta).

Ma, attenzione, a me non interessa parlare delle sue virtù nutritive, bensì delle proprietà antidepressive che riesce ad esprimere già nel possesso, avendo percezione della sua presenza nella dispensa o nel frigo, prima ancora di masticarne un solo pezzettino. Rappresenta una sorta di strategia della tensione messa in atto contro la malinconia; un deterrente più che nucleare ai danni dello sconforto.


La dolorosa quotidiana privazione a cui mi sottopongo da un po’ di tempo, quale obeso che deve dimagrire, ingolfando l’apparato digerente di verdure ed insalate, trova lenimento nel buttare sopradicamente l’occhio a quella piccola superficie di cotenna che fa capolino dall’incarto. E poco importa se poi non metto in atto il proposito di trasformare in gricia, amatriciana, carbonara, il tesoro celato in quello scrigno di cartapaglia. Mi basta sapere che c’è. L’attesa del piacere è essa stessa piacere, diceva qualcuno.

Questo concetto, unito allo “smetto quando voglio”, slogan del tossicomane della dieta, quale io sono diventato, suona come una sinfonia di endorfine che pervade la psiche e modifica lo stato di coscienza dell’uomo sensibile a queste tematiche.

Il guanciale è poi fortemente evocativo di ricordi d’infanzia, quando dopo la stagionatura del maiale, si poteva gustare cotto in padella con salvia e una spruzzata d’aceto e l’aroma penetrante disponeva all’assaggio con aspettativa mai delusa. Oppure ridotto a dadini e circondato dalla bambagia di una tenera frittatina. O anche con qualche filetto di pomodoro e una fetta di pane fresco croccante. A proposito di pane: guanciale sottilissimo su una fetta abbrustolita fa la sua porca figura, o no?

Adesso è facile trovare tale materia in sostegno di nobilissimi scampi e gamberi, o ad arricchire la spessa circonferenza di un medaglione di filetto di manzo. Più pedestre del blasonato lardo di Colonnata, ma più brioso per la concia norcina, la cucina trova nella rivalutata povertà del taglio triangolare, un nuovo elemento versatile e poliforme.

Quanto consolatorio è dunque l’effetto del guanciale di maiale. Ribadiamo il concetto: il guanciale in frigo dispone ad una maggiore serenità. Così tranquillizzati dall’effetto “coperta di Linus”, si è più lucidi nel prendere le decisioni, siano esse della vita quotidiana o le grandi scelte di respiro strategico. Con me almeno funziona così.

Alla luce di ciò, ripensiamo ora al valore del detto: “dormire tra due guanciali”.