Terra di miele. Quella storia dei tre Taurasi ’68 di Mastroberardino


Infilo le calde pantofole che per puro caso hanno passato la notte intera accucciate, come un cagnolino, sulla mattonella sotto la quale passano i tubi del riscaldamento. Mi lavo il viso e metto sul fuoco la caffettiera nera e consumata, comprata il giorno dopo il mio arrivo su questo bianco e bucato satellite. Undici anni fa.

I miei compagni di viaggio mi lasciarono qui, imbarcarono talmente tante pietre che non avevano più il posto per me. Due minuti prima di ripartire, con una scusa, mi fecero ridiscendere, chiusero il portello e ripartirono.

Il calendario sopra al frigorifero segna la data del 23 Novembre 1980. Mi vesto e come ogni mattina prendo la canna da pesca e mi avvio verso lo scoglio numero 4. Ho portato con me la lenza media, quella di 384.400 km, piombo da 500 grammi e amo da 12. Guardo la Terra per dirigere bene il mio lancio giornaliero.

Ecco! in Italia, vedo una piccolissima zona che trema, ci saranno sicuramente buone prede. Una frustata elegante e tesa. Srotolo l’intera bobbina. Piazzo il fermacanne, applico il campanellino sul cimmino finale e resto sdraiato, con la faccia all’insù, a guardare il cielo stellato. Due minuti e il sonaglino tintinna. Afferro con calma e fermezza il manico gommoso, attendo un attimo che si tenda bene il filo e poi con un colpo di avanbraccio stacco una ferrata da manuale. Adesso non mi scappa più. Inizio a tirare su, inarcandomi con la schiena  e a lascare, abbassandomi in un elegante inchino.

Un ritmato avanti e dietro di bacino, come durante una grande performance sessuale. Giro il mulinello veloce, tenenedo sempre teso il filo di lenza. E’ tenece, si dibatte, sterza, annaspa ma non molla, tira come una dannata. Arcigna come poche. Alla fine credo che arriverà comunque sulla mia tavola. Eccola! La porto a riva, prendo il retino e la tiro su. Una bellissima bordolese marrone da 720 ml. Etichetta color panna con su disegnata: una sedia, un tavolo ed una candela.

Tante scritte, tra le quali si notano: Taurasi, 1968, Riserva, Mastroberardino. La sgancio con delicatezza, la poggio dentro lo zaino e rilancio la lenza come prima, nello stesso punto, li dove la terra continua a tremare. Finalmente a tavola, la pesca è andata benissimo: tre bordolesi. La mia amica, nonché vicina di casa, Darkside, ha cucinato: “spicchi di uova in salsa di cratere” e “mezze maniche alla Michael Jackson”.

Inizio a versare il mio bottino, quando noto un nome nella parte bassa dell’etichetta, riguardo anche le etichette delle altre due, sono tutte e tre uguali, anche i gradi alcolici, 12,5%, tranne questo piccolo e forse insignificante nome. Nella prima c’è scritto “Piano d’Angelo”, nella seconda “Castelfranci” e nella etichetta della terza “Montemarano”.

Chissà cosa vogliano dire. Eppure sono identiche, mah! Si saranno sbagliati. Darkside è allegra più che mai: scherza, sorride, lancia ammiccanti frecciatine. Iniziamo a bere la prima, “Piano d’Angelo”, e a divorare spicchi di uova. In un casuale sincronismo io e lei affondiamo il naso nel bicchiere. I profumi si spandono elegantemente, puliti, netti, con razionali microelargizioni di: mollica di pane, anthemis (liquore alle erbe), cugnà, caramella alla fragola, rosmarino, marzapane per finire con delicati cenni agrumati. In bocca l’angelico piano è fitto e scorrevole, fresco e solido in cetrobocca, scivola compatto lungo tutto il palato lasciandolo invaso da tannini succolenti.

Lei si alza, si infila alcuni dei suoi neri riccioli dietro le orecchie e va vicino ai fornelli a controllare la cottura della pasta. Con un bambinesco gesto si lecca l’indice della mano destra per assaggiare il condimento preparato a parte, per poi saltare il tutto in padella. Io stappo la seconda, “Castelfranci”, anche se la prima non è ancora del tutto finita, ma la curiosità di vedere le immaginate differenze dettate da quelle parole in etichetta non mi fa resistere. Anzi faccio di più, stappo pure la terza e la lascio al centro del tavolo.

Anche la seconda è archiviabile fra i vini dall’elegante incazzatura. L’apparato nasale si ferma a godere delle sensazioni di: china, erbette officinali, mallo di noce, carota, sedano, cassata siciliana, funghi porcini e il semprepresente tartufo bianco. A berne un bicchiere non ci impiego che 0,3 secondi netti, il sorso è più pieno e carnosa della prima, tannini più presenti e serrati, il finale è di un meraviglioso insieme di acidità e cremosità senza fine.

Finisco le mezzemaniche guardando negli occhi la mia vicina, cercando di entrare nel suo cervello. Vorrei capire perché è venuta qui anche lei, quale ricordo l’accompagna, quale vita ha vissuto fino al momento del nostro incontro. Non ha mai parlato del suo passato, ed io non ho mai infranto la promessa di non chiederglielo.

La terza boccia, “Montemarano”, inizia più sfacciata e scorbutica con una schiaffeggiata di: ferro da stiro, carne alla brace, rosa, geraneo, ginepro ed ancora il  tartufo, ma questa volta il timbro dei sentori è più nero ed invadente, più scomposto rispetto alle prime due. In bocca il sorso si asciuga leggermente per una nota alcolica, non esuberante ma più scissa rispetto al resto delle componeneti rendenedolo inoltre leggermente diluito in finale.

A questo punto vengo trascinato nel ricordo di una frase scritta da uno mio amico spagnolo: “Forse non lo sappiamo o facciamo finta di non saperlo, ma da noi si scava ancora. Molti, anche senza accorgersene, scavano, sperano e si disperano perchè noi Irpini siamo fatti cosi. Scaviamo… scaviamo… scaviamo… a mani nude! Facciamo finta di non saperlo ma da noi la terra non ha mai smesso di tremare”.

Dopo aver finito tutto quello che ci è capitato sul tavolo, andiamo fuori e ci sediamo sull’altalena. Io mi accendo una sigaretta mentre lei di sdraia, ritirando leggermente le cosce verso il petto e appoggiando la testa sopra le mie gambe. Ci regaliamo un involontario tratto di silenzio.

Lei lo interrompe con la domanda: ma se io e te ci sposassimo? Io reagisco impallidendo come il terreno che sto calpestando, ma poi, ci inerpichiamo, per il resto della notte, ad immaginare una nostra, ipotetica, terra di miele.