Topi…nambur

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Oggi parliamo di patate. Il pretesto me lo offre una cena medievale cui ho partecipato di recente, dove un incolpevole cinghiale arrosto precolombiano era accompagnato da un contorno di patate!

Non mi pare una proposta filologicamente (oltre che storicamente) molto corretta…

La mia cultura gastronomica relativa al prezioso tubero per un po’ non ha oltrepassato i confini umbri e l’apprezzamento si è limitato ad una varietà bianca di Pietralunga ed a quella rossa di Colfiorito (autentica, però, non come quelle volgari imitazioni che si trovano in giro!). Più delicata la prima, dal sapore deciso e terragno la seconda, decisamnte granulosa; esaltata quindi nella preparazione degli gnocchi (con sugo di castrato o di piccione, secondo i gusti).

E poi, la scoperta: che sotto quei margheritoni autunnali, spontanei e infestanti, si calasse una varietà di patata dolce fu per me un’esaltante acquisizione. I Topi…nambur! Che con i piccoli roditori non hanno nulla a che fare, ma derivano il loro nome dai Topinambas, tribù indigena del Brasile che evidentemente ne ha apprezzato da subito le qualità eduli.

Mi sono messo subito a sperimentare, ben oltre qualche ricetta trovata qua e là. Penso valga la pena di provare la marmellata di Topinambur, di una gradevolezza simile a qualla di castagne, ma dalla preparazione senz’altro meno laboriosa. Dopodichè la proposta di qualche abbinamento: con la ricotta oun pecorino stagionato, come dessert; oppure come accompagnamento al’arista al forno.

Ma la ricerca continua…