Londra. Il bus per Clapham e l’etnico stellato

Eccomi, da un paio di giorni, nella vecchia Albione. Dall’aereoporto di Stansted, meta un po’ fuori mano di compagnie low cost che permettono però agli squattrinati di vedere un po’ di mondo,  prendo come al solito un treno fino a Liverpool Station, quindi il bus 344 direzione Claphan Junction che mi porta a un passo da casa, proprio davanti all’imponente Financial Times.

Insomma, la definizione di “man on the Clapham omnibus” (l’uomo sull’autobus di Clapham), vecchia espressione dei primi del ‘900 con cui la legge inglese  indica l’uomo comune (una sorta di casalinga di Voghera con tutti i crismi dell’ufficialità) mi calza a pennello.

La casa è a meno di cento metri da Vinopolis, locale poliedrico legato al vino, dai risvolti decisamente pop (anche kitch va…), dove si tiene in questi giorni la versione British di Identità Golose, alla sua seconda edizione. Sono qui per questo (oddio, più o meno) ma nell’attesa ho ampliato la mia mappa personale di indirizzi londinesi.


Prima cena al Nahm, ristorante Thai dell’Hotel Halkin, di fronte a “casa” Forbes e in uno dei quartieri bene della capitale, dove la macchina più scaccia che vedi passare è una Maserati o una Ferrari. Nonostante le premesse, il conto del ristorante non è da svenimento, considerando che parlimo del primo Thai-restaurant stellato in Europa. Ma che volete, e questa è una considerazione del tutto soggettiva, io non sono proprio riuscito a farmelo piacere. E con questo dichiaro conclusa la mia esperienza con lemon grass, coriandolo (che mi ricorda la cimice schiacciata) e tutta quell’intensa aromaticità che trova nella spiccata dolcezza dei piatti una chiave di lettura per me incomprensibile. Amen.

Meglio, molto meglio da Hakkasan, a Fitzrovia, espressione altissima e sofisticata di cucina cinese-cantonese (Stella Michelin anche qui), capace anche di splendidi manicaretti dim sum. Locale dal design curato, stile “notturno”, con luci soffuse e ambiente decisamente dark, capace di giocare su diversi fronti: dalla sala  principale per la cena all’informale Ling Ling Lounge, fino al grande bar dove scolarsi qualche cocktail fantastico (a dire il vero il posto è un po’ rumoroso, la musica alta e i tavoli ravvicinati tolgono ogni speranza di privacy).

Splendido, come detto, il piatto dim sum, decisa la zuppa vegetariana agro-dolce, un po’ secco il pollo al tè jasmine con salsa affumicata, bunissima l’anatra cotta nelle erbe cinesi, trascurable il parfait di mango. In generale una cucina dai giusti contrasti, capace di trovare l’equilibrio tra sapori forti ma mai invadenti o prevaricanti, di grande pulizia ed eleganza. Più o meno a 60 pound.

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.