La Guida ai Vini d’Italia Bio di Pierpaolo Rastelli

In un periodo in cui tutti si riempono la bocca di “vino naturale” (la voglia sarebbe quella di invitrare a sputare, ogni tanto…), quella di Pierpaolo Rastelli sui vini bio è una guida giunta oramai alla sua XIV edizione, dunque nasce in anni non sospetti e può essere considerato uno dei testi pionieristici in questo campo.

Mi piace sottolineare alcuni punti metodologici della Guida ai Vini d’Italia Bio, che segnala solo cantine certificate (biologiche o biodinamiche), tagliando la testa al toro e decidendo di non addentrarsi nel ginepraio della garanzia fatta in casa. Lo so, ci si perde un mondo e autentici capolavori dell’enologia italiana, come ad esempio le tante piccole cantine che non possono sostenere i costi di controlli e carte bollate, pur facendo un lavoro certamente rispettoso (e oltre) dei parametri richiesti. Però è una scelta seria, che perlomeno fissa un confine; forse lascia qualche rammarico ma nessun dubbio.

Di seguito le parole del curatore, che ci racconta le sue impressioni e ci dice com’è andata questa edizione appena uscita in libreria…

Grande la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente”. Niente di meglio delle parole di Mao Tse-tung per descrivere il mondo del vino Bio in Italia alle porte del 2011. La tanto attesa legge europea si è bloccata, insabbiata da lobby e interessi contrastanti. In patria si vive uno stallo normativo decennale e l’unico riferimento certo sembra esser la certificazione, elemento sempre più avversato dai produttori per i suoi costi e per il corto circuito innescato dalla sua applicazione (“il controllato non può pagare il controllante” è il pensiero che meglio di tutti spiega le contraddizioni).

Tutto questo mentre il movimento vive uno straordinario successo di crescita e affermazione tra i consumatori. Persino vini con marcati difetti organolettici vengono accettati, anche da parte di quella nicchia “evoluta” del mercato, sulla scorta di presunte maggior spontaneità e più nitida rappresentazione di un “territorio” offerto senza manipolazioni di sorta. Ecco dunque crescere e moltiplicarsi convegni, dibattiti, fiere/mercati, giornate di studio. Tutto, purché se ne parli.

Fortunatamente, aggiungiamo noi che osserviamo il fenomeno da 14 anni. Agli albori il movimento Bio sembrava un società carbonara, diffusa solo tra gli adepti mentre oggi è il contrario. Purtroppo, o per fortuna come direbbe Mao, la confusione regna sovrana: biologico, biodinamico, naturale. Tre facce di una stessa medaglia aggrovigliate e indistinguibili dall’appassionato che ha già coniuato un brutto quanto efficace neologismo: “bioqualcosa”. All’estero non ne fanno un dramma: certificazione richiesta obbligatoriamente e analisi chimica per i vini stanano i furbetti, quelli che si buttano nell’affare perché “tira”. E la moda s’insinua tra le pieghe produttive imponendo le sue prerogative.

La più evidente in questi ultimi due anni è il sempre maggior numero di vini “senza solfiti aggiunti”, pratica che attira sempre più cantine alla ricerca di una maggior salubrità del proprio prodotto. Salubrità chimerica in quanto il vino, quando è fatto bene, ha un tasso di solforosa davvero molto basso e quella poca che è contenuta permette di creare vini capaci di confrontarsi con le migliori produzioni nazionali. Al contrario i “no sulphites”, specie se bianchi e non fermentati sulle bucce, sono fragili e nascono già vecchi. Occorrerà molta pratica per migliorarli.

Però noi non ne stigmatizziamo la produzione, ci mancherebbe. Anzi, ben venga tutto ciò che possa ridurre l’influenza e la presenza di agenti esterni e potenzialmente velenosi. Però non dimentichiamoci che il primo veleno contenuto nel vino è l’alcol.

Quest’anno la guida registra l’ingresso di molti nomi già noti sul panorama internazionale e che da alcuni anni lavorano seguendo, con convinzioni, i dettami dell’agricoltura biologica. Foradori, Grattamacco, Querciabella, Corte Sant’Alda hanno per anni trasmesso il sapere enoico dell’Italia in tutto il mondo e oggi compaiono su questa guida affiancando la prima volta di produttori seri e rigorosi, di lungo corso così come appena affacciati sul mercato come Caparsa, Porta di Vertine, Vigne di San Lorenzo.

La speranza è che il prossimo anno ci siano altre aziende capaci di testimoniare qualità, territorialità, intenzioni rette nel perseguire una viticoltura sempre meno omologata e sempre più capace di distillare emozioni nel bicchiere.

Pierpaolo Rastelli

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.