Brindando alla vendemmia 2010

Mi sono sempre chiesto che pensieri fanno i produttori campani davanti al valzer di telegiornali e quotidiani che, generalmente a fine luglio o al massimo al principio di agosto, ci raccontano come sarà la nuova annata per i vini italiani.

Non posso fare a meno di figurarmi il volto perplesso di un Michele Perillo o un Pasqualino Di Prisco che si affacciano sulla vigna di casa a guardare il loro aglianico ancora verde abbandonandosi a qualche doveroso gesto apotropaico mentre lo speaker recita il consueto refrain di “vendemmia del secolo”, “meno quantità ma di maggiore qualità”, “Italia sorpassa la Francia”.

La prendo lunga per ricordare ai “forestieri” che, nonostante bilanci e slogan partoriti da settimane, da queste parti la raccolta delle uve è in molti casi solo agli inizi. Sorvolando su varietà aromatiche come moscato e malvasia o sulle cosiddette cultivar internazionali come merlot e cabernet, tra i vitigni che costituiscono la spina dorsale della produzione autoctona regionale soltanto per la falanghina la stagione 2010 può dirsi quasi conclusa.

Coda di volpe, fiano e greco sono in buona parte sulle piante, fatta eccezione per le zone più calde e precoci, per piedirosso e aglianico ci vuole ancora una buona dose di calma e sangue freddo. Può essere utile ricordare, ad esempio, che sui siti più alti della denominazione Taurasi, tra Castelfranci e Montemarano, nel 2009 alcuni produttori hanno terminato la vendemmia dopo il 15 di novembre.

C’è un bel po’ di strada da percorrere, insomma, prima di poter tracciare un iniziale profilo del primo millesimo campano degli anni ’10. Ci limitiamo pertanto, molto molto timidamente, a registrare come fino ad oggi ci siano tutte le premesse perlomeno meteorologiche per pensare ad un’annata positiva, pur con tutti i distinguo sempre necessari quando si parla di quella che è a tutti gli effetti una macroregione per le sue infinite zone, altitudini, vitigni, filosofie, gestioni viticole, interpretazioni stilistiche e così via.

E mentre incrociamo idealmente le dita insieme ai vigneron, ci concediamo un brindisi benaugurante con una serie di vini campani già da tempo usciti sul mercato ma che cominciano solo oggi ad esprimere il loro potenziale evolutivo. Occhio alle carte di alcuni illuminati ristoratori, dunque, perché i veri appassionati sanno bene che i migliori vini della regione sono fatti per attraversare le stagioni e a donarsi al meglio solo ai meno frettolosi. Ed ecco perché, in fin dei conti, non abbiamo nessuna fretta di appiccicare un’etichetta a questa 2010 che speriamo possa essere ricordata soprattutto come la vendemmia in grado di portare il comparto, non solo regionale, finalmente fuori dalla crisi.

Falerno del Massico Caracci ’01 – Villa Matilde

Se volete divertirvi a far ammattire i vostri compagni di bevute più esterofili, servitelo alla cieca. Sentirete le ipotesi più svariate e quando suggerirete “Italia” sarà ancora piuttosto lungo e articolato il giro prima di arrivare alla falanghina e alle colline del Massico. Lo troverete in una fase splendida, con un’integrazione del legno da manuale che ne amplifica la ricchezza affumicata e balsamica, incanalandola in un binario di rara articolazione, sapore e finezza.

Aglianico del Taburno Vigna Cataratte Ris. ’97 – Fontanavecchia

Nelle ultime stagioni abbiamo spesso sottolineato come sia lecito attendersi di più in termini di personalità dai pur ottimi vini di Libero Rillo. Colpa, si fa per dire, anche di versioni memorabili dell’Aglianico del Taburno Vigna Cataratte, uno dei primi cru pensati nel Sannio. La Riserva ’97 oggi si racconta con timbri terrosi di pregevole fascino, tra sottobosco e tartufo, pepe e china, rivelando un energia tannica per certi versi indomabile.

Naima ’99 – De Conciliis

Quello tribicchierato è il 2001, che abbiamo trovato un po’ affaticato nelle ultime bottiglie stappate, ma è probabilmente il ’99 il best ever per l’etichetta più famosa prodotta da Bruno De Conciliis, vero e proprio simbolo del Cilento vitivinicolo. Il suo carattere mediterraneo è suggerito dall’irresistibile traccia di macchia, elicriso, chiodi di garofano, perfettamente riproposto in un sorso ancora teso e vibrante, senza alcuna traccia di sovra estrazione.

Ischia Biancolella Vigna Frassitelli ’04 – Casa D’Ambra

Dalla vigna più celebre dell’Isola Verde, famosa anche per la sua monorotaia alle pendici del Monte Epomeo, a 600 metri di altitudine, il Vigna Frassitelli di Casa D’Ambra è uno di quei vini che sanno sempre regalare sorprese ai più pazienti. La logica farebbe pensare ad un’etichetta da apprezzare nel breve e medio periodo per la sua struttura longilinea e le acidità generalmente contenute. Eppure è un biancolella che si rivela estremamente stabile e coerente col passare del tempo, focalizzandosi su delicate tonalità terziarie di linfa e frutta secca senza perdere vitalità e sapore nel sorso. Paradigmatico in questo momento il 2004 per comprenderne l’originale percorso evolutivo.

Greco di Tufo Cutizzi ’03 – Feudi di San Gregorio

Per un paio di vini che forse avrebbero meritato i Tre Bicchieri e non li hanno avuti (vedi Caracci ’01 e Naima ’99) e per uno premiato forse troppo generosamente col senno di poi (Naima ’01), consentiteci una piccola parentesi autoreferenziale su un Tre Bicchieri che al riassaggio di oggi ci appare decisamente meritato. E’ il Greco di Tufo Cutizzi ’03, pimpante nelle sue nuances di cedro candito e anice, con un tocco torbato che al palato quasi si dilata per effetto di un’acidità viva, pulsante, territoriale. Rispetto all’uscita, il tempo l’ha liberato da qualche ridondanza lievitosa che ricordavamo e l’effetto è davvero sorprendente.

Arbitro di calcio, runner, esperto di comunicazione con fama di persona seria e morigerata. Ero tutto questo prima di prendere 20 chili, scoprire il vino e auotoconvincermi di poter vivere scrivendone.