Il “BarDelli” e l’Hell Tasting 666

Vi devo una spiegazione. L’ultimo post è stato ispirato da una cena-degustazione che aveva il nome rassicurante di Hell Tasting 666. L’appuntamento è  stato pensato e realizzato da un tizio spiritato di cui mi pregio di essere amico: tal Paolo Baldelli, di cui abbiamo una diapositiva.

Paolo è uno dei più maniaci indagatori di cose mangiabili e bevibili del pianeta (attenzione perché le categorie per lui sono molto più ampie rispetto a quelle classicamente intese), uno capace di visitare 3 – 4 ristoranti al giorno e di spendere le sue ultime vacanze alla scoperta delle razze tradizionali di maiali, catalogando gli stili e le caratteristiche dei prosciutti del mondo. Tanto per dire.

E’ lui che, giocando col suo nome, ha dato vita al BarDelli, una sorta di non luogo, uno spazio che da immaginario diventa reale e che da reale diventa immaginario. E che riserva appuntamenti carbonari come l’Hell Tasting 666…

Ecco i vini della serata, tutti appartenenti ad annate che chiudono col numero 6

Krug Rosè 1996 Dom Perignon Rosè 1996 (brutto effetto dell’alcool, evidentemente, il Krug Rosè – ovviamente non millesimato visto che l’altro non esiste! – era il vino dell’aperitivo)

Si presenta con un colore che fa venire l’acquolina e una riduzione al naso, tra la rapa rossa e la cipolla, che lascia pian piano il campo a una timida visciola. Poi esplode, d’improvviso, più sul fiore e il minerale che sulla frutta: rame, ferro, incrocio perfetto tra sale, dolcezza e acidità spadaccina. In bocca è una Formula 1, scatta da 0 a 100 all’ora in meno di 2 secondi.  La cosa sconvolgente però è la lunghezza. Non chiude mai e quando pensi sia finito ritorna a suonare, come le ghost track di certi dischi. Dopo qualche minuto, preso qualche grado di temperatura, esce la selvaggina del grande pinot noir, poi di colpo ecco lo scoglio e le note marine. L’ampiezza è talmente imponente che pare allargarti la bocca, scavare il palato. Grandissimo.

Salon 1996

Parte su note più classiche, quasi lattiche e di leggero cacao. Poi si fa improvvisamente giallo, anche se una timida nota di pasticceria non molla la presa. In bocca salta e sgomita, improvvisamente ritrova una freschezza assoluta e il verde del lime. Quasi tagliente, anche se i profumi virano su elegantissime sensazioni tropicali, di mango, che si alternano in maniera giocosa con le parti aromatiche dure. Arriva anche l’ostrica. Più passa il tempo e più si rinfresca; la crosta di pane, finissima, è accompagnata da una bella scorza di limone. In bocca diventa un sasso, sfuma su note di polvere di gesso. Contorsionista.


Chassagne Montrachet “Les Ruchottes” 1976 – Ramonet

Una delle metamorfosi più radicali della mia vita dai tempi di Kafka. Parte evoluto con sensazioni coprenti di crème brulée e idrocarburo, così come in bocca le parti dolci paiono prendere il sopravvento, con quella pesca gialla un po’ ingombrante. Addirittura il finale pare un leggermente ammaccato. Poi succede quello che non ti aspetti: il vino si scrolla di dosso gli anni passati al chiuso, uno ad uno, e ritrova un piglio che forse neanche lui sospettava ormai di avere. Alla fine è un giovanotto: le note di cereali al naso sono strepitose, addirittura rinfrescate da quelle marine, di agrumi, di cedri libanesi. Finisce scalpitando, correndo all’impazzata sulle note della marsigliese. Resurrezione.

Dom Perignon Enotheque 1966

Sboccato nel 2004 però. Vino dorato che attacca con una bella spolverata di caffè appena macinato, quindi la frutta macerata fa capolino e arriva pure qualche accenno terziario di troppo, seppure non manchino i minerali. Coerente la bocca, che alterna cose belle ad altre meno frizzanti, fino a incrociare un finale lievemente amarognolo, con quell’acciughina che indica una lieve increspatura, un’amalgama non perfetta tra il vino e la liqueur.  Forse avrebbe meritato di stare più tempo nel bicchiere, ma tant’è.

Chambertin 1976 – Domaine Trapet (MAGNUM)

Trapet di allora non era il Trapet di oggi, che non è il Trapet nemmeno di dieci anni fa… Chiaro no? La riduzione iniziale tira fuori profumi da spavento, terribilmente animali (cane bagnato, se avete presente), che poi si aprono pian piano. Arriva persino un bel frutto e la buccia d’arancia, poi le spezie, la cioccolata, il camino spento e la radice di liquirizia. Il problema maggiore però è la bocca: materica, estrattiva, di grande pienezza e abbondanza alcolica. In sintesi un po’ pesantuccia, per giunta col tannino non impeccabile. Figlia dell’annata, forse, che infatti fu siccitosa, asciutta da marzo (mese in cui si ricordano i primi bagni nell’Oceano) alla vendemmia. Palestrato.

Paolo “Bar Delli” Baldelli


Poteva mancare Maurizio Paparello?

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.