Massa Vecchia fa buon vino

Sono tornato a Massa Vecchia dopo un paio d’anni: è cambiato tutto e niente. Tutto perché Fabrizio Niccolaini, il mio unico interlocutore nella precedente “calata”, fondatore dell’azienda e vera anima di quei vini di cui mi ero innamorato stavolta non c’era.

Non a caso, vengo a sapere, visto che ha deciso di ritirarsi e passare la mano,  seppure in maniera graduale e progressiva.

“Via dalla mondanità”, anche da quella poca cui lo costringeva il dover presentare e vendere le proprie creature. Ora passa le giornate in un casolare in alta collina, con le sue amate vacche maremmane, le pecore  e una natura più sincera della varia umanità che affolla fiere e mercati. E senza più la scocciatura di dover accogliere chissà chi in cantina e perder tempo con dei rompiballe come me.

Non è cambiato niente perché Francesca, figlia di Patrizia, la compagna di Fabrizio, è un tipo tosto, deciso, in piena sintonia con la “filosofia” di sempre. Tocca a lei, oggi, pensare all’azienda, insieme ai soci Daniel e Ines Wattenhofer, Thomas Frischknecht e Rocco Delli Colli.

Del resto che c’è da cambiare in un sistema così semplice eppure sofisticato, naturale da sembrare alchemico, capace di regalare vini superlativi, magnifici, di scoppiettante energia e sapore? Niente o quasi, appunto. Tranquillizzati gli aficionados della bodega, dirò che comunque un non so che di nuovo si respira. Niente di eclatante, l’ho detto, eppure c’è qualcosa nell’aria che ribolle, come se la positiva presenza di Francesca, una che non si sottrae alle domande (le sue e quelle degli altri), avesse portato un anelito di freschezza, di giovanile e stimolante inquietudine, pur nel segno di quel solco profondo che sarebbe folle abbandonare.

Intanto una prima decisione: quando l’annata lo consente  si fanno due bianchi, un vermentino e una malvasia, invece del classico assemblaggio. Ne esce uno spettacolare Ariento 2007 (vermentino in purezza vinificato con macerazione sulle bucce, a contatto col mosto fino a fine fermentazione), stupendamente giocato su polpa e acidità, toni maturi e sensazioni balsamiche, iodate e salmastre.

Ma lo confesso, nonostante la bellezza di questo bianco e le voluttuose complessità dei rossi, come lo splendido Querciola 2006, è il Rosato il mio vino della casa preferito. Da sempre. Nella versione giusta non ce n’è per nessuno. In Italia gli metto a fianco un Cerasuolo di Valentini di buona annata, ma sotto c’è il vuoto.

L’ultimo spunto è l’assenza di spunto. Voglio dire, tutti i vini assaggiati sono in un confortante stato di integretà. Eccessi, sbavature o toni surmaturi neanche a parlarne, volatili fuori controllo men che meno (e quando capita si toglie di mezzo il vino). Altro che fuffa pseudo-naturaleggiante, facili ammiccamenti alla moda del momento e ossidazioni vendute per originalità. Qui c’è sostanza, e vino bono…

La natura intorno alla cantina Massa Vecchia, in Alta Maremma. I terreni sono caratterizzati da argille rosse, in certi casi con substrati di travertino. La zona è stata da sempre caratterizzata da un’importante attività estrattiva (siamo ai piedi delle Colline metallifere) specie per la presenza di pirite.

Anche il nonno di Fabrizio Niccolaini era minatore. Nei primi anni ’80 riesce a comprare quel fazzoletto di terra che caratterizza oggi l’azienda e da cui nasce il progetto agricolo

Assaggiatore seriale dal volto umano, ama tutti gli alcolici indistintamente ma è ricambiato soprattutto dal vino. Nei ritagli di tempo frequenta ristoranti che non può permettersi.