Barolo Falletto e Monfortino (Riserva e pure ’96), facciamo pace?

Ho fatto pace con due etichette costantemente inserite nell’hit parade dei grandissimi vini prodotti in Italia negli ultimi vent’anni. Un Grande Capo non me lo toglie nessuno, sono consapevole (per il senso di quest’ultima frase chiedere ai fedeli radioascoltatori di Lillo e Greg e della loro Sei Uno Zero, in onda tutti i giorni su Radio 2 alle 17, categoria alla quale mi pregio di appartenere…).

Il fatto è che fino alla fatidica giornata di riconciliazione, il mio personale rapporto con il Falletto Ris. ’96 di Giacosa e col Monfortino Ris. ’96 di Conterno era stato tutt’altro che idilliaco.

Volatili sopra le righe, maledettissimi sentori tricloroanisolici, quadri aromatici totalmente inespressivi: i precedenti tentativi di verificarne la magnificenza si erano sempre infranti contro un muro di bottiglie, come vuole l’attuale necessità di politicamente corretto, sottoperformanti. Generando una sequenza di pacate reazioni, dalla distruzione di camere d’albergo al pianto isterico, dall’imprecazione definitiva alla depressione kierkegaardiana, con relativo pacchetto psicoanalitico annuale.

Ma dato che certe congiunture astrali si verificano con la stessa frequenza dei gol di Gilardino, abbiamo voluto sfidare ulteriormente la sorte, venendo ripagati da un meraviglioso filotto di, come si dice?, over 90.
Poker d’assi.

Barolo Falletto Ris. ’96 – Bruno Giacosa

Appena versato, un brivido corre lungo la schiena risvegliando antichi fantasmi. Ma ci vogliono quattro centesimi di secondo per capire che siamo di fronte alla classica riduzione buona, di quelle che generalmente lasciano la scena a bicchieri intatti e splendenti. Ed ecco che in poche falcate ci arriva dal versante ovest di Serralunga, porzione Falletto, una progressione di radici e mirto, che nelle ora diventa melograno, pepe rosa e alloro, abbracciati da una mineralità, copyright 4-4-2 mascherato, da ferro da stiro. Ci si impone una disciplina quasi zen per non prosciugarlo tutto in quattro sorsate: non è sullo spessore e la densità che si gioca la partita, ma su un’escalation fresca e salina che sfocia in un mare di tannini saporiti e vitali. E’ solo per il lieve minus di polpa in finale, e conseguente diluizione alcolica, che per la fissazione numerico-statistica scrivo 94-95/100.

Barolo Monfortino Ris. ’96 – Giacomo Conterno

Per un po’ di tempo, complici le bottiglie stappate, avevo finito per pensare che la commissione di Vini d’Italia che decise di non premiarlo con i Tre Bicchieri avesse le sue brave motivazioni. Di sicuro non gli era capitata una bottiglia come questa, un vero e proprio monumento al Barolo come te lo raccontano sui libri. Rispetto al pari annata giacosiano, all’inizio sembra esattamente agli antipodi per espressività olfattiva e sviluppo gustativo. Di quell’anguria-arancia che la letteratura conterniana sembra considerare caratterizzante del vigneto Francia (sempre versante ovest di Serralunga, pochi tornanti più a sud del vicino Falletto) come la pipì di gatto lo è del sauvignon cattivo, qui neanche l’ombra. C’è invece la prugna, la carne alla brace, il tartufo, la grafite. Cromoaromaticamente è un vino decisamente più scuro e maschile rispetto alla personalità chiara e femminile dell’Etichetta Rossa, e la bocca lo conferma segnalando prima di tutto potenza e larghezza, persistenza e profondità. La presenza di frutto e sale al centro del sorso è semplicemente saturante, l’acidità che morde ancora e l’imponente massa tannica sono promesse per evoluzioni decennali, senza rebus da risolvere. Riuscendo non si sa come a custodire per qualche ora un fondo di bicchiere, ci si concede un secondo e un terzo tempo (anzi, pure un quarto) per godere di ginseng, carcadè, una liquirizia quasi irreale nella corrispondenza ai veri rametti, il cren e infine la mitica anguria, così il marchese e il conte possono addormentarsi tranquilli…
Facciamo 96-97/100

Brunello di Montalcino Ris. ’90 – Case Basse – Gianfranco Soldera

Ora, per continuare non è che abbiamo scelto propriamente una boccia minore. Ma, immersi nella sfida stellare dei ’96 langaroli, un piccolo rischio che la Riserva ’90 di Gianfranco “Indovina il lotto” Soldera restasse un po’ nell’ombra c’era. E invece ecco il vino più appagante della giornata, una meraviglia di macchia mediterranea, ciliegie e amarene, prima del sandalo, la salvia, l’origano. Il tradizionale tocco volatile è questa volto solo un soffio e non toglie nulla ad una scia che prosegue inarrestabile con gli agrumi e il ginger, il carbone e l’incenso. La dolcezza del frutto si impossessa della bocca dall’inizio alla fine ricevendo continuo ossigeno da una splendida e pimpante vena salmastra. Carnale, mediterraneo nel senso più bello del termine, compiacente, ipnotico, piccante. Di aggettivi da sciorinare ne avremmo ancora un bel po’ ma li stoppiamo con freddi numeri da 96/100.

Chianti Classico Ris. ’71 – Castell’in Villa

Nebbiolo chiama, sangiovese risponde. E dal mazzo-cantina lelliana sbuca un quarto asso di pura emozione. Che il vaso di coccio non potrebbe mai farlo, come è facilmente intuibile da chi ha avuto modo di conoscere la Principessa che da Castelnuovo Berardenga ne indirizza umori ed exploit. Grazie allora, Riserva ’71 di Castell’in Villa, per il tuo naso autunnale di foglie e terra rimestata, di pinoli e foglie di menta bruciate, di resina e ginepro. Più chiantigiano di così non potresti essere e noi ti perdoniamo anche la tua silhouette da taglia 38 e il tannino leggermente castagnoso. Perché ne riceviamo in cambio un fiume di freschezza salata, profonda e cangiante, e finiamo davvero per pensare ai tuoi quasi quarant’anni come ad un’assurda e ridicola allucinazione. 92-93/100 (ma 100 per l’emozione)

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.